A lezione dalla natura: l'economia della felicità di Gunter Pauli

La nostra economia è una trappola, semplicemente non funziona. Avremmo bisogno di un modello nuovo, capace di imitare la natura. È quella che Gunter Pauli ha chiamato Blue Economy. L'ha descritta in un libro e la porta avanti con cento progetti sviluppati con la fondazione Zeri (Zero Emissions Research & Initiatives). Il modello proposto da Pauli, che ha parlato a Roma nell'ambito delle iniziative per l'Ora della Terra del WWF, prevede la riduzione dell'utilizzo di materie prime  e il potenziamento del riuso delle risorse che esistono già in natura.

Qualche esempio: telefoni cellulari senza batteria che ricaricano con il calore del corpo umano, ottenere funghi dai fondi di caffè (generando così molti posti di lavoro), un peacemaker senza batterie, fili di seta al posto delle lame al titanio dei rasoi. In altre parole, Pauli sostiene che imitando la natura e i meccanismi che essa ha sviluppato, si riuscirebbe a mettere in piedi un modello economico capace di garantire non solo benessere diffuso, ma anche un bene che raramente mettiamo in relazione ai discorsi di profitto economico: la felicità. Parlare con questo economista belga potrebbe darvi la sensazione di avere di fronte una specie di visionario, ma di certo è molto determinato e sa quel che dice: “Posso dimostrare a un uomo d'affari che la Blue Economy è più competitiva di qualsiasi altro modello economico; a un uomo politico posso dimostrare che i costi dei servizi e dei beni pubblici, come l'acqua, l'aria pulita e la biodiversità, aumentano producendo posti di lavoro”.
Vi sembra un'utopia? Date uno sguardo a cosa accade nel Buthan, nel cuore dell'Asia, e leggete come ce lo spiega lo stesso Pauli.

Gunter Pauli, che cos'è la Blue Economy e perché può essere considerata una specie di green economy 2.0?
La Blue Economy, come la Green Economy, mira a realizzare una società sostenibile, ma porta i suoi obiettivi a un livello successivo. L'economia verde è costosa, richiede investimenti, le rinnovabili ed esempio sono oggi meno convenienti dei carburanti fossili. La Blue Economy vuole rispondere alla domanda di bisogni primari utilizzando quel che è già disponibile, offrire di più spendendo meno risorse, eliminando alcuni simboli delle nostre produzioni e dei nostri consumi che sono totalmente insostenibili, come ad esempio le bottiglie di plastica, le lame dei rasoi usa e getta con le quali buttiamo via 100mila tonnellate di titanio per avere una buona rasatura. Tutto questo non richiede solamente innovazione, ma nuovi modelli di business che vadano oltre la tradizionale idea di profitto. Dobbiamo ambire a un modello che costruisca capitale sociale e non si limiti a estrarlo o a consumarlo. In altre parole, nella Blue Economy quello che è buono è conveniente e tutto ciò che favorisce l'ambiente è più competitivo di quello che lo distrugge. Con 100 esempi concreti possiamo dimostrare che tutto questo funziona già ed è già in fase di implementazione.

Nel suo libro parla di un piccolo stato asiatico, il Bhutan. Può spiegarci cosa c'è di blue nell'economia di questa piccola porzione di Asia?
Il Buthan si trova tra la Cina e l'India; il suo quarto re ha deciso di abdicare in favore di una democrazia parlamentare, puntando sull'idea che il successo economico di un paese è determinato anche dalla felicità. Ora che la modernità sta arrivando anche lì, ci si chiede come sia possibile assicurare benessere e beni di sussistenza ai villaggi di un piccolo stato tra i monti della catena dell'Himalaya. Una risposta è venuta dall'esportazione di grano saraceno, che si produce facilmente in quelle zone e la cui paglia può essere facilmente convertita in bioplastica. In questo modo non solo si produce materiale ecologico per imballaggi, ma i contadini del Buthan hanno due vie di reddito attraverso la stessa materia prima. Questo è un vero segnale di progresso. Noi abbiamo in Buthan 36 progetti e crediamo che questo tipo di approccio pragmatico definisca una sorta di sviluppo economico in cui i progetti da sviluppare sono scelti in modo da far incontrare il profitto e la felicità.

La sostenibilità è un termine che utilizzano in molti utilizzano e si presta a interpretazioni a volte ambigue. Che cosa vuol dire per lei questa parola?
La sostenibilità è la capacità di rispondere ai bisogni primari di tutti con quanto è disponibile sul territorio. Tutta la natura funziona esattamente in questo modo. Se noi utilizziamo questa definizione come quadro di riferimento, allora saremo capaci anche di condurre vite più felici.

Qualcuno direbbe che sono idee di un utopista, buone da scrivere nei libri, ma impossibili da applicare nella vita reale.
Noi possiamo ottenere solamente ciò che crediamo possibile. Se tutto quello che vogliamo fare è rincorrere le economie di scala, produrre sempre più delle stesse cose, ricercare sempre più bassi costi marginali, allora siamo presi in una trappola impossibile da lasciarci alle spalle. È la trappola dell'economia moderna. Vediamo bene che questi modelli di produzione altamente centralizzati che si concentrano sul loro core business e considerano tutto il resto spazzatura, non sono capaci di rispondere ai bisogni di tutti anzi, generano povertà e la povertà porta alla violenza. Come possiamo avere un modello economico in cui il 25% dei giovani tra i 16 e i 25 anni sono considerati “inutili” mentre esiste la fame nel mondo ed una elevata necessità di acqua potabile?
Nel 1984, quando abbiamo iniziato il progetto di rigenerazione della foresta pluviale in Colombia ci dissero che eravamo dei sognatori. Oggi, dopo 28 anni, abbiamo rigenerato la foresta, dive vivevano 17 specie di piante oggi ce ne sono 256, e abbiamo generato sussistenza in una regione dove tutti avevano considerato questi obiettivi impossibili. Noi abbiamo bisogno di gente che ci dica che i nostri progetti sono impossibili, così possiamo dimostrare che l'utopia, quello che non può avvenire in nessun luogo, può diventare reale. Aver realizzato questi progetti già diverse volte nella mia vita, mi dà la forza e il coraggio di fare proposte che per molti sarebbero impossibili. E se un'idea è considerata impossibile, allora per me diventa interessante. Dopotutto, chi di noi è al momento per accontentare tutti?

Immagine di centralasian