L'integrazione? Un gioco da ragazzi

Cricket e integrazioneSiamo su un campo sportivo pubblico in un piccolo paese dell’Italia settentrionale, un campo non regolamentato dall’amministrazione comunale. Come in tutti questi campi, gestiti in modo informale, chi arriva prima ha diritto a giocare. Un giorno arrivano dei ragazzini bengalesi che iniziano a giocare a cricket. Dopo un po’ si presentano dei ragazzi italiani che vorrebbero a giocare a pallone. Qualcuno protesta, in fondo loro sono italiani. Ma il comune, sensibile ai temi interculturali, trova una soluzione: introduce un regolamento per l’uso del campetto, e invita i ragazzini bengalesi a costituirsi in associazione sportiva di cricket assegnando ufficialmente loro il campo per alcune ore a settimana. In più per un periodo dell’anno l’insegnamento del cricket viene inserito nell’orario scolastico delle scuole primarie del paese. Lo si insegna in inglese, così i genitori sono contenti e si mantiene la lingua ufficiale del cricket. Il progetto è ancora in corso, e pare siano tutti soddisfatti. Tanto che i ragazzini italiani, a fine anno scolastico, si iscrivono alla squadra fondati dai coetanei bengalesi. Inizia con questo racconto il libro Il gioco duro dell’integrazione (Cortina editore, 191 pagg.) di Davide Zoletto, pedagogista e ricercatore presso l’Università di Udine. Un libro che è un viaggio attraverso l’Italia multiculturale, quella in cui bambini e ragazzi che vengono da diverse parti del mondo e parlano lingue diverse comunicano attraverso un linguaggio universale: il gioco. Come nasce l’idea del gioco come strumento d’integrazione? Il gioco è una cosa pratica, si fa con gli altri, è uno dei primi modi in cui il bambino si relaziona con chi gli sta attorno. Quello che mi sono chiesto è stato: con chi giocano i figli dei genitori migranti, ovvero la cosiddetta seconda generazione? Giocano solo tra loro o interagiscono anche con i ragazzi italiani? Siamo andati per piazze, campetti, cortili, giardini. Tutti luoghi pubblici. E le sorprese sono state tante. Per esempio? Per esempio la scoperta di tante realtà in cui il gioco del cricket, che è uno sport ancora poco conosciuto da noi, è diventato uno dei mezzi con cui scuole e istituzioni sono riusciti a creare dei canali di comunicazione tra le diverse etnie che vivono in un solo territorio. E’ un gioco di squadra, all’aperto, molto visibile. Può essere visto come un’invasione dai ragazzini italiani abituati a giocare a calcio. Ma, se il fenomeno è seguito da adulti consapevoli, diventa un efficacissimo strumento di integrazione. La federazione italiana l’ha capito subito, e per questo insiste molto sulla creazione di squadre miste. In che lingua parlano i ragazzi tra loro quando giocano? In italiano, spesso con divertenti inflessioni dialettali. Basta andare al campo dell’Esquilino, a Roma, o a Casteller Paese, in provincia di Treviso, per assistere a partite e allenamenti su cui poter scrivere interi capitoli sulle società multiculturali. Oltre al cricket, ci sono altri sport che funzionano da collante per le giovani generazioni che vivono nel nostro paese? Certo. Ci sono i giochi da tavolo di “importazione”, come l’Awele, che è un gioco tipicamente africano ma conosciuto da tutti perché è spesso presente tra i giochi dei telefonini. Ci si scambiano strategie e trucchi, è un gioco che si fa in famiglia ma che si insegna anche ai compagni di scuola. E poi lo skateboard, che ha una sua tipicità che va oltre le connotazioni geografiche: ha un mondo trasversale, tutto suo, con linguaggio e cultura propri. In Germania esistono ludobus che facilitano gli skaters e la loro aggregazione. Facendo sì che ragazzini di diversa etnia trovino negli spazi per lo skate un mondo tutto loro. Infine i videogiochi. Tutti pensano che chi gioca con i videogame si isoli dagli altri. Niente di più sbagliato: il videogioco accomuna, e molto, perché ragazzi che parlano lingue diverse conoscono perfettamente le caratteristiche dei giochi più famosi. E alla fine basta così poco per iniziare una conversazione.

Marìka Surace

Foto di Saad.Akhtar