Le ossessioni del burqa. Parla Giancarlo Bosetti

Dall'hijab al burqa. Cos'è il velo, anzi cosa significano i molti veli per le donne che li indossano in Marocco o in Arabia Saudita, in Turchia oppure a Roma o Parigi. Si tratta di differenze che non vanno cancellate. E' sbagliato punire l'uso del velo integrale perché diverso da una tradizione, come può capitare in Europa. Nel Vecchio Continente, inoltre, c'è una grossa differenza sul modo di intendere la cittadinanza, tra chi la vede come premio alla fine di un percorso d'integrazione da parte dell'immigrato e chi la vede come strumento per l'integrazione.


Commenti

Pubblichiamo qui di seguito


Pubblichiamo qui di seguito un commento di Giancarlo Bosetti ricevuto in risposta ad un intervento sulla nostra pagina fan di Facebook:

Con i "se" e con i "ma" e' cominciata la civilta' umana, quella parte della civilta' che si afferma proprio con quelle che si chiamano spregiativamente "sfumature" e che sono spesso "differenze" importanti, e che si capiscono quando si posano i randelli e si cominciano i negoziati, i mercanteggiamenti, gli scambi con tutto quel che segue. Dunque non sarebbe male abbandonare le ossessioni che non sono mai buone consigliere. La questione della sicurezza e della identitificazione delle persone davanti alla legge e' fuori discussione: se una suora va in banca per riscuotere un assegno non ha bisogno di levarsi il velo, la si puo' vedere in faccia. Lo stesso vale per il velo di qualunque genere, che lasci scoperto il viso, che sia islamico o cristiano, marocchino, montenegrino o magari calabrese. Diversa e' la questione del burqa: se la situazione esige una identificazione (per il conto in banca o per il biglietto del treno) non c'e'scampo, si dovra' scoprire il viso, come alla fine ha fatto anche la signora musulmana di Novara. Si potra' discutere sul modo e sulla richiesta che sia una donna ad eseguire la identificazione (come avviene ordinariamente per le perquisizioni negli aeroporti). Il che si potra' fare, salvo che nei casi di urgenza dove sia in gioco la sicurezza. Ma la verita' e' che il burqa riguarda pochissimi casi in Italia (e qualcuno di piu', concediamo, in Francia) e che la ossessione anti-burqa rischia di estendersi - e qui metto in guarda Sabina Falivene - al velo, al foulard, allo "scarf" che copre la testa. Qui bisogna davvero imparare a distinguere. E non c'e' niente di meglio che imparare quanto diverse siano le cose a seconda del contesto. Il velo - versione chador che copre tutto il corpo e lascia scoperto il viso - e' obbligatorio per la donne, anche straniere, anche di passaggio, in Iran, il che ce lo fa detestare. Erano detestabili anche i tempi in cui lo scia obbligava a toglierlo. E dunque possiamo solo benedire, e invocare, il giorno in cui a Teheran ogni donna potra' ogni mattino decidere di fare quel che le pare. In Arabia saudita una donna del posto non ha scampo, il burqa integrale e' nero e non concede neanche la grata sul davanti. Se incontri a Riad una donna di cui vedi gli occhi, per non parlare dei capelli, significa che e' una filippina, un'indiana immigrata per lavorare, o una donna occidentale di passaggio. Se ne vedi le gambe e' una donna che sta rischiando la vita. Tutto questo ci ripugna. Ma diversa e' la situazione nelle banlieues francesi o anche nel centro di Parigi, dove il velo e' un segnale di identita' culturale che puo' indicare legame con la tradizione, sottomissione in famiglia, oppure anche protesta politica contro Sarkozy e il ministro Hortefeux . E diversa e' la situazione di Istanbul dove il velo e' proibito nelle universita' e dove alle ragazze viene talvolta una gran voglia di metterselo in segno di antipatia per il laicismo autoritario dei militari. Lettura suggerita in argomento: il romanzo "La neve" di Pamuk. Insomma siamo qui per complicarci la vita. e che altro, se no?
Giancarlo Bosetti