Lasciano la loro terra, fuggono verso un paese diverso in cerca di una vita migliore. Scappano perché i campi in cui lavoravano sono stati arsi dalla siccità, le loro case sono state spazzate via da un'alluvione, proprio come quella che in Pakistan colpisce 18 milioni di persone. Perché la loro terra è diventata troppo difficile da vivere e i cambiamenti climatici alimentano le loro povertà.
Si chiamano “rifugiati climatici” o “migranti ambientali” e sono, per usare le parole di Norman Myers nel suo libro Esodo ambientale, “persone che non possono più garantirsi mezzi sicuri di sostentamento nelle loro terre di origine a causa di fattori ambientali di portata inconsueta, in particolare siccità, desertificazione, deforestazione, erosione del suolo, ristrettezze idriche”.
Uno studio di un gruppo di scienziati di Princeton guidati da Micheal Oppenheimer ha messo in relazione le due cose e quantificato la relazione tra clima e flussi migratori tra Messico e Stati Uniti; stando ai numeri, il riscaldamento globale potrebbe portare fino a 6,7 milioni di messicani dentro i confini degli Usa.
Incrociando dati demografici con statistiche sugli effetti dei cambiamenti climatici e produzioni agricole, il gruppo di ricerca ha potuto elaborare fare proiezioni sui tassi migratori dei prossimi decenni, fino a calcolare che da qui al 2080 ogni 10% perso nella resa agricola si traduce in un incremento del 2% di migranti in fuga da una terra in cui l'agricoltura cade sotto i colpi di siccità, alluvioni e carestie.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences si concentra sul Messico ma il problema riguarda sia i paesi più poveri che sono particolarmente vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici, sia i paesi più ricchi, che dovranno gestire crescenti flussi di immigrazione. “Flussi migratori inaspettati – scrivono gli autori – possono esacerbare una serie di problemi quali il deterioramento degli ecosistemi, il rallentamento della crescita di un territorio, uno sconvolgimento dei diritti umani fino al rafforzamento delle barriere di confine tra una stato e un altro e all'incremento di conflitti”.
Secondo una ricerca Onu i rifugiati ambientali nel mondo sarebbero cresciuti da 25 a 50 milioni negli ultimi 20 anni e le stime ci dicono che potrebbero raggiungere i 700 milioni nel 2050. Nell'ultimo vertice di Copenhagen, i rappresentanti delle Nazioni Unite hanno incluso questi migranti tra i destinatari del fondo verde per il clima, 100 miliardi di dollari l'anno a partire dal 2020. Ma aspettare dieci anni potrebbe essere troppo tardi, bisognerebbe iniziare ora, dicono gli esperti della International Organisation for Migration, iniziando con il riconoscere che il problema esiste ed è sotto i nostri occhi.
L'immagine è tratta dall'album Flickr di Oxfam International