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Reportage dai luoghi in cui tre mesi fa scoppiò la guerriglia, dove quasi nulla è cambiato. ROSARNO (RC) - Ha appena piovuto quando arriviamo a Rosarno, è primo pomeriggio e non c’è molta gente per le strade. Sono passati tre mesi da quando, dal 7 al 10 gennaio, queste strade fecero da sfondo ai drammatici scontri tra gli extracomunitari esasperati dalle condizioni di lavoro al confine con la schiavitù e la popolazione della cittadina calabrese. La tensione in paese è stata riaccesa dagli arresti dello scorso 26 aprile, che hanno portato in carcere 30 tra caporali e proprietari di agrumeti, tutti accusati di associazione a delinquere, sfruttamento della manodopera e induzione all’immigrazione clandestina. Le immagini della guerriglia di gennaio hanno fatto il giro del mondo. Seguite da proclami politici, buoni propositi, manifestazioni di solidarietà e impegni a cambiare le cose. Quando la situazione si tranquillizza, alcuni pullman carichi di extracomunitari partono da Rosarno in direzione di Crotone e Bari, e in tutto sono 1200 ad andarsene. Altrettanti vanno via con mezzi propri, consapevoli che una convivenza pacifica non è più possibile. Sembra che tutto sia finito. Ma non è esattamente così. “Sono dieci anni che vivo qui, ed è la prima volta che così tanta gente mi avvicina per chiedermi cosa ne pensi io della situazione degli extracomunitari qui a Rosarno. Cosa dovrei pensare? Ha visto in che condizioni viviamo? L’acqua è a due km da qui, la prendiamo con le taniche. E a volte un vicino ci fa il favore di farci attaccare alle sue prese i caricabatteria dei telefonini”. Si fa chiamare Marco il ragazzo che ci fa entrare nel campo in cui vive una comunità di immigrati che vengono dalla Costa d’Avorio. Quando arriviamo, alcuni di loro stanno recitando le preghiere inginocchiati su un tappetino, un angolo improvvisato di spiritualità. Gli altri preparano il caffè e ci osservano da lontano. Il primo maggio a Rosarno ci sarà una grande manifestazione per il lavoro, la legalità e la solidarietà. Il comizio conclusivo sarà tenuto dai tre segretari dei sindacati Cgil, Cisl e Uil. Chiediamo se qualcuno di loro ci andrà. “Non abbiamo ancora deciso, ma non credo che saremo presenti. Perché far finta che le cose qui sono cambiate quando in realtà è tutto come prima?”. Due baracche di cemento, delle tende sbilenche a far da porta, qualche fornello da campo. Le condizioni di vita dei lavoratori extracomunitari nelle campagne di Rosarno sono immutate, eppure molti di loro sono rimasti qui. Altri, che se n’erano andati a gennaio, sono tornati. “Cosa dovremmo fare? Ci danno 25 euro al giorno per una giornata lavorativa che va dalle 8 fino a quando non tramonta il sole, ma qualcosa da fare c’è sempre. Oggi abbiamo perso mezza giornata di lavoro per la pioggia, ma in questo periodo ci sono ancora le ultime arance da raccogliere, e i pomodori da piantare”. Marco ci spiega che la difficoltà maggiore è data dall’impossibilità di avere una casa normale. Ma qui nessuno se la sente di affittare loro un appartamento. “Troppo rischioso, ha visto che gente è?”, dice un contadino proprietario di un terreno vicino al campo. “Sono brave persone, per carità, non dico questo. Ma la affitti a quattro di loro e subito diventano dieci, dodici. E poi mangiano con le mani, hanno abitudini diverse dalle nostre. Anche se pagano, io non mi sentirei di farli vivere in casa mia”. Il dialogo tra i cittadini di Rosarno e gli immigrati non è mai stato facile. Le associazioni di volontariato e la chiesa fanno quello che possono, ma la realtà è che non sono mai stati accettati veramente. “Ci sono ragazzini che non erano ancora nati quando sono arrivato a Rosarno, e che passando da qui ci insultano e ci tirano delle pietre. La verità è che nessuno ha veramente voglia nemmeno di provare a di capire chi siamo veramente”. In un luogo in cui lo stipendio medio mensile è di 700 euro, c’è anche chi sottolinea un’altra questione. “Molti degli agrumi raccolti quest’anno sono rimasti invenduti”, spiega un rappresentante della rete civica “L’altra Rosarno”. “I costi sono maggiori dei ricavi. Con un ettaro di terreno al massimo guadagni 2000 euro, ma per mettere un bracciante in regola e guadagnarci qualcosa devi ricavarne almeno 3000. Non è questione di razzismo, piuttosto di silenzio totale delle istituzioni nei confronti di una difficoltà economica e sociale che caratterizza tutto il territorio”. Il pomeriggio è ormai inoltrato, e la giornata lavorativa è alla fine. Le strade che attraversano i campi sono allagate dalla pioggia di qualche ora prima, e ogni tanto incrociamo qualche bracciante di ritorno dai campi su una bicicletta arrugginita. Uno di questi, Amadoun, 22enne nato in Ghana, si ferma a parlare con noi. “Sono arrivato qui dieci giorni fa, e non c’ero quando ci sono stati gli scontri, ma naturalmente so tutto. L’idea che mi sono fatto io è che non si può condannare un paese, perché alla fine il male è ovunque. Italia, America o Francia cambia poco”. Amadoun è un operaio specializzato, ha studiato in un istituto professionale di Piacenza, ha il permesso di soggiorno e sta studiando per l’esame per la patente B. “Sono arrivato qui per tirare su un po’ di soldi. Semino, mi occupo di pulire i terreni dalle erbacce, do una mano per piccoli lavoretti. Lavoro tutto il giorno, e alla fine mi metto in tasca 25 euro. Ma un giorno spero di fare il lavoro per cui ho studiato”.
Marìka Surace