Un film-istantanea per raccontare le due settimane che hanno aperto per l'Egitto la possibilità di cambiamento, fatto con i dialoghi, i volti e le azioni dei ragazzi che si sono esposti in prima persona per riconquistare la propria libertà: Parliamo con Stefano Savona, regista di Tahrir Liberation Square.
Il 25 gennaio del 2011 in piazza Tahrir iniziano le proteste, condotte da migliaia di persone provenienti da tutto il paese e dalle situazioni sociali più disparate. In oltre due settimane di lotta i manifestanti riescono a portare alle dimissioni il presidente Hosni Mubarak, al potere da 30 anni. Il regista Stefano Savona ha vissuto in prima persona gli scontri, le discussioni, le paure e le vittorie della piazza, documentando e registrando. I suoi sforzi hanno portato alla creazione di Tahrir Liberation Square.
Stefano, sin dall'inizio della tua carriera cinematografica il mondo arabo è sempre stato al centro dei tuoi interessi, così come la voglia di lottare che nasce dal basso.
Sì, quello che c'è in Tahrir corrisponde alla fusione dei miei due grandi interessi. Quando ho saputo delle manifestazioni del 25 gennaio ho pensato che dovevo esserci, non per riprendere, o per girare un documentario, ma perchè in quel momento si faceva la storia. La mia storia con il mondo arabo è di lunga data ed è proprio mentre mi trovavo in Tunisia per gli studi che ho iniziato a interessarmi prima di fotografia, poi di regia. In Egitto avevo conoscenti e contatti dal momento che comunque era un posto dove andavo circa una volta l'anno, e così non ho avuto dubbi: dovevo essere lì. Sono riuscito a partire in fretta e furia e arrivare al Cairo il 29, poco prima della chiusura delle frontiere. Poco dopo l'arrivo il progetto ha riscosso l'interesse e l'appoggio di Rai Tre, dove è andato in onda in forma ridotta. Quel che ne è venuto fuori è stato poi un film unico nel suo genere, perchè è il primo film che documenta le rivolte in tempo reale.
Sulla cosiddetta "Primavera araba" è stato detto molto, cosa pensi sia successo l'anno scorso in Egitto e nel mondo arabo, e cosa pensi succederà ancora?
Per quanto riguarda il mondo arabo la questione è molto complessa: non posso dire io quali sviluppi avrà o quali implicazioni ha avuto, perchè si tratta di questioni profondamente legate alla storia e alla politica mondiali. Non credo neanche che un film sia il mezzo adatto per parlarne. Il mio obiettivo era differente, era quello di catturare un momento storico, un'atmosfera, di mostrare anche la riappropriazione della libertà da parte di persone che non ne avevano più avuta da 30 anni. In questo momento, dopo la caduta di Mubarak, la situazione in Egitto è ancora critica, e ancora le persone scendono in piazza, perchè il paese è in mano ai militari. Quello che è cambiato rispetto a prima è che ora si inizia a delineare la possibilità di elezioni e di un dibattito aperto, ma nessuno ancora sa "come andrà a finire", forse tra sei mesi riusciremo ad averne un'idea migliore, ma ora è ancora tutto in discussione.
La libertà, il confronto, le discussioni sono uno dei temi portanti sia di Tahrir, sia del resto dei tuoi film. Perchè?
Per quanto riguarda Tahrir i momenti di confronto e di discussione sono forse la parte più importante di tutto il film. La piazza non andava mai a dormire e la sera, al termine degli scontri ovunque ti girassi c'erano dibattiti continui. Ognuno parlava di cosa si doveva fare per il paese, ognuno si confrontava sui grandi temi dell'Egitto, e questa è la cosa fondamentale. Ogni notte vedevi cittadini egiziani che per decenni non avevano potuto esprimersi per la paura di essere puniti, e che finalmente si riappropriavano di uno dei diritti fondamentali dell'uomo, è stato come vederli respirare di nuovo.
Hai portato Tahrir nei cinema di tutto il mondo, dall'Italia al Canada passando anche dagli Stati Uniti: quali sono state le reazioni del pubblico?
Finora Tahrir è stato presentato in circa 60 sale in tutto il mondo, in Italia è andato in onda su Rai Tre e il 25 gennaio esce nelle sale cinematografiche francesi. Di solito la reazione che vedo nel pubblico è quella di una forte compartecipazione alla situazione dei protagonisti. In genere alla fine della proiezione qualcuno viene da me e dice "se ci sono riusciti loro in quelle condizioni, perchè non dovremmo farlo noi?" C'è una sorta di presa di coscienza e il desiderio di cambiare le cose, e la sensazione che cambiare le cose è sempre possibile, e questo è importante, perchè chi ha lottato in Egitto erano persone normali.
Quali erano le aspettative per il futuro dei manifestanti e quali sono adesso?
Come ho già detto è difficile capire cosa succederà. Per chi era in piazza allora non c'era un'idea precisa di cosa fare "dopo" perchè non esisteva un "dopo", esisteva la necessità di liberarsi. Ho sentito alcuni amici, che il 25 gennaio saranno sicuramente di nuovo in piazza per l'anniversario dei primi scontri. In più tra qualche giorno ci saranno le prime elezioni dopo moltissimo tempo, e probabilmente vincerà il partito dei Fratelli Musulmani (così è stato NdR). Molti dei miei amici lì in realtà alle notizie di quanto questo partito stesse guadagnando terreno non erano entusiasti, ma a dispetto di quanto viene percepito qui, una vittoria del genere non è necessariamente da considerarsi un trionfo del fondamentalismo. Il paragone più simile che mi viene in mente è quello con la vecchia Democrazia Cristiana in Italia: si tratta di un partito a base e ispirazione religiosa, ma all'interno convivono decine di correnti e atteggiamenti differenti. Il futuro però è ancora molto difficile da interpretare: lo scopriremo solo nei prossimi mesi.
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