Era sembrata la cosa più normale del mondo a S.T., ventiseienne, pakistano ma residente in Italia da ben 15 anni. Iscriversi al Servizio Civile, un anno di volontariato presso le centinaia di realtà che offrono ai giovani l'opportunità di lavorare a stretto contatto con il no profit, era per lui un'occasione per mettersi alla prova, prendersi un anno sabbatico dall'università a cui è iscritto, conoscere nuove persone.
Così, lui che ha frequentato nel nostro Paese le scuole, qui si è diplomato e qui ha i suoi amici e la sua famiglia, visto che si sente un po' italiano vorrebbe fare domanda per candidarsi al bando del 20 settembre 2011, che prevede la selezione di 10.481 volontari da impiegare in progetti di servizio civile in Italia e all’estero.
Peccato che lo stesso bando, all'articolo 3, preveda come primo requisito per i candidati quello di essere cittadini italiani. Una bella rogna, se si pensa a quanto sia difficile, in Italia, diventare cittadini. Il problema è che S.T. la sua decisione l'aveva presa, aveva messo in conto di dedicare un anno di lavoro a uno dei progetti in bando, e visto che sta qui da abbastanza tempo da sapere che in Italia il ricorso è all'ordine del giorno, ha affidato la sua richiesta a tre legali e adesso la decisione è nelle mani del Tribunale di Milano.
Il ricorso è stato sollevato per discriminazione contro la Presidenza del Consiglio dei ministri, da cui dipende l'Ufficio nazionale per il servizio civile. Con il ventiseienne si sono schierati la Camera del Lavoro e la Cisl di Milano, Asgi e Avvocati per niente. Secondo i legali quello della cittadinanza italiana obbligatoria è un requisito discriminatorio e anacronistico perché ora il servizio civile non è più legato all'obiezione di coscienza quando la leva militare (fino al 2005) era obbligatoria. Oggi il servizio civile "viene svolto su base esclusivamente volontaria -scrivono i legali nel ricorso-, e rappresenta un’autonoma, libera modalità di contribuire alla tutela dei diritti della persona, all’educazione alla pace dei popoli, alla solidarietà e cooperazione a livello nazionale ed internazionale e si è dunque affrancato definitivamente tanto dall’obiezione di coscienza quanto dal servizio militare".
L'esclusione dei giovani stranieri dal servizio civile costituisce una "disparità di trattamento del tutto priva di giustificazione". Si tratta infatti di "giovani di seconda generazione o comunque da lungo tempo residenti in Italia (come nel caso del ricorrente) che, confinati nella condizione di “stranieri” da una risalente legge sulla cittadinanza, aspirano ad un pieno inserimento nella società italiana - si legge sempre nel ricorso - e cionondimeno sono esclusi da una forma di partecipazione alla vita collettiva che va ormai assumendo una dimensione significativa (si tratta ogni anno di 10.000/20.000 giovani l’anno, o anche più, a seconda delle disponibilità finanziarie)".
Diversi i commenti seguiti al ricorso. Secondo Ivan Nissoli, che è il responsabile per il Servizio Civile della Caritas Italiana, "il servizio civile è un'occasione di educazione alla cittadinanza, tanto che vorremmo allargarlo anche ad altre categorie come i detenuti", tanto che da tempo la Caritas chiede alle istituzioni di aprire agli stranieri. Mentre il sottosegretario Giovanardi chiude alle aperture affermando che "il servizio civile, insieme a quello militare è un modo per servire la patria. Per l'extracomunitario la patria non è l'Italia".
Un modo forse troppo netto di chiudere la questione, che come sempre si allarga sulla questione, ancora irrisolta, della cittadinanza e dei diritti degli stranieri nel nostro paese. Intanto S.T. aspetterà l'esito del ricorso per sapere se il prossimo anno potrà svolgere l'attività che aveva programmato. Con la speranza che il Tribunale prenda in considerazione un precedente del 1999, da una sentenza della Corte Costituzionale che stabiliva che il servizio militare era un obbligo anche per gli apolidi. Dopotutto stiamo parlando di concorrere al bene della società, e non vediamo perché un giovane pakistano non poss dare volontariamente il proprio contributo al Paese in cui vive.
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