
“In una delle nostre prime l’anno scorso c’erano due bambine rom da poco arrivate in Italia: una è Florentina, che è un po’ più grande di Elena, ed è anche sua zia (sorella della madre). Un giorno la maestra, avendo avuto difficoltà a parlare con la madre di Elena, apostrofa Florentina dicendole: “Di’ un po’ Florentina, come mai tu parli così bene l’italiano e tua sorella invece non spiccica nemmeno una parola?”. Florentina la guarda sorpresa, e si gira verso la classe con la faccia di una che pensa che la stiano prendendo in giro. Infine risponde col tono di una che sta dicendo un’ovvietà: “Ma maestra, ma non si ricorda che l’italiano me l’ha insegnato lei?”. Questo è un episodio che dà l’esempio di quale sia la normalità del nostro fare scuola”.
Simonetta Salacone, dirigente scolastico della scuola elementare romana Iqbal Masih (bambino simbolo della lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile in Pakistan) da quest’anno in pensione, ha una lunga esperienza alle spalle, ma continua a stupirsi di fronte al candore con cui a bambini riescono a semplificare le grandi questioni. Quello che più conta, in questi giorni precedenti al rientro a scuola e già avvelenati da polemiche e scontenti, è quello che questa piccola grande signora è riuscita a fare in una scuola di periferia, con pochi fondi ma tanta determinazione.
Un circolo didattico con 719 iscritti, tra cui 36 stranieri e 44 rom. Tra gli stranieri circa il 70% sono bambini nati in Italia, che non è detto avranno la cittadinanza al diciottesimo anno d’età: “Pochi sanno che oltre alla continuità della permanenza sul territorio italiano ci vuole anche un reddito minimo garantito: è successo al nostro aiuto cuoco Dregan, un rom nato in Italia, che ha tre figli nati tutti qui ma che ha potuto prendere la cittadinanza italiana solo nel 2009 perché ogni volta mancavano poche centinaia di euro a raggiungere il minimo richiesto”, spiega Salacone.
Molti penseranno che uno degli ostacoli maggiori, in scuole con così alto tasso di stranieri, sia la lingua. Ma in realtà la difficoltà più grande è semplicemente la mancanza di fondi, perché senza quelli anche l’organizzazione di un laboratorio linguistico o di qualche ora in più con insegnanti per il tempo pieno diventa una montagna da scalare. Anche se poi i bambini un modo per comunicare lo trovano sempre e, di conseguenza, imparano. Un po’ di difficoltà in più nascono con i genitori. “Per fortuna ci sono le associazioni territoriali e i CPA (Centri permanenti per adulti), che vengono incontro anche alle necessità particolari per orari e compatibilità. Ma quello che più funziona sono gli eventi e le iniziative che coinvolgono tutti: penso alla Scuola della Pace della comunità di S.Egidio, ospitata dalla Iqbal Masih, che offre diverse attività di incontro e scambio a genitori di ogni provenienza geografica. E abbiamo anche organizzato dei corsi di informatica per mamme migranti”. Una scuola, quella della Salacone, che come altre sul territorio nazionale (ancora troppo poche, purtroppo), evita l’uniformità, la genericità, la burocratizzazione delle attività educative.
Lasciandosi al contrario permeare dalla cultura del territorio, leggendone risorse e bisogni, cercando soluzioni specifiche per ogni alunno. Impegnativo, certo. Ma sicuramente gratificante. “Le altre associazioni territoriali, le Asl, gli enti locali, ci cercano, vogliono collaborare con noi, cercando un coordinamento che semplifichi il raggiungimento delle finalità comuni. Se anche il comune vedesse in noi degli interlocutori, potremmo essere molto d’aiuto alla gestione di alcune politiche sociali. Penso agli sgomberi dei campi rom, alle collaborazioni nate in questi anni con alcuni dei rappresentanti delle comunità, delle osservazioni che siamo stati in grado di trarre nel tempo. Ad esempio, che la stanzialità accompagnata dall’integrazione scolastica dei bambini aiuta moltissimo il dialogo tra adulti”. Apertura contro chiusura, globale contro locale, partecipazione contro isolamento.
“La scuola è il luogo in cui si rinsalda la cultura italiana, attraverso la conoscenza delle discipline d’insegnamento che vanno apprese da tutti gli alunni che vivono nel nostro paese, e dall’altra è il luogo in cui si incontrano gli aspetti delle altre culture presenti sul territorio. D’altra parte è la scuola che porta i bambini (tutti!) nei musei e a visitare le bellezze del nostro paese, aiutando così a costruire il futuro di piccoli che un giorno saranno italo-rumeni, italo-bengalesi, italo-cinesi, italo-filippini e così via”.