Un uomo solo, o un uomo con molte risorse ancora. Un uomo con molti nemici, e con qualche amico di troppo. Cosa sia, dove sia, cosa pensi adesso Mu’ammar Gheddafi nessuno lo sa veramente, e il resto sono solo ipotesi. Le conseguenze che avrà quello che sta succedendo nel paese di cui è dittatore dai mille volti da 41 anni, invece, sono tutte lì, in quell’immenso eppur piccolissimo spazio che divide i paesi che si affacciano sul mediterraneo. E se dell’influenza commerciale ed economica del raìs libico si è già detto (soprattutto di come le sue minacce sulla chiusura dei pozzi di petrolio saranno base per speculazioni di ogni genere e valutazioni diplomatiche non sempre obiettive), l’esplosione della rabbia a Tripoli, Bengasi e in tutta la Libia spaventa l’Europa per l’esodo di uomini che, senza più controlli (se mai ce ne sono davvero stati), arriveranno sulle coste di Italia, Grecia e Malta.
Ipotesi numeriche relative a quest’esodo, definito potenzialmente biblico, ne sono state fatte. Ma finora, complice il maltempo, non ci sono stati sbarchi di nessun tipo, non dopo quelli di Lampedusa della settimana scorsa. Ovvio che, non appena le condizioni miglioreranno, si potrà parlare, con più serietà e consapevolezza, di cosa comporterà, per quanto riguarda il movimento di profughi, la fine del regime di Mu’ammar Gheddafi. Ma nel frattempo pochi dicono che il calderone Libia è esploso e noi ce ne stavamo lì, affacciati sul mediterraneo, a far finta di non accorgercene.
Le colpe, le responsabilità, le omissioni. Non che conti qualcosa adesso puntare il dito verso l’una o l’altra istituzione. Gheddafi forse un giornò verrà giudicato, semmai verrà preso, dalla Corte Penale Internazionale, e solo se sarà il suo paese a chiederlo, o se l’Onu chiederà direttamente un intervento del tribunale. Ma quanto ha pesato, negli anni, la totale indifferenza verso ciò che succedeva in territorio libico, soprattutto relativamente alla gestione dei profughi provenienti dall’Africa subsahariana? Un’inchiesta dell’Espresso ha pubblicato, qualche giorno fa, i dati relativi ai morti del mare, quelli ripescati di fronte alle coste libiche, naufraghi in quel canale di Sicilia che per alcuni è speranza e per altri l’epilogo tragico di un viaggio terribile. Millecinquecento in tutto, di cui 500 seppelliti nel cimitero non islamico di Tripoli.
Sono invece anni che denunce provenienti da Amnesty e altre organizzazioni internazionali che sono riuscite a parlare con i sopravvissuti riferiscono dell’inferno dei campi profughi che Gheddafi, con l’apparente o, meglio, l’indifferente benestare di altri paesi. Torture e maltrattamenti di ogni tipo, e nessuna considerazione dei richiedenti asilo politico, che raggiunta la Libia non hanno avuto nessuna speranza di essere protetti in base al loro status. Processati e mandati in un centro di detenzione, deportati in massa con charter verso l’Africa occidentale. Il tutto lasciando che i migranti affrontassero pericoli terribili e a volte anche la morte, come se si trattasse di barche di rifiuti e non di esseri umani.
Non sappiamo cosa succederà nei prossimi giorni, e se il milione e mezzo di arrivi paventato dalle istituzioni e ipotizzato dall Frontex sia realistico o meno. Ma siamo sicuri che sia questa la prima domanda che dobbiamo farci? In Nordafrica si sta scrivendo la storia. Il nuovo 1989 è partito dai giovani, che non hanno timore di rischiare la vita per liberarsi di regimi repressivi della libertà. I social network ci mostrano ogni giorno le battaglie, gli slogan, le vittime e i trionfi di questo popolo di giovani nordafricani che sognano la democrazia. E se l'Italia chiede all'UE che si applichi il burden sharing, ovvero una condivisione tra tutti i paesi membri delle migliaia di immigrati che starebbero per arrivare, non sarebbe male fermarsi anche solo un attimo a pensare a quello che sta succedendo non solo come il prologo di un'invasione via mare. I nostri dirimpettai, proprio lì di fronte, stanno lottando per qualcosa in cui credono, e forse non hanno maturità e risorse affinché tutto questo li conduca a una vera democrazia. Se l'Italia, insieme all'UE, non si ssume l'impegno di fare da ponte democratico verso questi paesi, con aiuti e sostegni, altro che esodo. Non ci sarà più controllo.
Foto di illinosaro1960
Commenti
Ma, vi prego di scusarmi, se
Ma, vi prego di scusarmi, se è possibile: i rappresentanti della UE, non sono i migliori, come dovrebbe essere; sono persone messe lì, che devono vivere alla giornata; come la maggior parte dei nostri ministri ("e viva Silvio!") e non devono dare fastidio ai manovratori. Poi, quando ci sono le emergenze, ce ne accorgiamo. La democrazia è discussione e scelta delle migliori idee e dei migliori addetti. E succede sempre il contrario. Questa è la democrazia che dobbiamo difendere a tutti i costi? Se poi, ci azzardiamo a domandarci, perchè una democrazia dà questi risultati, scoppia la terza guerra mondiale!.... Scusate, scusatemi, sono l'ultimo della classe e pessimista cronico.
In effetti, Michele, è
In effetti, Michele, è proprio quello che si diceva: l'UE non riesce ad avere una posizione unica, ma soprattutto non è stata capace, con fior di commissioni apposite, a prevedere e prevenire (almeno in parte) quello che sta succedendo. Il risultato è che dall'altra parte del mediterraneo sta succedendo di tutto, e noi restiamo passivi come al solito. Almeno è intervenuta l'Onu con le sanzioni, anche se come saprai non funzionano sempre granché