Il difficile cammino dell’integrazione: ambiguità e contraddizioni della cittadinanza italiana

Il difficile cammino dell’integrazione: ambiguità e contraddizioni della cittadinanza italiana

Pubblichiamo questo post realizzato da Enrico Gargiulo, ricercatore presso il dipartimento di Scienze Sociali dell'Università di Torino.

Aprendo un dizionario della lingua italiana alla voce “integrazione”, troviamo almeno quattro significati di questo termine. Il primo significato presenta al suo interno delle articolazioni più specifiche: l’integrazione “sociale” è definita come la «disponibilità degli individui di una società a coordinare le proprie azioni mantenendo a un livello tollerabile i conflitti»; mentre l’integrazione “razziale” è definita come la «fusione della popolazione bianca e di quella di colore in un'unica comunità», e si oppone quindi alla “segregazione razziale”. Una società integrata, allora, è una società i cui membri sono singolarmente orientati e predisposti alla cooperazione, tanto da mantenere basso il livello della conflittualità, e al cui interno gruppi “diversi” tendono a mescolarsi e non a rimanere distinti.
Viste da questo punto di vista, le cose potrebbero sembrare complicate da tradurre nella pratica ma semplici da comprendere a livello teorico: una società i cui membri collaborano volontariamente, senza essere suddivisi in gruppi differenti e distanziati appositamente l’uno dall’altro, non è poi difficile da immaginare. E la capacità di immaginare un certo scenario sociale – si potrebbe pensare – è il primo e indispensabile requisito per dare forma agli strumenti giuridici atti a far sì che un simile scenario di integrazione si realizzi anche nella pratica, e non soltanto nella teoria.
Le dinamiche dell’integrazione in Italia, tuttavia, sembrano dimostrare che il divario tra immaginazione e realtà è – banalmente – piuttosto netto. Per comprendere l’ampiezza di questo divario basta riflettere sulla composizione dei membri della società italiana e sull’effettiva fusione dei gruppi presenti al suo interno. È necessario, in altre parole, porsi una domanda: chi sono i membri di questa società? Ma, prima ancora, è necessario porsi un’altra domanda: cosa si intende, più in generale, con l’espressione “membro di una società”?
Una risposta ragionevole a queste domande potrebbe essere la seguente: è membro di una data società colui che si sente parte di essa e che partecipa attivamente alla sua vita pubblica. Accettare una risposta di questo genere significa immaginare una società che considera come suoi membri legittimi e legalmente riconosciuti individui caratterizzati da un evidente senso di appartenenza nei suoi confronti e fortemente motivati a prendere parte alle decisioni che la riguardano.
Qui, tuttavia, il divario tra immaginazione e realtà si fa evidente: nel contesto italiano, il senso di appartenenza e la volontà di partecipare alla vita pubblica che un dato individuo può manifestare non sono condizioni necessarie, né tantomeno sufficienti, perché egli sia considerato membro in senso formale della comunità, vale a dire perché sia riconosciuto come cittadino. Senso di appartenenza e partecipazione, in altre parole, non garantiscono legittimità, e meno che mai legalità, alla posizione di un individuo che aspira a diventare cittadino pleno jure della comunità in cui vive.
La legge italiana che regola l’accesso alla cittadinanza, infatti, è improntata a un rigido jus sanguinis: è italiano, sostanzialmente, chi è figlio di genitori italiani, indipendentemente dal luogo di nascita e, successivamente alla nascita, dal luogo di residenza. Non conta perciò che uno straniero si senta parte della comunità nazionale in cui di fatto vive o che si interessi a ciò che accade al suo interno. Se non è figlio di genitori italiani, egli difficilmente diventerà cittadino italiano, e se alla lunga lo diventerà non sarà certo per la fedeltà dimostrata nei confronti della comunità che lo “ospita”, ma soltanto perché – ad esempio – avrà contratto matrimonio con una persona che di quella comunità è un membro effettivo, oppure perché la sua residenza all’interno del territorio della comunità si sarà protratta per un numero piuttosto elevato di anni.
Alla luce di queste considerazioni, allora, è lecito chiedersi quale tipo di integrazione stia prendendo forma – o, per meglio dire, si stia cercando di attuare a livello politico – nel contesto italiano. Ossia, riallacciandoci alle articolazioni del concetto di integrazione presentate all’inizio di questo contributo, è lecito chiedersi come sia possibile coordinare le azioni individuali, mantenendo peraltro basso il livello di conflittualità, se gli individui coinvolti nel coordinamento sono collocati in posizioni sociali così differenti. Ed è altrettanto lecito chiedersi come sia possibile realizzare una fusione effettiva tra gruppi “diversi” senza al contempo riconoscere una parità di status, e quindi una parità di diritti, ai soggetti che di questi gruppi fanno parte.

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Commenti

Sono nuovo in questo sito, mi


Sono nuovo in questo sito, mi scuserete per le inevitabili approssimazioni. Mi sembra che emerga, dalla generalità degli interventi, una tendenza "buonista"; da una parte, questo mi rallegra per l'"ottimismo della volontà", dall'altra, mi lascia con un'impressione di superficialità, con la sensazione che i problemi vengono risolti semplicemente ignorandoli.

Prendiamo ad esempio questo articolo, che parte dal concetto di Integrazione e che, al fine di facilitarla, propugna una maggiore facilità nella concessione della cittadinanza agli immigrati. Per citare una frase: viene delineata " ... una società che considera come suoi membri legittimi e legalmente riconosciuti individui caratterizzati da un evidente senso di appartenenza nei suoi confronti. ... ". Penso che questo sia un nodo cruciale: come viene espresso, come viene giudicato questo "evidente senso di appartenenza"? E' una questione di lingua, di cultura, di attività lavorativa, di correttezza legale, di coinvolgimento patriottico, di impegno civile? Come facciamo a stabilire dei criteri così rigidi che non siano però negati dagli stessi cittadini a pieno titolo, oppure, per converso, dei criteri così laschi che abbiano comunque una loro efficacia?

Siamo poi sicuri che sia la mancanza di cittadinanza che impedisce l'Integrazione? Come dobbiamo considerare i gruppi che, a prescindere dalla cittadinanza, si isolano dal nostro contesto sociale e seguono regole loro proprie? Al di là di una generosa volontà di accoglienza, ritenete possibile che un uomo abbia più mogli? Ritenete giusto che un genitore impedisca alla figlia di frequentare giovani di una religione diversa dalla sua? D'altro canto, dove finisce la Legge e lo Stato e dove comincia la libertà religiosa, la possibilità di una diversa appartenenza?

Eppure, non sono questi i problemi maggiori. Il maggiore ostacolo all'Integrazione è costituito da un'opinione pubblica che vede l'immigrato come un nemico da espellere. Al di là dei distinguo concettuali, nessun maggiore partito politico se la sente di prendere le parti degli immigrati, pena l'inevitabile crollo di consensi. In una situazione di questo genere, è difficile persino discutere dell'argomento Integrazione, figurarsi stabilire dei "criteri oggettivi" o delle linee di comportamento. Da dove deriva questo diffuso malessere? Cosa si può fare per modificare questa situazione?

Vi ringrazio per la vostra attenzione.

solo una breve idea: l'unica


solo una breve idea: l'unica modalità di integrazione possibile è il rapporto personale. altre ipotesi sono "fantasie", criteri soggettivi, invasione. l'insoffferenza, il diffuso malessere ...sono la logica conseguenza del cattivo uso che via via si vuole attribuire al concetto di integrazione. la politica.... in vero non vuole affrontare il problema. fà fatica a sopravvivere a se stessa!