Il Global Day of Action visto da Copenhagen

Il Global Day of Action visto da Copenhagen

A Copenaghen sabato mattina c’è il sole e vento freddo.
Prendiamo un caffè e arriviamo nella piazza del Parlamento poco prima dell’una, trovandola piena. La attraversiamo con calma, scattando foto e facendoci largo tra i gruppi di persone che arrivano dalle strade laterali.
 
La cosa che viene spontanea è sorridere: i cortei che stanno formando il gruppo in piazza sono fatti da gente vestita in modo colorato e fantasioso, con disegni in faccia. Molti hanno in mano i cartelli di Greenpeace con slogan che incitano a un cambiamento della politica, più che del clima. Greenpeace è forse la manifestazione con i carri più visibili: un grosso pupazzo di neve gonfiabile alto alcuni metri e un carro in cui i leader dei paesi occidentali sono rappresentati come burattini sono circondati da tante persone e il giallo predomina in quella parte della piazza.
 
Il freddo si fa sentire e anche lo speaker dal palco se ne rende conto e quindi ci chiede di abbracciare il vicino, di saltare con la musica, di intonare slogan. Il più gettonato è “Action now” ma particolarmente sentito è anche quello che riprende il famoso slogan della campagna di Barack Obama: nella versione dei manifestanti diventa “Yes we can, yes we must, yes we will”. Il senso è che le persone devono far sentire la propria voce e che l’impatto della protesta dovrebbe far capire ai politici impegnati nelle discussioni di COP15 che la necessità di un accordo importante e vincolante è tanto forte da non poter essere rimandata.
Dal palco lo speaker grida che siamo centomila e ci invita a metterci in marcia e a formare il corteo che percorrerà i sei chilometri dalla piazza al Bella Center, sede del summit. Anche qui devo stupirmi per l’organizzazione:  il corteo e le ONG sono organizzati in gruppi numerati e alla chiamata dello speaker, ogni gruppo si sposta e si mette diligentemente in fila, senza nemmeno sconfinare sui marciapiedi.
 
In qualche minuto il Global Day of Action inizia e ci muoviamo tra musica, specie reggae, tanti carretti e bici, tanti bambini nei passeggini. Me ne stupisco un po’, anche pensando che non ci saranno più di due gradi.
L’atmosfera è rilassata, quasi hippie, nonostante i poliziotti ai lati della strada che vigilano su quello che accade. Ma nessuna ostilità, nessun coro o cartello che non sia pacifico e a volte anche buffo. Le idee, però, sono chiarissime: la politica non fa abbastanza, il summit non sta andando come previsto e sarà un fallimento se non ne verrà fuori un trattato ambizioso e legalmente vincolante.
 
Chiacchierando scopriamo gente da tante parti d’Europa, arrivati dopo 20 ore di treno, o che hanno sistemazioni di fortuna nelle scuole o nelle case che molti danesi hanno messo a disposizione. Ci sono moltissimi giovani e giovanissimi, sono motivatissimi e molto allegri. L’atmosfera è quasi surreale: trovarsi ad ascoltare discorsi inneggianti alla pace e considerazioni su come noi tutti possiamo fare la differenza può sembrare surreale, quasi ingenuo. Ma è un fatto che questa sia la motivazione che ha portato qui decine di migliaia di persone nel freddo di un sabato danese con carri, cartelli, travestimenti (molto gettonato quello da orso polare).
Alle cinque è già buio e mentre ci avviciniamo al Bella Center un applauso spontaneo scroscia e vengono accese tante torce e candele, speriamo che la visione di tutta questa gente colpisca i politici, così come colpisce me.
 
A fine manifestazione si torna a casa, ripercorrendo tutto a ritroso e ripensando alla giornata. Al ritorno, però, la sorpresa è grande nel sentir parlare di scontri e violenze, una cosa di cui non abbiamo visto traccia (ci siamo mantenuti nella prima metà della manifestazione), e nel vedere che lo spazio sui giornali italiani è stato dato quasi solo a quello.
 
Stamattina, stupita, chiedo notizie a Henry (che è venuto da Londra per girare un documentario su COP15), sapendo che ha girato anche nella coda del corteo. Lui mi dice che sì, ha visto che qualcuno ha tirato oggetti e fatto esplodere qualcosa dopo circa mezz’ora dall’inizio della manifestazione, ma che il tutto è durato circa un quarto d’ora. Tanto ci ha messo la polizia danese a dividere in due il corteo, isolare i violenti e portarli fuori dalla folla.
 
Ho appena il tempo di mettere online le foto che sono riuscita a scattare e di scrivere qualche frase con le prime impressioni, sperando che questo riesca a raccontare qualcosa di una manifestazione che in Italia, forse, non è stata vista affatto.
Già ieri sera ho letto alcuni commenti in Rete e ho dato qualche risposta, mi auguro che ci siano ulteriori conversazioni e considerazioni a partire da questo mio racconto del Global Day of Action che ho vissuto.

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Commenti

mi compiaccio, che gli


mi compiaccio, che gli incidenti siano stati pochi circoscritti e immediatamente messi in isolamento esotto controllo dalla polizia locale. Al vero l'immagine e l'impressione che ne venva fuori guardando la tv ieri era ben altra, lasciando discredito sull'intero meating e sconforto, lasciando così spazio all'idea che x i giovani ogni occasione è buona x fare caos.
Dal tuo racconto, invece, traggo conforto e speranza: il popolo che ha partecipato mostrando maturità e serietà nel manifestare è largamente consapevole che sono scelte importanti, quelle che vengono prese in considerazione dalla Politica. E mi fà dire che se qualcosa si muove in modo pacifico, il frutto verrà, inevitabilmente.