Un altro di quei geniali ragazzini. Uno di quelli che erano nella stanza in cui Facebook nasceva e prendeva forma, compagno di quegli Zuckerberg e Saverin che abbiamo imparato a conoscere attraverso il film The Social Network.
Chris Hughes, classe 1983, dimostra perfino meno anni di quelli che ha. E, oltre a essere stato tra i cofondatori di Facebook, nel 2008 è stato il coordinatore della campagna elettorale digitale dell’attuale presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Due esperienze che già da sole basterebbero per una vita, ma non si fa parte della generazione F, non se ne è addirittura responsabili, per starsene in un angolo a raccogliere i frutti della propria intraprendenza. Bensì si accettano nuove sfide.
E Hughes la sua l’ha pensata davvero bene. Jumo è la sua creatura: una parola yoruba (lingua originaria dell’Africa occidentale ancora oggi parlata a Cuba) che significa unirsi, tutti insieme, e che dà pienamente il senso di quello che è lo scopo. Jumo è infatti un social network che nasce per connettere tutti quelli che vogliono occuparsi di solidarietà in maniera seria e coloro che vogliono aiutarli. Con le parole dello stesso fondatore, si ripromette di fare “ciò che Yelp ha fatto per i ristoranti, facendo in modo che le persone possano scegliere, trovare, valutare aree di solidarietà che gli interessano”.
L’idea è venita a Hughes dopo il terremoto di Haiti, in cui molte delle vittime, soprattutto nei mesi successivi al disastro, non sono tanto imputabili al terremoto stesso quanto alla povertà del paese, all’impatto di centinaia, migliaia di organizzazioni di volontariato, spesso disorganizzate o comunque con progetti spesso collidenti o troppo simili. Suddiviso in aree tematiche come arte e cultura, ambiente, diritti umani, povertà, per ora è disponibile solo in inglese e in versione Beta. Legato a un doppio filo a Facebook (vi si può accedere solo se si ha un profilo sul suo fratello maggiore e molte applicazioni, come i like, sono direttamente mutuate da lì), permette anche alle singole associazioni di promuovere attraverso le pagine a loro dedicate le singole cause a cui aderire. Tre sono i passaggi principali di interazione: Find, Follow e Support. Jumo aiuta il navigatore a trovare le associazioni che si occupano del suo tema di interesse. Poi fa sì che, seguendo le attività di queste associazioni, si venga continuamente aggiornati sul loro impegno e sulle loro modalità di azione.Si crea una relazione, una conoscenza più approfondita, che può (anche se non sempre, ovviamente) portare il follower a diventare un sostenitore vero e proprio.
Quello che Hughes vuole che sia chiaro è che non si tratta del solito modo per sollecitare donazioni, ma molto di più. In questo settore, infatti, si sono già cimentati molti altri, tra cui basterà ricordare quelli di Global Giving. Su Jumo, invece, è innanzitutto il contatto la priorità, il fatto che persone di diverse parti del mondo si concentrino su un tema che sta loro particolarmente a cuore e si concentrino su una soluzione condivisa. Questa condivisione, secondo Hughes, porta le persone a impegnarsi per molto più tempo, perché si sentiranno coinvolte. La vera sfida, secondo molti esperti, sarà quella di portare un social network un po’ oltre il confine del “following” e del “liking”, creando un posto dove chi apprezza e segue un tema possa trasformarsi in volontario o donatore. Sicuramente è un passo importante nella storia dei social network. E l’impatto economico di quest’operazione potrebbe essere davvero importante, visto che dei 600 miliardi di dollari donato nel 2009 alle associazioni no profit, solo il 6% è passato attraverso il web.