“Ma mica sono arrivati adesso, è da gennaio che sbarcano. Solo che adesso non si poteva più tacere, l’emergenza è tale che il governo non ha più potuto far finta di niente.” Giacomo Sferlazzo è cresciuto a Lampedusa, vive lì da trent’anni e non è certo uno che si impressiona per qualche sbarco. Pittore e musicista, si occupa da sempre di sociale, grazie alla sua associazione Askavusa, che in dialetto siciliano vuol dire “a piedi nudi”.
Quando due anni fa ci fu la rivolta degli immigrati che vivevano in quello che allora era ancora chiamato CPT (centro di permanenza temporanea) e a cui oggi ci si riferisce come CIE (centro identificazione ed espulsione), scrisse una canzone, Lampedusa 24/01/2009, per sottolineare come la rivolta che tutti i media descrivevano come spaventosa e tragica, si trasformò in un esempio di solidarietà e accoglienza da parte di tutti i lampedusani.
“Parliamoci chiaro, la situazione che c’è adesso è drammatica, non si può negare”, spiega Giacomo, che con la sua associazione ha contribuito a fornire un primo soccorso agli immigrati arrivati dalla Tunisia. “Quando hanno cominciato ad arrivare i primi immigrati, dormivano sul molo, per le strade. Poi alcune associazioni come la nostra, ma anche Legambiente e Amnesty International, hanno denunciato la cosa, e solo dopo 4 giorni si sono decisi ad aprire il CIE, che è comunque non idoneo a sistemare tutti con le adeguate condizioni sanitarie.”
È certo che chi si trova a Lampedusa in questo momento, si rende conto che quello che sta succedendo non è normale, ma poteva almeno essere prevedibile. Gli eventi delle scorse settimane in Nordafrica lasciavano sicuramente presagire l’arrivo di un’ondata numerosissima, e adesso l’isola che più di tutte le altre zone d’Italia è costretta a fare i conti con continui sbarchi, è praticamente in una condizione di stallo. “Una condizione che potrebbe però peggiorare da un momento all’altro”, avverte Giacomo. “E non che Lampedusa non abbia già affrontato altre situazioni simili, ma quello che sta succedendo adesso è diverso per dimensioni. Il CIE può accogliere al massimo, in situazioni di emergenza, 1000, 1300 persone. Ma si tratta di offrire dimora temporanea, non può che essere una soluzione in attesa di qualcosa di più stabile. Il resto degli sbarcati, quelli che non hanno trovato posto al centro, sono in giro per le strade, senza appoggio, senza un preciso piano che dia tranquillità a loro e ai lampedusani.”
Gli abitanti di Lampedusa sono divisi, ed è normale che la situazione li spaventi. L’isola è grande soltanto 22 km quadrati, troppo piccola perché a un certo punto la convivenza non diventi insostenibile. E se ora si chiede aiuto all’Unione Europea, ci si chiede quanto si pensasse che avremmo dovuto attendere prima che l’esodo delle rivoluzioni africane arrivasse sulle nostre coste. “Non ho visto bambini e donne, forse alcuni di loro sono nel CIE”, racconta ancora Giacomo. “In giro ci sono solo uomini giovani, tra i 18 e i 20 anni, alcuni poco più che trentenni. Se ne vanno in giro per l’isola, ma il pericolo vero è che una qualsiasi provocazione, un qualsiasi scontento, possa far degenerare la situazione”.
Nella notte un barcone di egiziani è sbarcato sulle coste ragusane, e altri sono stati trasferiti a Crotone, in attesa che si decisa cosa farne. Molti, la maggior parte, hanno fatto richiesta di asilo politico. Nel frattempo Mineo, paese in provincia di Catania, si prepara ad accogliere alcuni dei tunisini di Lampedusa, in un residence con 404 unità abitative. Un villaggio della solidarietà per far fronte all’emergenza. “C’è però bisogno di un piano più serio, più lungimirante”, conclude Giacomo. “Non si può, non si deve affrontare tutto sempre nel nome dell’emergenza.
Qualunque sia la loro sorte futura, queste persone sono arrivate qui, e hanno diritto a un’assistenza che rispetti le minime condizioni sanitarie. Cosa che adesso non è possibile, visti i numeri e l’inadeguatezza delle strutture. Dopodiché bisognerà trovare loro una collocazione che non faccia pesare tutto su un unico territorio. Perché la solidarietà, in certi casi, non basta.”
Foto di Noborder