EDIT: Finalmente, domenica sera, un post sul blog A gay girl in Damascus, svela la verità. Con molte scuse (e molta faccia tosta, anche), il blogger Tom MacCaster, residente a Istanbul, in Turchia, svela di essere colui che sta dietro alla fantomatica Amina. Afferma di essere al contempo stupito e commosso dall'attenzione mediatica e dall'interesse della rete nei confronti della sorte di Amina, e che comunque tutto ciò che ha scritto, in questi anni, corrisponde al vero, nel senso che descrive la vita reale nei paesi arabi. Sarà. Vero è che questa è una brutta botta per chi confida in Internet come mezzo espressivo, e che la beffa (anche se a fin di bene) di Tom rischia di far nascere mille dubbi su altri blogger e comunicatori che vivono in paesi in cui vengono violate le libertà fondamentali. Tom (che possiamo anche vedere in foto sul pezzo che gli dedica stamattiona il Guardian) arriva perfino ad affermare che quest'esperienza è la conferma di quanto poco la gente si voglia occupare di paesi arabi e di Medio oriente, se ci è voluto un rapimento di una persona "finta" per attirare così tanta attenzione. Che abbia ragione lui? Chissà. Certo è che è una bella lezione di verifica dei fatti per i giornalisti di tutto il mondo, tranne Andy Carvin, l'unico che non si è mai fidato. L'unico che ha fatto il giornalista veramente.
Mentre i blogger siriani continuano a chiederne la liberazione, Amina Arraf, la blogger di Damasco sparita quattro giorni fa e forse rapita dalla polizia di regime, è al centro di un altro mistero. Stavolta sulla sua identità. Perché se la notizia della scomparsa della ragazza che, dal suo sito, prendeva bellamente in giro Assad e i suoi seguaci, è stata prontamente data dai giornali, anche italiani, dopo che un post dell'amica di Amina, Rania, ne aveva annunciato l'arresto, ancora più rapidamente sono arrivati i primi dubbi sulla situazione. In breve, i fatti. Amina (sempre che questo sia il suo vero nome) da tempo ha un blog, A gay girl in Damascus, in cui racconta, tra realtà e finzione, quella che è la vita di una giovane donna lesbica, femminista, attivista anti-Assad.
Ironica, irriverente e, anche grazie alle sue origini per metà americane (è nata in Virginia, da padre siriano e madre statunitense), abituata a usare un linguaggio molto diretto e con un punto di vista occidentale, già da tempo la 35enne era nel mirino di un regime che, come è già successo ad altri durante la cosiddetta primavera araba, ha molto da temere dal popolo della rete e dai tam tam di twitter e blog.
Il sei giugno, quattro giorni fa, un post sul blog, scritto da Rania, sedicente cugina della ragazza, descrive la cronaca di un arresto/sequestro avvenuto alle sei del pomeriggio: la vittima è Amina, prelevata da tre uomini armati. Da allora non si sa più niente, e ovviamente già a pochi minuti dal post di Rania internet si mobilita. E oltre ai soliti Twitter #Amina e alle pagine Facebook che ne chiedono la liberazione, le redazioni online dei quotidiani, dal New York Times a Repubblica, dall'Huffington Post al Corriere, hanno piazzato in home la storia e la foto della ragazza. Una foto qualsiasi, di quelle disponibili in rete, come si fa in questi casi. Peccato che proprio da quella foto sia nato il caso mediatico che ne è seguito. E che, in realtà, è vecchio di un anno.
Perché quella foto, forse, non è di Amina. Bensì di una donna di origini croate che vive a Londra ormai da molto tempo. Jelena Ledic, nel video qui sotto intervistata dalla BBC, già l'anno scorso era stata contattata da alcuni amici che le chiedevano se avesse una doppia identità su Facebook, visto che c'era una persona, con un altro nome, che aveva una foto di profilo identica alla sua. Amina, appunto.
Il fatto è che sull'esistenza o meno di Amina, a prescidere dall'intervista rilasciata dalla Ledic (di cui però non siamo riusciti a rintracciare il suddetto profilo su Facebook), si erano già manifestati dei dubbi per via del fatto che nessuno pare averci mai parlato di persona. In queste ore si era diffusa sul Twitter di Andy Carvin, cronista della radio pubblica americana che più di ogni altro sta seguendo la vicenda e che è stato il primo a far nascere la questione, la notizia che qualcuno, alla BBC, avesse parlato al telefono, in passato, con Amina. Notizia poi smentita. La sua intervista alla CNN dello scorso mese sui diritti dei gay nei paesi arabi è stata fatta, come tutte le altre, via mail. Alcuni hanno accusato Carvin di sciacallaggio, e di giocare con la vita della ragazza. Ma il giornalista sta solo facendo il suo mestiere, che è quello di andare a fondo di una questione, soprattutto quando vi sono delle incongrienze strane. Perché, in effetti è vero, è un po' stranuccio che non esista nessuno, nel mondo dei media, che oggi possa dire di aver mai visto o sentito Amina. E se è vero che che sicuramente la ragazza, per non essere identificata dai servizi segreti siriani, avrà usato un nome e un'immagine che non corrispondono a realtà, è anche vero che, a quattro giorni dalla sua sparizione e con l'intera rete che, dopo il Free Amina, si chiede invece Who's Amina?, qualche testimone diretto della sua esistenza dovrebbe saltar fuori.
A seguire la faccenda ci sono gli aggiornamenti del New York Times e del Wall Street Journal, che raccontano anche come, negli ultimi tempi, i post della ragazza fossero diventati più tesi, e come lei fosse preoccupata della situazione. L'ultimo suo post, quasi profeticamente, è una canzone, in cui si afferma che, se hai le ali, come un uccello, non c'è confine che possa fermarti. La cosa peggiore? Che dalla Siria arrivino continuamente notizie di arresti e omicidi, ma che la rete di blogger e attivisti del paese sia in realtà col fiato sospeso, in attesa che la vicenda si chiarisca. Carvin dichiara: "E' importantissimo identificarla. Chiunque lei sia, qualunque siano i suoi scopi, se è davvero imprigionata faremo di tutto per far sì che la liberino. Ma tutti questi dubbi devono per forza essere chiariti. E' corretto anche nei confronti di chi, in questo momento, è detenuto in Siria per colpa delle sue idee. Si cerca, nel frattempo, di contattare la cugina, Rania, che però non risponde alle email, e sul profilo Facebook si dichiara una madre a tempo pieno. I giornali americani, tra cui il Washington Post, cercano invano di contattare Sandra Bagaria, che si dichiara amica di Amina e che per prima ha parlato dell'arresto, pur dicendo, successivamente, di aver comunicato con lei solo via email. Solo che, se si chiama il suo numero di telefono, a rispondere è una farmacia. Le ipotesi più azzardate dicono che Amina, Sandra, Jelena e Rania sono in realtà la stessa persona. E che dietro ci sia qualcuno con uno scopo più o meno chiaro. E che, addirittura, sia una specie di grossa beffa architettata ad arte. Noi seguiremo, come gli altri, la vicenda. Tenendovi aggiornati attraverso la nostra pagina Facebook e il nostro account Twitter. Se poi tutto questo fosse servito ad aprire gli occhi e a destare maggiormente l'attenzione su quello che sta accadendo in Siria, allora ben vengano le Amina di tutto il mondo. Non è forse di simboli che si nutrono le rivoluzioni?
Foto di Unmundosinmordaza