Una giornata per loro. Anche se in fondo dei problemi che li riguardano se ne parla un giorno sì e uno no, senza per questo pensare almeno a risolverli. Il 18 dicembre, da 10 anni, è la giornata dei migranti. Quelli che si muovono in massa, ma anche quelli che per necessità lavorative, per una vita migliore, per avere semplicemente più opportunità, un giorno fanno la valigia e partono. Quanti sono, nel nostro paese, lo sappiamo già. I dati del rapporto 2010 di Caritas Migrantesdipingono una realtà demografica in crescita, perché nonostante gli arrivi diminuiscano (la crisi economica in questo ha un ruolo importante), crescono le nascite. Il riflettore, nell’anno che è trascorso, è sicuramente stato sui ragazzi di seconda generazione.
I nuovi nati da entrambi i genitori stranieri nel corso del 2009 sono 77.148. 21mila in Lombardia, 10mila nel Veneto e in Emilia Romagna, 7mila in Piemonte e nel Lazio, 6mila in Toscana, almeno mille in tutte le altre regioni italiane, fatta eccezione per il Molise, la Basilicata, la Calabria e la Sardegna. Queste nascite incidono per il 13 per cento su tutte le nascite e per più del 20 per cento in Emilia Romagna e Veneto. Se si aggiungono altri 17.000 nati da madre straniera e padre italiano, l’incidenza sul totale dei nati in Italia arriva al 16,5 per cento. Ma soprattutto oltre un ottavo dei residenti stranieri (572.720, 13 per cento) è di seconda generazione, per lo più bambini e ragazzi nati in Italia, nei confronti dei quali l’aggettivo «straniero» è del tutto inappropriato, in quanto accomunati agli italiani dal luogo di nascita, di residenza, dalla lingua, dal sistema formativo e dal percorso di socializzazione.
Molto diversi dai protagonisti di quella che un anno fa è stata definita la rivolta di Rosarno: migranti in condizioni di vita pessime, sfruttati per pochi euro, sottomessi dalla ‘ndrangheta locale, si ribellano e mettono a ferro e fuoco un paese intero. Chiedendo diritti, pretendendo una dignità che nessuno ha mai pensato potesse trovare posto nello spazio umido e sporco delle baracche in cui vivevano. A un anno da allora, cos’è cambiato nelle campagne di Rosarno? Gli africani sono tornati, la raccolta stagionale delle arance ne ha richiamati molti. Ma c’è una novità: il comune non è più commissariato, e un nuovo sindaco eletto pochi giorni fa, una donna per la coalizione del centrosinistra, Elisabetta Tripodi, ha promesso che le politiche di integrazione saranno la sua priorità.
In mezzo a tutto questo la cittadinanza:uno degli argomenti politicamente più dibattuti, divenuto merce di scambio e punto di facile scontro tra interessi che non vogliono coincidere. Obiettivo strategico eppure sempre vago, unica alternativa auspicabile in un paese multiculturale come il nostro. Lo conferma anche il presidente Napolitano con le sue parole, pronunciate proprio in occasione di questa giornata, parole che sottolineano come solo la presenza di immigrati consentaalle imprese di produrre e alle famiglie di essere aiutate nella cura dei propri cari. E come gli immigrati rappresentino oggi una quota significativa non solo dei nuovi occupati, ma anche dei nuovi imprenditori. Ricordando quindi l'imprescindibile contributo che l'immigrazione sta dando e darà al nostro Paese. Con un’apertura verso la concessione della cittadinanza (e il voto agli immigrati)si potrebbe infatti aprirela strada aun’integrazione nuova, fondata sul rispetto reciproco, sul riconoscimento dei diritti di coloro che sonogiunti in Italia e ci vivono da annicon le loro famiglie. Perché la parola migrante sia solo un ricordo scritto sul passaporto.
Foto di Andrea Kunkl