Conosciamo il loro nome di battesimo (quello vero? Chissà). Il numero di telefono presso cui rintracciarle, per chiedere loro di passare anche in farmacia o a fare la spesa, o di fermarsi qualche ora in più. Del resto non conosciamo niente, a malapena sappiamo da dove realmente arrivino (Ucraina? Romania? Dopotutto non è più o meno la stessa cosa?). E mentre il nostro è diventato nemmeno troppo lentamente un paese di vecchi, le badanti che si prendono cura di loro sono aumentate. Definite assistenti familiari (e d’altronde sono delle vere risorse in famiglie in cui entrambi i coniugi lavorano e non hanno tempo e possibilità di occuparsi dei genitori), in Italia la loro presenza è ormai oltre il milione. Dati relativi, se pensiamo che molte di loro lavorano in nero, senza un contratto che ne regolarizzi la presenza e i diritti. Affidiamo loro le chiavi di casa, ma cosa sappiamo della loro vita, di quello che cercano, di come sono arrivate qui e soprattutto di cosa hanno lasciato? “Si tratta di donne che nei loro paesi hanno aspettative di stipendio molto basse, pur essendo nella maggior parte dei casi laureate”, spiega Francesco Vietti, dottorando in Migrazioni e processi interculturali presso l’Università di Torino e autore de Il Paese della badanti (Meltemi editore). Una ricerca che lo ha portato fino a Pirlita, piccolo villaggio natale di Nadia, insegnante con una laurea alle spalle e il sogno sfumato di una carriera universitaria. “Nadia ha lasciato casa sua, i figli, il marito. Per lavorare in Italia. Quello che ho potuto osservare da vicino è cosa succede in un paese in cui le donne partono per lavoro. Nascono nuove necessità, dei veri e proprio processi di ristrutturazione sociale proprio in funzione di queste partenze”. Le donne partono, mandando a casa molti soldi in rimesse e bilanciando con questo denaro una situazione che non sempre è facile gestire. “Pensiamo ai figli di queste madri transnazionali. Hanno i giocattoli più belli, diventano dei leader perché riescono a ottenere prodotti che gli altri bambini sognano. Ma al tempo stesso vivono con le madri un rapporto fatto di email e telefonate, in cui il più delle volte si accantonano le questioni sentimentali e vengono fatte delle precise richieste economiche”. Facendo sentire queste donne dei bancomat, e aumentando il doppio senso di alienazione che provano: lontane e non comprese nel contesto da cui provengono ma anche in quello in cui lavorano. “Le famiglie diventano allargate, nei paesi si cerca di venirsi incontro perché l’assenza delle donne non destabilizzi del tutto gli equilibri. E non sempre le donne che hanno scelto di emigrare vengono capite e appoggiate socialmente”. Le suocere e le madri, appartenenti a un’altra generazione, biasimano la loro scelta, giudicandola come una fuga. “Ogni migrante in partenza o appena arrivata in Italia dichiara di volerci restare poco per guadagnare e poter migliorare le condizioni della sua famiglia. Poi però le esigenze mutano, crescono i bisogni di figli e mariti lasciati a casa. E molte di loro, più che pensare al ricongiungimento familiare, si legano a nuovi affetti”. Forse anche per non soffrire di solitudine. O per non ammalarsi della cosiddetta Sindrome Italiana. “Una forma di depressione di cui si parla molto nei media dell’est europeo. Uno stato d’animo che viene enfatizzato dalla clausura nelle case in cui si lavora, dalla difficoltà a creare dei rapporti con la gente del posto, dall’autoghettizzazione”. Dequalificate professionalmente, non messe nella condizione di integrarsi perfettamente, sognano una vita migliore e qualcuno a cui raccontarlo. Si ritrovano nelle piazze e sulle panchine, unici posti in cui incontrarsi con le connazionali per chiacchierare e far passare il tempo. Le cosiddette piazze delle badanti, individuabili ormai in ogni città italiana. E uniche occasioni in cui queste donne, invisibili per la stessa natura della loro condizione e del loro lavoro, si diventano persone.
Marìka Surace
Foto di Polafol