Forse aveva ragione Aldo Grasso quando scriveva che la televisione è tutt’altro che cattiva quando si mette lì a mostrarti come sarebbero perfette le storie quotidiane se solo dietro ci fosse uno sceneggiatore esperto almeno quanto quelli che scrivono le serie tv americane. Tutto va storto, tutto si riaggiusta, ma come nelle migliori favole niente sarà mai più come all’inizio. Succede che in Italia su certe questioni, prime fra tutte quelle sulla famiglia e i diritti della persona, ci siano ancora dei nodi difficili da sciogliere, purtroppo di mero opportunismo devoto a un’etica sopravvalutata e soprattutto misvalutata. E succede poi che quello che non si riesce a risolvere in Parlamento trovi in televisione una pacifica soluzione, premiata da un pubblico che è anche votante e che quindi certe cose le capisce più di quanto i politici stessi credano. Lo abbiamo appena visto nella mini serie tv Rai Le cose che restano, di Gianluca Maria Tavarelli, quattro puntate che raccontano la storia di una famiglia italiana come tante, alto borghese, una casa di quelle di una volta, piena di stanze che si aprono su un lungo corridoio, quattro figli già grandi.
Una tragedia, di quelle necessarie a smuovere gli animi assopiti su una quotidianità rassicurante, fa in modo che tutti i membri della famiglia abbandonino il pilota automatico e si chiedano chi sono veramente, e a cosa davvero appartengano. Ed ecco che il capofamiglia, Ennio Fantastichini, ingegnere di successo avviato a una tranquilla pensione, decide di andare in Iraq, a ricostruire quello che “anche noi abbiamo contribuito a distruggere”. Mentre uno dei figli, cooperante internazionale sempre in viaggio che lavora per la Farnesina, trova nell’amore per un uomo incontrato per caso una stabilità familiare a cui non aveva mai pensato. Le vicende scorrono con quella giusta lentezza che, priva di colpi di scena a uso e consumo dei cambi di inquadratura, rende le vicende più credibili. La vita di una famiglia spezzata dal dolore prosegue in maniera più incerta, ma prosegue. Lentamente la casa ormai vuota torna a riempirsi perché Nino, il più giovane della famiglia, apre le porta a una clandestina arrivata col barcone da un campo profughi palestinese, alla ricerca della figlia sparita anni prima. Una donna, Shaba, che sarà il vero collante attorno a cui i legami familiari un po’ sfilacciati si ransaldano, nel tentativo comune di aiutarla.
La richiesta dello status di rifugiata al Ministero degli Esteri, la scoperta che la figlia è finita in un giro di prostituzione e droga gestito dalla criminalità organizzata che ricatta gli stranieri clandestini, l’aiuto delle associazioni di volontariato e degli agenti della polizia, la vita che torna a offrire una speranza a chi pensava di aver finito le opzioni. La fiction di Tavarelli è leggera, pacata, ma non per questo i momenti più drammatici perdono d’intensità. Gli si perdonano le ingenuità tipiche della tv italiana, una tendenza alla lacrimona facile, l’indugiare su qualche stereotipo di troppo. Ma non è che adesso si possa pretendere che la tv italiana ribalti completamente i suoi pilastri. E si cerca invece di apprezzarne la buona volontà, già vista in prodotti come Tutti pazzi per amore e, precedentemente, in La meglio gioventù (gli autori sono gli stessi de Le cose che restano.) La volontà di dipingere qualcosa di diverso dalla famiglia Cesaroni, dove la macchietta detta il passo e le soluzioni ai problemi sono così semplici da non nessere alla portata di nessuno che abbia una vita normale.
La storia continua, e mentre Shaba e sua figlia si ritrovano, assistiamo alle difficoltà di una famiglia omosessuale legata solo dall’amore ma non dallo status. Una figlia avuta da uno dei due da una precedente relazione, la malattia, le difficoltà di prendersi cura l’uno dell’altro in mancanza di una legge che apra gli occhi sull’esistenza di relazioni familiari che per molti non saranno convenzionali, eppure esistono. E il cui mancato riconoscimento crea solo sofferenza. La casa con il corridoio e le stanze ampie è ormai nuovamente piena. Di gente che nella maggior parte dei casi non ha nessun rapporto di parentela l’una con l’altra, di persone che all’inizio parlavano lingue diverse e hanno diverse esperienze di vita. Nella notte romana un autobus viaggia dal centro alla periferia, dal Colosseo illuminato a un palazzo dormitorio dove fa capolinea. A bordo ci sono due ventenni, nati nella città eterna, precari, qualche sogno in meno nello zaino rispetto agli anni del liceo. E poi un ragazzo cinese con le cuffie dell’Ipod, un barbone semiaddormentato, due senegalesi con le buste piene di borse di plastica piene di loghi. Generazioni diverse, etnie diverse. Nella stessa città, nella stessa nazione.
Foto di ViaggiAnt