
Le cose stanno cambiando, e lo stanno facendo molto velocemente. “Green economy” è una espressione che suona sempre più familiare ma forse non sempre abbiamo bene in mente di che cosa si nasconde dietro queste due parole: un cambiamento molto rapido che sta avanzando in tutto il mondo ma dall'Italia arrivano segnali contrastanti, quasi contraddittori, che da una parte sembrano fornire strumenti utili perso procedere sulla strada verde, dall'altra però mettono freni e paletti allo sviluppo del settore green di cui può beneficiare sia la bolletta energetica (sia dei privati che delle imprese) che il mercato del lavoro, offrendo possibilità di occupazione connesse alla riqualificazione energetica degli immobili. La green economy, infatti non riguarda solo l'energia, ma tutto un sistema economico che andrebbe sollecitato, incoraggiato, incentivato. Ma senza gli incentivi l'Italia rischia di rimanere indietro.
Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e della rivista QualEnergia, sottolinea la discrasia che caratterizza la manovra finanziaria in discussione alle Camere. “Ci sono strumenti che vanno nella direzione giusta – dice Silvestrini – in particolare strumenti di inquadramento complessivo come il piano nazionale delle rinnovabili (pdf) che è condivisibile, ha obiettivi molto ambiziosi e indica gli strumenti poterli raggiungere; ci sono poi però atti pratici che vanno in direzione completamente opposta, come ad esempio l'attacco ai certificati verdi, o il mancato rinnovo della detrazione fiscale al 55% che ha consentito a mezzo milione di famiglie di riqualificare la propria edilizia, una decisione che nega la possibilità di creare occupazione per una miriade di piccole aziende”.
Scelte che Silvestrini definisce “difficilmente comprensibili”, soprattutto alla luce del fatto che il motore della green economy si fa sentire ovunque: “Il 62% della potenza elettrica installata nell'UE, dal Portogallo alla Romania è alimentato da fonti rinnovabili – spiega Silvestrini che conosce molto bene la materia cui ha dedicato libri, articoli e ricerche – negli Usa siamo al 43% mentre in Cina l'anno scorso un terzo della potenza elettrica era alimentata da rinnovabili”.
E l'Italia? Forse la portata del cambiamento non è ancora stata pienamente recepita dal mondo politico e industriale e, spiega Silvestrini, “questo ci pone in una condizione di debolezza anche se stiamo recuperando posizioni: l'anno scorso siamo stati secondi nel mondo per il fotovoltaico e sesti per l'eolico. Ma manca ancora l'industria verde, la capacità di attivare interi processi produttivi e soprattutto la realizzazione di tecnologie verdi, perché altrimenti, per produrre energia da fonti rinnovabili, siamo costretti a importare tecnologie dalla Germania o dalla Cina e dalla Spagna, proprio come facciamo oggi”.