Nuovi italiani per una nuova nazione - ITALIA 150

“Il 17 marzo? Non abbiamo ancora deciso cosa fare, magari una gita, ma chi lo sa”. Sumaya Abdel Qader, 32 anni, origini giordano palestinesi ma italiana di nascita e, dunque, di cittadinanza (ovviamente ottenuta dopo il raggiungimento dei fatidici 18 anni) non è una che aspetta che ci sia una ricorrenza per riflettere su cosa voglia dire essere italiani.
Una come lei, d’altronde, che sul tema dell’identità ci ha scritto un libro (Porto il velo, adoro i Queen, Sonzogno) e che ha fondato l’associazione Giovani Musulmani d’Italia, non può certo farsi trovare distratta quando l’intero paese festeggia, in gran pompa, il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia.

E lei, che più volte ha dichiarato di sentirsi pienamente italiana, prova a rispondere ancora una volta a chi vede una contraddizione tra essere musulmani, portare il velo ed essere al tempo stesso italiana: “Il problema è che non si può prescindere da cosa si intenda per essere italiani. Con le definizioni si può giocare. Per me essere italiana è avere fatto una scelta di vita, e dunque vivere appieno il mio essere cittadina, in modo attivo e costruttivo. Credo che ormai nessuno possa negare che il concetto di italianità legato solo alle radici e alle tradizioni sia superato”.

Superato o forse mai davvero esistito, almeno nell’idea dei fondatori della patria e dei padri costituenti, che già nel 1948 riconoscevano un grande valore alla diversità. “La sfida, oggi, è proprio quella di rivedere il concetto di cittadinanza, in quanto non possiamo affermare che l’italianità appartenga solo a persone che parlano la stessa lingua, hanno la stessa religione ecc. Nella nostra Costituzione si riconoscono le minoranze linguistiche, religiose, etniche, e all’origine storica del nostro Paese c’è proprio un’esaltazione degli scambi tra culture diverse tra loro”.

Ma cosa significa, per Sumaya, essere orgogliosa di essere italiana? “Non posso assolutamente negare che l’Italia sia un paese ricchissimo, che soprattutto in passato ha creato cultura e bellezza di cui andar fieri. Però non possiamo dire che sia tutto rose e fiori. Le difficoltà sono sotto gli occhi di tutti, oggi. Quello che mi interessa dire è che forse è proprio restando qui in momenti difficili che si dimostra quanto grande sia l’amore per questa nazione”.

Soprattutto per gli italiani di seconda generazione come lei diventa spesso difficile farsi accettare dai connazionali che invece vantano antenati e generazioni nate sul territorio. Eppure lei è convinta che “italiani non si nasce, si diventa. Senza dubbio. E se vogliamo, possiamo pensare a tutti i nostri connazionali che sono andati a vivere all’estero decine di anni fa e i cui figli, pur sentendo ancora vivo il legame con l’Italia, si sentono americani, tedeschi, australiani. Cittadini del paese che ha accolto i loro genitori e in cui sono nati. Dirò di più: non è nemmeno una questione burocratica, di carte e certificazioni. Italiano è chi vuole essere italiano”.

Marìka Surace

Anche perché, forse paradossalmente, c’è da parte di coloro che non possono vantare radici così profonde una riflessione maggiore su cosa voglia dire vivere in questo paese e farne parte davvero. “Chi arriva qui e deve domandarsi, a un certo punto, che tipo di direzione dare alla propria vita, se scegliere la chiusura o la partecipazione. Molti italiani danno invece per scontati certi concetti. Primo fra tutti, la legalità. E, ovviamente, il senso civico. Vogliamo parlare degli italiani e del bene comune, della collettività? Ecco, invece spesso noi cittadini di seconda generazione siamo molto più attenti al valore che diamo al paese che ci sta accogliendo”.

Sumaya viaggia, educa le sue figlie (iscritte a scuole cattoliche, scelte per il senso di disciplina che viene insegnato), scrive. E non smette di raccontare il suo punto di vista sull’Italia, augurandosi davvero che, questo anniversario, sia almeno un pretesto per pensare in maniera nuova a un paese troppo diviso. Come ultima domanda le chiediamo se ci sono dei personaggi che lei sente particolarmente esemplari nella storia d’Italia.

La sua risposta, ovviamente, sorprende per la riflessione che c’è dietro: “I personaggi a cui riesco a pensare sono due. Il primo è la Costituzione Italiana, sentita come se fosse viva, vivente, perché in fondo è così che è: la Costituzione ci parla ogni giorno, si adatta meglio di qualsiasi altra cosa ai cambiamenti sociali, è attuale e dipinge un ritratto di come dovrebbe davvero essere l’Italia che amiamo. Il secondo personaggio è il regista Federico Fellini. Credo che nessuno abbia raccontato l’Italia meglio di lui, che diceva di non voler dimostrare nulla, ma solo mostrare. Debolezze, difetti, aspetti grotteschi. Ecco, mi chiedo sempre in che modo, se fosse ancora vivo, rappresenterebbe l’Italia di oggi”.