Nobel per la pace a Xiaobo. E la Cina oscura

 Scelta controversa o meno, in realtà negli ultimi giorni era sicuramente la più attesa. Il premio Nobel per la Pace va a Liu XiaoBo, dissidente cinese che in questo momento sta scontando a Bejkan, principale centro di detenzione di Pechino, una pena di 11 anni nelle carceri del suo paese, dopo una condanna per istigazione alla sovversione inflittagli il giorno di Natale del 2009. Durante il processo, tra le accuse rivoltegli, c’era quella di “aver oltrepassato i limiti della libertà di espressione dando alle stampe saggi che calunniavano apertamente e incitavano il popolo a sovvertire il potere centrale”. I documenti del processo e i documenti usati dall’accusa per condannare XiaoBo sono disponibili su China Right Forum.

È il primo Nobel per la pace vinto da un cinese, ma non è sicuramente qualcosa di cui il governo si farà vanto.  Anzi, per non rischiare proprio, tutte le reti che permettevano di collegarsi alle tv internazionali sono state oscurate. Ed è stata prontamente interrotta la diretta della cerimonia trasmessa dalla BBC. Dopotutto Pechino non ha di che essere orgogliosa: il Nobel, più che un riconoscimento a una sola persona, è un vero e proprio attacco alla potenza economica che continua a ignorare i diritti umani. Tra le motivazioni del Nobel si legge che "il nuovo status della Cina nel mondo impone l'assunzione di accresciute responsabilità". Ma la Cina, che aveva già avvisato più volte Stoccolma sul fatto che assegnare il Nobel al dissidente più famoso del Paese sarebbe stato un errore, dichiara che si tratta di un'oscenità. Ma il Comitato per il Nobel ha deciso diversamente, e chissà che questo premio non diventi una spinta al colosso orientale verso una maggiore attenzione a certe istanze internazionali.

Accusato tra le altre cose di essere tra i fondatori di Carta08, il documento che chiede a gran voce la democrazia e firmato da più di duemila cinesi, XiaoBo ha passato una vita intera a lottare contro il regime. Ex professore universitario di 54 anni, fu tra coloro che parteciparono al movimento del 1989 e che sfociò nella strage di Piazza Tiananmen. In realtà era tra i promotori del dialogo con le autorità, ma questi tentativi fallirono, e adoperatosi in seguito per convincere gli studenti a evacuare la piazza, non ebbe successo. Venne poi accusato di essere tra coloro che avevano manovrato la protesta studentesca, e il Partito Comunista lo condannò a 18 mesi di carcere.

Gli altri candidati in lizza quest’anno erano tantissimi: 237, di cui 38 associazioni e non singoli. La più curiosa (e molto dibattuta) era la candidatura di Internet. Mezzo che si è rivelato non solo utile ma necessario in alcune situazioni, come durante le proteste in Iran di cui tutto il mondo ha saputo attraverso Twitter. E perfino quando la polizia è arrivata davanti a casa di Xiaobo subito dopo la comunicazione da Stoccolma, sono stati proprio Twitter e Twitpic a segnalarlo. Tra le campagne per sostenere questa candidatura (difficile poi capire chi avrebbe ritirato il premio) c’è stata la recente collocazione di uno striscione sulla Torre di Pisa da parte del primo cittadino, manifestazione proiettata anche a New York, al Paley Center for Media, durante la Giornata Mondiale per i Diritti Umani.

Marìka Surace

Immagine di VoxAsia