La città di Asterix: da Kabul a Roma, passando per Facebook


È una storia che parte da lontano, lontanissimo anzi. Cinquemila chilometri, anzi 4950 per esser precisi, la maggior parte dei quali percorsi a piedi. Un viaggio che ogni giorno migliaia di bambini e ragazzi afghani percorrono, tra mille difficoltà, nella speranza di raggiungere condizioni di vita migliori. Non a tutti va bene, il viaggio è duro e lungo, circa sei mesi. Ma ad alcuni succede di arrivare in un posto quasi magico, incredibile, in cui è possibile vedere centurioni per le strade come nei cartoni animati, una città bella e grandissima, che viene soprannominata subito (proprio per via dei centurioni) la città di Asterix. Nome immaginifico, che rivela tutta l’innocenza del sogno di quattro ragazzini arrivati a Roma nel 2008. È uno dei giorni in cui il Tevere esonda, piove a dirotto, e i quattro prendono un autobus che li porta a Piramide. Proprio su quell’autobus, stanchi eppure ancora curiosi, incontrano una giornalista, Carlotta Mismetti Capua. Iniziano a chiacchierare, in inglese, e da quel giorno parte un percorso che passa attraverso tutte le vie burocratiche per avere casa, un documento, un’istruzione.

Non facile. Soprattutto perché Carlotta dà appuntamento ai quattro ragazzi per il giorno dopo, e la mattina ne trova soltanto uno, Akmed, che si fida di lei e la cui storia nuova, quella italiana, inizia da lì. Parallelamente nasce qualcos’altro, insieme all’interesse di Carlotta per quello che ne sarà dei ragazzi afghani, per il loro destino. Qualcosa che all’inizio è solo un gruppo su Facebook, persone che raccontano le loro personali esperienze, che cercano di rendere più semplice il percorso dei quattro ragazzi, o che vogliono semplicemente passare a lasciare un messaggio di solidarietà. Ma che successivamente diventa una esperienza di storytelling sul social network, un gruppo di narrazione fatto di parole e di affetto che si stringono attorno alla storia iniziata sull’autobus che andava a Piramide in una sera di pioggia.

Perché Carlotta decide di continuare a scrivere questa storia finché l’esperienza non avrà portato a un lieto fine. E, chissà, magari sarà una storia che non finirà mai, non finché ci saranno ragazzi che viaggiano a piedi da un paese così lontano solo per avere una speranza in più e, una volta arrivati, troveranno difficoltà e ostacoli invece che accoglienza. Diventato prima un ebook e poi ispirazione per un cortometraggio che ha vinto al Roma Fiction Fest, adesso la città di Asterix è diventata un libro, edito da Piemme. Il titolo è Come due stelle nel mare (15 euro, 196 pagine), il racconto è quello universale di un’emergenza che non può essere più soltanto tale quando è quotidiana e coinvolge dei bambini.
Nel frattempo Wali, Madhamat e Abdul, gli altri tre del bus, sono tornati. E poi ripartiti. Un loro amico, Moh, un piccoletto con la faccia da bimbo, ha proseguito il suo viaggio verso Londra. Ma tutti loro, e tutti quelli che verranno dopo, potranno trovare nella città di Asterix la città ideale, quella dove non importa avere documenti per poter entrare e ricevere un sorriso. Una città in cui tutti sono uguali.

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