"Io lo shampoo me lo porto da casa, perchè non si sa mai. Però una piega così economica non s'era mai vista. Se mi capiscono non lo so, ma la prima volta gli ho mostrato una foto di come porto i capelli solitamente, e ormai mi conoscono e vanno sul sicuro!". La signora Ambra è molto soddisfatta della sua messa in piega low cost che le permette di essere sempre in ordine nonostante la pensione non sia di quelle più alte. Per fortuna, proprio vicino a casa sua, in via Vallazze, quartiere di Città Studi a Milano, ha aperto questo coloratissimo e un po' strambo salone di parrucchiere. All'interno, a manovrare phon e forbici, solo ragazzi cinesi.
Mentre fino a qualche anno fa le attività chinese style, a Milano, erano limitate ai confini della zona di via Paolo Sarpi, ormai sono in ogni angolo della città. Tanto da aver fatto gridare alla solita Lega Nord che sarebbe tanto meglio istituire un Modello Harlem anche da noi, in modo da limitare l'apertura di esercizi commerciali "etnici" (quindi anche take away sempre cinesi, kebabbari e quant'altro) ad alcune zone, evitando soprattutto le aree storiche e centrali delle città. Ma c'è davvero chi pensa di potercela fare contro la millenaria determinazione cinese? A Bologna ci hanno provato, e i parrucchieri del capoluogo emiliano hanno raccolto le firme per chiedere la chiusura di tutti questi saloni che spuntano come funghi da un giorno all'altro. Il motivo ufficiale? Scarse condizioni igieniche, sostanze chimiche dannose e importate in Italia illegalmente, prodotti non testati. Ma, come dice la signora Ambra, basta portarsi lo shampoo da casa e il resto è fatto.
I cinesi, dalla loro, hanno numerosi vantaggi: sono aperti anche il lunedì, a volte la sera chiudono alle nove, sono velocissimi. E se paghi sei euro per la messa in piega, otto per il taglio e al massimo trenta (i più coraggiosi, ovviamente) per il colore, non ci pensi su troppo e provi. E ti sorprendi subito perchè, solitamente, i parrucchieri aggiungono al lavaggio anche un bel massaggio di schiena e spalle. Compreso nel prezzo. Non c'è gara, insomma. Tanto che perfino a Como, la leghista Como, le signore della città vanno dal parrucchiere cinese di Via Milano. Se non è integrazione questa!
A Quarto Oggiaro, quartiere di Milano ad altissima densità cinese, due di questi saloni sono stati chiusi dai Nas per aver utilizzato le tempere per le tinte. E anche a Prato, Roma e Torino fioccano spesso le multe, anche se la maggior parte delle volte sono per irregolarità nella licenza e nell'importazione dei prodotti.
Nel prezzo basso rientra anche il fatto che spesso, i cinesi, non rilasciano ricevuta fiscale, e che nei loro saloni lavora tutta la famiglia, dalla zia al cugino, e tutti senza contratto. Ma è un fatto che sono davvero più veloci, e che riescono, nello stesso tempo, a lavare, tagliare, colorare capelli in metà del tempo dei colleghi italiani.Il business cresce, e non è l'unico. Perchè gli orientali sembrano aver adocchiato un altro tipo di attività in cui buttarsi: la gestione dei bar. A Milano è vero boom, e un barista su cinque ha gli occhi a mandorla. I locali gestiti da cinesi sono il 19,5% del totale presente nel capoluogo lombardo. Con un aumento vertiginoso dei baristi di origine cinese negli ultimi due anni, circa il 52%. Dopotutto a Milano la comunità orientale è terza per numero di abitanti regolari, e per carattere non sta a guardare se fiuta un affare. Dai magazzini all'ingrosso e i ravioli take away al passaggio dietro il bancone ci sono stati anni di sapiente osservazione del mercato cittadino, studio e investimenti. Dopotutto non è un caso se hanno conquistato anche i mercati globali.
Foto di Mamocalillo