
Mai visto disperazione più profonda negli occhi di una donna. Hodan è fuggita da Mogadiscio, dalla guerra, dalla fame e da suo marito. Pensava di aver portato con sè tutto quello che aveva, ossia i suoi figli, ma purtroppo ha perso anche quelli.
Da quando la violenza e’ riscoppiata a Mogadiscio agli inizi di maggio, piu’ di 250.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case per salvarsi la vita. Molte donne si sono ritrovate a fuggire da sole con i propri figli, a non avere altra scelta che vendere il proprio corpo per pagarsi il viaggio in uno squallido pulmino che portasse loro stesse e i loro figli in salvo fuori dalla capitale. Tutto ciò per ricominciare, in un posto sconosciuto, a combattere ogni giorno per sopravvivere, per trovare la forza di stringere i denti e andare avanti pur avendo costantemente sotto gli occhi lo sguardo dei propri bambini affamati e non sapere come e dove trovare da mangiare.
Ho incontrato Hodan in un campo profughi alla frontiera tra i Kenya e la Somalia. Con le lacrime agli occhi mi ha spiegato che non potrà più tornare a casa e che è riuscita finalmente a scappare dopo essere stata rinchiusa in una stanza buia, con i piedi legati ad un letto, per trenta lunghi giorni. Suo marito l’ha rinchiusa in una stanza quando ha capito che aveva intenzione di scappare dalla Somalia e portare in salvo con sè i suoi bambini. “Miracolosamente i miei vicini di casa sono riusciti ad entrare in casa e a liberarmi. Sono scappata con i miei due bambini senza portare niente con me, non ce n’era il tempo, avevo troppa paura. Pensavo di aver raggiunto la salvezza in Kenya, ma mio marito mi ha raggiunto per riprendersi i bambini due giorni dopo il mio arrivo. Non posso vivere senza i miei bambini” dice Hodan, con le lacrime che le segnano il viso, toccandosi le cicatrici che le corde che l’hanno tenuta progioniera per un mese le hanno lasciato alle caviglie.
Hodan è fuggita in Kenya ma avrebbe potuto scegliere di raggiungere lo Yemen per poi arrivare in Italia, come fanno molti altri rifugiati somali. Hodan non ha scelto di lasciare il suo Paese, è stata costretta. Hodan non ha scelto di nascere in un paese dove il mancato dialogo tra i vari gruppi tribali ha portato a 18 anni di guerra ininterrotta. Hodan non ha scelto di ritrovarsi in un Paese sconosciuto, del quale non capisce nè la lingua nè la cultura, per lottare per la propria sopravvivenza. L’assistenza datale dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Kenya non è sufficiente e Hodan deve affidarsi, come tutti gli altri 300.000 profughi, al buon cuore dei kenioti o di altri profughi arrivati in Kenya prima di lei, sperando che dividano “quel niente” che hanno con lei.
Hodan e’ vittima della mancanza di dialogo nel suo paese e della mancata integrazione dei popoli che vivono in Somalia, che ha portato al conflitto. Oggi Hodan potrebbe essere vittima della discriminazione del popolo keniota che non vuole dividere la propria terra e la propria acqua con i profughi. In italia, centinaia di migliaia di profughi costretti a scappare da situazioni di conflitto e mancata integrazione si ritrovano nelle nostre citta’ a lottare contro lo stesso nemico: la diffidenza, l’egoismo, la mancata apertura al dialogo.
I profughi non hanno scelto di vivere la vita che hanno, ma noi possiamo scegliere. Scegliere di essere aperti al dialogo, di non vittimizzare persone che hanno gia’ tanto sofferto e che, se potessero, tornerebbero a casa loro. Noi possiamo scegliere di imparare dagli altri, di guardare a cio’ che ci accomuna e cio’ che ci differenzia, di rispettarlo, di insegnarlo ai nostri figli. Noi, personalmente, nel nostro piccolo, possiamo insegnare al mondo che il dialogo e l’integrazione sono la soluzione al male del mondo. Noi, tutti noi, possiamo cambiare il mondo, solo volendolo.
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GLI UOMINI AFRICANI SI SONO
GLI UOMINI AFRICANI SI SONO AUTOPUNITi DANDO CORDA ALLE VARIE GUERRIGLIE. IL POPOLO CHE NON VUOLE LA GUERRA è INCAPACED DI CAMBIARE LE COSE E LA MISERIA AUMENTa.