Intervista a Klarita Grazhdani

Immigrazione

Klarita è di origine albanese, ma ha doppia cittadinanza (albanese/italiana). Lavora come mediatrice culturale a diversi progetti per la provincia di Pesaro-Urbino. Ci racconta, in base alla sua esperienza concreta e quotidiana, quali sono le difficoltà che rallentano e ostacolano il percorso d’integrazione degli immigrati nella nostra società.

1) Ci può descrivere qual è la situazione della nostra società? È inesatto definirla la “società dell'immigrazione”?

In Italia ho riscontrato un livello di accoglienza molto alto, ma allo stesso tempo anche una certa diffidenza. La diffidenza sta nel pensiero (errato, come dimostrano numerose statistiche pubblicate nei media) che il livello culturale medio degli immigrati sia basso. Chi non ha avuto strumenti viene disprezzato.

La nostra non è una società dell’immigrazione. Le cifre sono ancora troppo basse (solo 4.333.000 immigrati residenti, secondo il dossier statistico 2009, presentato il 28 ottobre 2009 - che corrispondono ca. al 7% della popolazione) per poterla definire così; l’immigrazione è nuova, giovane in questo Paese: i primi veri e consistenti flussi si sono avuti solo a partire dagli anni ‘90.
In quest’ultimo decennio la società italiana ha iniziato a fare le prime “prove di convivenza” con le altre culture, anche se purtroppo a causa del terrorismo si sta registrando una graduale chiusura verso “la cultura straniera”.

2) Gli immigrati sono – dal punto di vista dei diritti - considerati cittadini di classe B? Quali sono i servizi su cui secondo Lei si dovrebbe puntare per migliorare il loro inserimento nella società italiana?

Sì, in Italia i cittadini stranieri sono di fatto svantaggiati e quindi possono essere considerati di classe B. Basti pensare al reddito medio di un lavoratore straniero, che risulta inferiore al 40% del reddito percepito da un lavoratore italiano impiegato nello stesso settore.
Lo stato italiano ha approvato una legislazione sull’immigrazione, ma molti diritti sanciti a favore dello straniero rimangono per ora solo delle utopie.
I documenti di cittadinanza non bastano; occorre rispettare e velocizzare i tempi legislativi di tali leggi, perché altrimenti vengono a crearsi condizioni di clandestinità.
E’ di vitale importanza garantire una maggiore tutela dei diritti degli immigrati, evitando di trasmettere messaggi mediatici sempre negativi, che contribuiscono solo alla creazione di una maggiore diffidenza nei loro confronti.

Secondo me un valido strumento d’inserimento dello straniero nella società italiana è garantito dalla figura svolta dai mediatori culturali. Per questo sto collaborando con la provincia di Pesaro-Urbino al progetto “Immigrati e cittadini invisibili” (ICI), che ha lo scopo di creare un réseau per l’albo provinciale dei mediatori culturali.
L’obiettivo futuro sarà quello di riconoscere l’albo dei mediatori culturali a livello nazionale: a questo proposito l’On. Di Biagio il 12/03/2009 ha presentato la proposta di legge n.2138/2009.

3) E’ possibile sviluppare un dialogo interculturale tra popolazioni che possiedono storia e valori profondamente differenti?

Certo, è possibile – anzi è auspicabile - però è necessario ricordarsi che il valore del dialogo deve essere reciproco.
Lo scopo non deve essere l’acquisizione di cittadini cosiddetti “integrati” nella cultura italiana, ma di “nuovi cittadini” che promuovano la creazione di una società multiculturale.
E’ fondamentale interagire con gli immigrati che hanno strumenti di avvicinamento alla cultura italiana e che possano mediare con gli stranieri che non li hanno avuti.
L’obiettivo è creare maggiori punti di riferimento nel territorio per avere un doppio scambio di conoscenza interculturale.

4) E’ possibile educare e formare una cittadinanza attiva nella costruzione di una realtà sociale unita, indipendentemente dalle diversità culturali?

Per raggiungere tale obiettivo è importante ascoltare anche la voce degli immigrati: non tutti sono terroristi, delinquenti o ladri. Molti giovani immigrati che lavorano contribuiscono a mantenere in piedi il pensionamento per la fascia anziana della società italiana (la provincia di Pesaro-Urbino è una tra le più longeve di Italia!).
Troppo spesso le comunità di stranieri si raccolgono in gruppi etnici ristretti per combattere la solitudine e l’incomprensione culturale e linguistica che vivono quotidianamente.
Occorre eliminare la ghettizzazione degli stranieri, per evitare la formazione di atteggiamenti di difesa, messi in atto a seguito della diffidenza nutrita nei loro confronti.
E’ basilare spezzare questo processo che porta solo alla creazione di conflitti culturali.
La figura del mediatore culturale diventa indispensabile: è il messaggero di pace ed aiuta i cittadini stranieri a renderli protagonisti della politica sindacale e dei tanti altri aspetti della vita sociale comunitaria. Questo ruolo aiuta a trasmettere (ed evidenziare) alla popolazione italiana i valori positivi legati a culture “altre”, cancellando il giudizio fatto di luoghi comuni.

5) Quali sono i suoi suggerimenti concreti per promuovere la comunicazione interculturale?

Spesso siamo abituati ad associare la cultura di un popolo alla conoscenza di qualche suo piatto (cucina etnica). Ma la cultura non si esaurisce solo nel cibo, è un insieme di aspetti, valori, storia e tradizioni.
Per questo è importante promuovere le varie culture tramite corsi e questo lo si può fare collegando reti di associazioni culturali nel territorio.

Inoltre è fondamentale lavorare sui progetti scolastici, che coinvolgano le famiglie: in questo modo si può diffondere informazioni sulla storia, sulla geografia e sulle tradizioni delle altre culture.
Certamente occorre smorzare nei cittadini italiani il sentimento anti-immigrati; da una ricerca pubblicata a Washington il 4/11/2009, risulta che l’Italia detiene un triste primato: è il Paese più diffidente nei confronti degli immigrati.
Forse se si informasse l’opinione pubblica che nell’anno 2007 i lavoratori stranieri hanno versato 7 miliardi di euro di contributi previdenziali (pari al 4% del totale) e 3 miliardi di euro di Irpef, Iva, imposte sul lavoro autonomo e sui fabbricati, e che nell’anno 2006 il loro apporto lavorativo è stato di ca. 122 miliardi di euro (pari al 9,2% del PIL nazionale), la loro presenza verrebbe riconsiderata come nuova ed effettiva forza economica del nostro Paese.

Foto di Jpchan