Lampedusa: il naufragio del 7 settembre riapre l'emergenza
È trascorsa una settimana ormai dal naufragio della nave di immigrati tunisini che nella notte tra il 6 e il 7 settembre si è inabissata senza lasciare traccia al largo delle coste di Lampedusa. 56 superstiti, 80 dispersi, 2 corpi senza vita: questo, finora, il bilancio della tragedia. Moltissime le questioni che tornano ad imporsi con urgenza. Abbiamo chiesto ad Alessandra Ballerini, Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione, un commento sulla vicenda.
“Non pensavo così freddo… Non pensavo così tanta paura...”. Questa la testimonianza di un bambino sopravvissuto a uno dei tanti viaggi della speranza che troppo spesso tingono di rosso i nostri mari, sconcertano, allarmano, indignano e poi, così come scivolano via dalle prime pagine dei quotidiani, finiscono per sparire dalla coscienza e dalla memoria collettiva.
“Non pensavo…”. In queste due parole c’è già contratto e sussurrato tutto il dramma dell’immigrazione clandestina. La consapevolezza pregressa delle difficoltà, della pericolosità, della durezza della migrazione attraverso i canali sommersi della clandestinità e, al tempo stesso, l’abnormità di un disagio al quale è impossibile preparasi, che è impossibile da immaginare (il freddo della notte, l’immobilità, la fame, la sete, la paura). E questa esperienza abnorme, tracciata nella pelle di chi sulla terra ferma ha la fortuna di arrivarci, testimoniata dalle ferite del corpo, più che dalle parole del linguaggio, è solo l’inizio. Seguono i controlli, il trasporto coatto nei CIE (Centri di identificazione e di espulsione) o nei centri di accoglienza, la detenzione e, spesso, il rimpatrio.
Eppure tanti, tantissimi migranti continuano ad intraprendere questa odissea alla volta dell’Italia e dell’Europa nella speranza di un nuovo inizio e soprattutto di un futuro affrancato dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Dopo un periodo di latenza i tentativi di sbarco sono ricominciati in modo massiccio. Solo 7 giorni fa, nella notte tra il 6 e il 7 settembre, la Guardia Costiera riceveva la telefonata di allarme naufragio di una nave di tunisini nei mari delle isole Pelagie. Dopo poche ore i soccorsi erano sul posto, l’isolotto di Lampione, situato al largo delle coste di Lampedusa; lì trovavano i 56 superstiti, salvati dal mare o recuperati dalla terra faticosamente raggiunta. Dell’imbarcazione nessuna traccia. In questi 6 giorni le ricerche non si sono fermate, 5 motovedette, un aereo e un elicottero hanno continuato a sorvegliare e scandagliare un ampio tratto di mare, ma dei dispersi, 80 stando ai racconti dei naufraghi, il Mediterraneo ne ha restituiti fino ad oggi solo due senza vita.
La procura di Palermo ha aperto un’indagine e le conversazioni con i sopravvissuti stanno profilando uno scenario ben diverso da quello prospettatosi all’inizio. C’è il sospetto forte che non si sia trattato di un incidente, ma di un abbandono volontario da parte degli scafisti. Le autorità consolari tunisine intanto, arrivate a Lampedusa lo scorso 11 settembre, hanno dato un nome a 36 dispersi. Gli altri restano anonimi.
Come commentare l’ennesima tragedia? Come reagire? Cosa sperare?
Abbiamo chiesto un commento ad Alessandra Ballerini, voce sensibile, attenta e competente in materia di immigrazione e diritti umani, che a Lampedusa c’è stata, che ha visitato i centri di accoglienza e che le implicazioni profonde e i risvolti drammatici dell’immigrazione illegale li conosce da vicino.
“La buona notizia, intanto, è che gli sbarchi ci siano, che queste persone riescano ad approdare sulle nostre coste, che arrivino vivi”, ci racconta Alessandra, facendo sue le parole di Giusi Nicolini, sindaco illuminato dell’isola di Lampedusa. "Una buona notizia sarebbe sapere che queste persone non devono morire per avere una vita migliore", aggiunge.
È Alessandra che ci ha riportato le parole del bambino che aprono questo articolo; parole che danno la misura del sacrificio immane che tante persone sono disposte a compiere per approdare sulle coste italiane, senza alcuna garanzia di salvezza. Quelle parole e la sequela di sbarchi falliti o riusciti, sono un monito per tutti, per l’opinione pubblica e per il sentire comune, per i governi e per gli organismi internazionali. È necessario fare in modo che queste persone, che continueranno a rivolgersi al mercato dell’immigrazione clandestina per fuggire da guerre, carestie, povertà e dittature, possano raggiungere l’Italia e l’Europa in modo legale e sicuro, continua Alessandra Ballerini; e l’unica via da percorrere è quella politica ed europea, quella della cooperazione tra Stati, tra Italia/Europa e i paesi di provenienza che metta al centro il rispetto dei diritti umani, con l’obiettivo di monitorare, non inibire, e proteggere le rotte migratorie.
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