Più passano i giorni e più dalla crisi libica nascono preoccupazioni e timori. Il disprezzo e la sconcertante violazione dei diritti umani, i possibili flussi migratori che potrebbero portare centinaia di migliaia di rifugiati politici libici sulla sponda sud dell'Europa sono motivi che tengono in allerta gli osservatori internazionali. E poi c'è la questione energetica che investe molto da vicino l'Italia e merita una riflessione: mai come ora, mentre gli aerei di Gheddafi bombardano i manifestanti e truppe di mercenari danno la caccia ai dissidenti; mai come ora, mentre Eni chiude temporaneamente (e per motivi cautelari) il gasdotto libico, si pone con forza il tema delle rinnovabili e della dipendenza del nostro sistema energetico. Alla luce della crisi libica stride molto la polemica recentemente sollevata sul costo degli incentivi alle energie rinnovabili che costerebbe molto cara ai contribuenti italiani.
Proviamo intanto a capire che valore ha la questione energetica per la Libia. Innanzitutto è da sottolineare che, tra i paesi africani, la Libia è il maggior produttore di petrolio: produce circa 44 miliardi di barili l'anno piazzandosi al nono posto tra i produttori mondiali. Di questa produzione l'Italia è il maggiore beneficiario, rappresentando al destinazione di circa il 32% dell'export.
Anche il gas è una parte importante dell'economia libica: al quarto posto nella graduatoria mondiale. “Nel 2008 – scrive l'economista Marzio Galeotti – la produzione di gas libico di 17,1 miliardi di metri cubi, di cui 11,2 esportati”. Di qiuuesti, continua Galeotti, “10,6 hanno preso la via dell’Italia e dell’Europa tramite il gasdotto Greenstream, operato in partnership con Eni, lungo 520 km, che connette Mellitah a Gela in Sicilia. Circa il 60 per cento del gas prodotto è esportato in Italia, mentre una piccola parte è liquefatto e spedito in Spagna”.
Gli idrocarburi rappresentano così una ingente fonte di guadagno per la dittatura di Gheddafi: il 95% dei ricavi delle esportazioni e l’80% delle entrate fiscali.
Si vede bene come il nostro sistema energetico sia così strettamente legato alla crisi libica. Quello che non si capisce è invece perché non acceleri sulle rinnovabili e sulle tecnologie che potrebbero garantire di ridurre, se non di eliminare la dipendenza energetica da paesi come la Libia. È abbastanza curioso notare che proprio mentre la crisi libica accentua il bisogno di rinnovabili (di energia pulita e nostra) si scatena la polemica che vedrebbe il fotovoltaico come “nemico dell'agricoltura e del paesaggio, preda degli speculatori, troppo costoso con ricadute drammatiche in bolletta”.
Pronte sono state le risposte di esperti, economisti, imprenditori e associazioni in difesa di un futuro che non può non alimentarsi con energia pulita. E mentre i prezzi del petrolio continuano a salire si sollevano le voci di chi, come Domenico Belli di Greenpeace, sottolinea che se gas e petrolio ci rendono dipendenti da paesi esteri, la situazione non cambierebbe con l'uranio e il nucleare: "Le fonti rinnovabili – dice Belli – sono le uniche in grado di aumentare l'indipendenza e ridurre l'impatto di possibili crisi politiche nei Paesi produttori", sottolinea Domenico Belli, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.
Immagine di Crethi Plethi