C’era una volta la saggia nonnina, quella che tirava la sfoglia come nessuno e dispensava consigli e buon senso presi in altissima considerazione da figli e nipoti. Una vecchina che forse stava tra la favola e la pubblicità, quindi non sempre esattamente realistica, ma comunque segno che l’essere anziani non fosse sinonimo di completa inutilità. Un giorno però succede qualcosa: la rappresentazione dell’anziana come ce la ricordavamo perde le sue caratteristiche e a salvarsi non ci sono nemmeno i capelli bianchi. E da quando la tv comincia a raccontare le persone vecchie come gente che della vecchiaia si vergogna un po’, anche nella realtà non televisiva inizia a cambiare qualcosa. Succede quindi che la vecchiaia, soprattutto quella declinata al femminile, diventi una roba da nascondere, dissimulare, possibilmente camuffare.
“La forma di discriminazione che la nostra società ha riservato a donne e uomini anziani è piuttosto inquietante”, afferma Loredana Lipperini, autrice di Non è un paese per vecchie (Feltrinelli), una lucida, preziosa e quanto mai necessaria analisi del tabù dei nostri tempi, la vecchiaia femminile. “Ovviamente non si possono non attribuire le responsabilità al mondo in cui la vecchia è raccontata ogni giorno: vecchi che muoiono per il caldo in un centro commerciale oppure anziani le cui pensioni rubano il futuro ai giovani. E, pietoso contorno a tutto questo, le Velone televisive e le anziane ringalluzzite di Uomini e Donne, travestite e truccate da giullari, illuse che in questo modo si possa uscire dallo stereotipo della triste vecchina chiusa in casa a far la maglia”.
Il problema, come precisa appunto il titolo del saggio/inchiesta di Lipperini, appartiene soprattutto alle donne, e innanzitutto per un motivo molto banale eppure gravosissimo: il denaro. “Le donne sono più povere, è ovvio. O hanno lavorato meno o comunque sono state pagate meno, lo dicono i dati sui salari nel nostro paese. Questo incide sulla loro autonomia, sulle possibilità di disegnarsi una vecchiaia su misura. Non dimentichiamo inoltre il fattore culturale: le donne in Italia sono per tradizione designate alla cura, all’accudimento. Di figli, mariti, nipoti”.
Donne sandwich, quindi, una generazione di sessantenni schiacciate tra la cura dei nipoti per cui ci sono troppi pochi asili e da genitori ancora in vita ma bisognosi di assistenza. Uno scenario prospettato (auspicato, più probabilmente) già negli anni ’80 da Margareth Thatcher, che in un discorso affermò: “Non esiste più la società, esiste la famiglia”. Agghiacciante, ma oggi concretamente visibile. “Basta guardare i dati Istat di inizio settembre”, continua Lipperini. “L’Italia è all’ultimo posto per il Welfare, i nostri pensionati sono i più poveri d’Europa. Ma c’è un altro dato che è molto importante: si fanno più figli al Nord, dove le donne lavorano di più. Il lavoro femminile come valore imprescindibile e base su cui è possibile costruire la propria autonomia non è ancora un concetto chiaro a tutte, ma è da lì che bisogna partire”.
“Quello che ci vorrebbe è un discorso politico, finalmente privo di troppe teorie e più orientato a prendere decisioni”, conclude Lipperini. “E soprattutto lontano dagli stereotipi. Le donne “di una certa età” non sono provocanti come Belen ma nemmeno vecchie streghe. C’è un mondo intero, al femminile, che si confronta, che ha ancora molta curiosità e molte passioni. Quindi molto da dare anche socialmente. Basta fare un giro sui social network, in rete, sui blog. Ignorare che queste donne esistano, negare loro una vita pubblica dopo la pensione, è una delle scelte più miopi e controproducenti che possa fare una nazione”.
Foto di Carlo Nicora