Sono 22mila malati di aids in Italia. Pochi? Tanti? La Giornata mondiale sull'Aids è l'occasione per fare il punto della situazione sulla malattia che è stata un flagello simbolico per tutti gli anni Ottanta e Novanta e che ora sembra scomparsa sia dai giornali che anche dalle preoccupazioni delle ultime generazioni. Una delle più terrificanti epidemie recenti, che ha ucciso più di 25 milioni di uomini e donne nel mondo negli ultimi trent'anni, è stata digerita o dimenticata dall'opinione pubblica.
Eppure il virus dell'Hiv non è affatto scomparso dal nostro paese. In Italia una persona è infettata ogni due ore, e di queste due su tre sono stranieri. Le nuove infezioni sono circa 4mila ogni anno e le persone sieropositive sono circa 150mila, tuttavia il numero di malati di aids diminuisce di 4mila ogni anno.
Dal 1982, quando sono stati registrati i primi casi, in Italia sono state colpite dall'Aids 63mila persone e di queste 40mila sono morte.
Ma, soprattutto, emerge un dato importante: nonostante i casi di Aids conclamato siano in diminuzione, in Italia ogni anno vengono diagnosticati 6,7 nuovi casi di sieropositività ogni 100.000 abitanti. Dopo un notevole decremento dell’incidenza Hiv durante gli anni ’90, negli ultimi dieci anni si sono avute circa 3.500-4.000 nuove infezioni all’anno.
Ciò dimostra come l’Aids stia diventando per certi versi una malattia ancora più insidiosa che in passato, a causa di una percezione e di alcune convinzioni errate diffuse tra la popolazione. Il profilo della persona sieropositiva si è radicalmente modificato negli ultimi dieci anni. Lo dimostrano anche i dati resi noti in questi giorni e forniti da ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità (Iss): è in aumento l'età in cui si contrae il virus (39 anni per gli uomini e 35 per le donne), in 8 casi su 10 il virus Hiv si trasmette per via sessuale e gli eterosessuali sono i più colpiti (65,4%).
Quindi la trasmissione per via sessuale è divenuta la più frequente modalità di contagio e il rischio eterosessuale coinvolge la quasi totalità della popolazione sessualmente attiva che non percepisce il rapporto sessuale non protetto come sufficientemente a rischio, in particolare se si tratta di persone di età matura. Il giovane tossicodipendente attivo, che era il soggetto in origine più rappresentato in tutte le casistiche nazionali, costituisce oggi un’assoluta minoranza.
Sensibilizzazione e informazione, dunque. Proprio per questa ragione oggi, nelle università e in ben 32 piazze italiane, il Cesvi lancia il Virus Free Day: studenti di medicina e volontari intervisteranno i più giovani, utilizzando il Free Virus Test, un quiz preparato da esperti sulle tematiche legate al virus e alla sua diffusione, con l'obiettivo di sconfiggere stereotipi e pregiudizi sull'Aids/Hiv.
Senza dimenticare gli stranieri: se è vero che il pericolo maggiore è per i più giovani, bisogna ricordare che nel nostro paese molti adolescenti non sono di origine italiana, e spesso non hanno ricevuto nel loro paese un'adeguata informazione sui metodi di prevenzione. Ecco quindi un'iniziativa molto interessante: la comunità del quartiere torinese di San Salvario, quartiere multietnico di Torino , ha organizzato un corso per bambini e adolescenti di diverse nazionalità. Dal gergo più comune (come si dice la parola profilattico in rumeno, polacco, arabo) al confronto sui temi più interessanti, come la percezione della malattia da parte dei ragazzini del Senegal e la concreta conoscenza che ne hanno le ragazze che vengono da paesi di tradizione musulmana. Tutto per la creazione di un linguaggio condiviso, che porti a una prima ma efficace protezione dal virus.
Ma se le cose in Italia sembrano andare meglio, è drammatica ancora la situazione in altre parti del mondo, soprattutto in Africa. Nel 2001 circa 5 milioni e 700mila di giovani tra i 15 e i 24 anni erano sieropositivi. Nel 2009 il numero si è ridotto a 5 milioni. Tuttavia in nove paesi, tutti in Africa subsahariana, circa 1 su 20 giovani è sieropositivo. E le donne sono più colpite degli uomini dal virus. A livello globale più del 60% dei giovani sieropositivi sono donne e nell'Africa meridionale la percentuale raggiunge il 70%.
E proprio questo numero dice quanto dovrebbe essere importante dar seguito alla prima, timida apertura del Vaticano sui profilattici. Che possano utilizzarlo solo i “prostituti maschi” - questa pare fosse la lettera dell'intervento recente di Benedetto XVI – circoscrive un po' troppo l'ambito di incidenza. E proprio in questa direzione guarda l'ultimo rapporto su "Bambini e Aids” realizzato congiuntamente da Unicef, Oms, Unfpa, Unesco e Unaids. E' possibile – si legge nel testo – una generazione libera dall'Aids, ma la comunità internazionale deve aumentare gli interventi per fornire accesso universale alla prevenzione, ai trattamenti e alla protezione sociale per l'Hiv".
"Ogni anno circa 370mila bambini nascono sieropositivi. Ognuna di queste infezioni si può prevenire" afferma Michel Sidibè, direttore generale di Unaids. "Tuttavia dobbiamo fermare le morti delle madri e i contagi dei bambini. Ecco perché ho posto l'obiettivo dell'eliminazione virtuale della trasmissione da madre a figlio dell'hiv entro il 2015".