Alla 17° Conferenza Onu sul clima si firma l’estensione del Protocollo di Kyoto sino al 2015, ma anche l’uscita dall’accordo dei big dell’inquinamento
Dopo il vertice di Durban è grande la delusione da parte di ambientalisti, ONG e tutte le popolazioni colpite da fenomeni atmosferici allarmanti: nessuno di loro crede che le decisioni approvate siano adatte per guarire la Terra dai suoi mali, primo fra tutti le emissioni di combustibili fossili.
Durante la 17a Conference of the Parties to the UNFCCC (COP17), insieme alla 7a Conference of the Parties serving as the Meeting of the Parties to the Kyoto Protocol (CMP7), si è giunti, secondo Wwf, Greenpeace e Legambiente, a un "accordo su base volontaria che ci farà perdere altri dieci anni", nonostante l'urgenza di fermare la vorticosa ascesa verso l'esaurimento del carbon budget.
Pochi e deludenti, infatti, i risultati ottenuti dopo questa faticosa settimana, conclusasi l’11 dicembre: l'istituzione del fondo verde per il clima (Green Climate Fund) per aiutare i paesi in via di sviluppo a sostenere le azioni contro il riscaldamento globale e proteggere le coste delle piccole isole dall'innalzamento dei livelli degli oceani e per limitare i danni delle alluvioni nel sud-est asiatico, e gli accordi non vincolanti e non estesi a tutti i paesi industrializzati a partire dal 2020.
Che si tratti dell'ennesimo pretesto per evitare il problema?
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La rivoluzione al Festival del Cinema Africano di Verona
Anche quest’anno il Festival del Cinema Africano inonda di colori Verona, con una settimana dedicata alle immagini e ai registi che hanno portato sul grande schermo il continente e le sue voci dall'11 al 20 novembre. Arrivata alla sua XXXI edizione, la manifestazione ha assunto ormai la forma e il peso di un grande evento collegato ai festival del cinema d'Africa, d’Asia e dell’America Latina di Milano, a ImmaginAfrica di Padova e al Balafon di Bari.
Quest’anno, una sezione speciale è dedicata al tema della “primavera araba”, l’onda di rivoluzioni che nel corso dell’anno hanno cambiato il volto politico e sociale del Nord Africa attraverso due pellicole: l’egiziana “18 Jours”, un film che riunisce tanti diversi registi e attori per raccontare i 18 giorni che hanno cambiato il paese, e “I Nostri anni Migliori”, opera italiana che racconta la vita sotto la dittatura di Ben Ali attraverso le parole di cinque immigrati tunisini.
Alla diaspora e alle migrazioni è dedicata un’altra importante sezione del festival, dal titolo Viaggiatori e Migranti, che propone otto film a tema partendo dalla decisione dell’Onu di dichiarare il 2011 anno dedicato alle persone di origini africane. Tra i partecipanti anche l’italo-ghanese Fred Kuwornu con "18 Ius Soli", approfondito documentario sul tema del diritto di cittadinanza per i giovani di seconda generazione, ragazzi nati o vissuti da sempre in Italia che al compimento del diciottesimo anno di età sono costretti a un lungo e complesso iter burocratico per vedersi riconosciuta l’appartenenza al proprio paese.
Alla fine della kermesse saranno consegnati due premi dedicati a lungometraggi e cortometraggi per un totale di 24 film in concorso, molti dei quali in anteprima internazionale. Nel ruolo di giurati ufficiali saranno presenti Annabelle Alcazar, produttrice cinematografica e direttrice del Trinidad e Tobago Film Festival; Cleophas Adrien Dioma, poeta, scrittore e cronista per numerose pubblicazioni, e Giancarlo Beltrame, giornalista presso il quotidiano l’Arena di Verona. Organizzano l’evento il Centro Missionario Diocesano della città e Nigrizia Multimedia, storici sostenitori del festival sin dalle prime incarnazioni, affiancati da ProgettoMondo MLAL.
Nel corso della settimana agli eventi cinematografici si affiancano iniziative di ogni genere legate alla scoperta, alla conoscenza e alla multiculturalità. Inoltre, tra le iniziative inaspettate per un festival cinematografico spicca anche una tavola rotonda dedicata al calcio africano, con la proiezione del documentario “Forgotten Gold” del regista sudafricano Makele Pululu. Il film racconta la storia di Ndaye Mulamba, leggendario cannoniere dello Zaire che nel 1974 salì agli onori delle cronache sportive per il suo record di 9 goal consecutivi nel corso della Coppa Africana delle Nazioni. Nel 1996 il governo dello Zaire costringe alla fuga l’atleta, che abbandona il paese lasciandosi alle spalle tutti i propri averi. Il regista ha incontrato Mulamba in Sud Africa, dove ha dovuto faticosamente ricostruirsi una vita da zero e dove lavora come guardia di un parcheggio. Se quel governo fosse stato democratico, il suo destino sarebbe stato diverso.
"So che l'espressione "buttare acqua nel deserto" non è bella, ma se in Africa si continuerà a ragionare in termini di carità è difficile che la situazione cambi e che si faccia meglio che offrire un po' di sollievo temporaneo. Intervenire è necessario, ma un intervento giusto deve saper andare oltre l'emergenza".
Con queste parole Enrico Cisnetto, organizzatore della giornata che il prossimo 17 ottobre lancerà da Roma un ponte di solidarietà per le popolazioni del Corno d'Africa colpite dalla siccità, esprime l'ambizioso obiettivo che mira a realizzare qualcosa di programmatico e concreto per le popolazioni che soffrono la fame.
Soprattutto per quelle che versano in condizioni ormai gravissime perché vivono in Etiopia, Gibuti, Kenya e Somali, visto che l'80% della popolazione dell'area vive di agricoltura e pastorizia, e che senz'acqua si ritrova letteralmente senza sussistenza minima. Considerando che si tratta di 15 milioni di persone, si comprende bene di che proporzioni sia l'emergenza. L'idea è quella di far partire da questo primo appuntamento di RomaIncontra, presso l'Ara Pacis di Augusto, un messaggio e una riflessione che portino se non altro a evidenziare che, se anche del problema non se ne parla ogni giorno, esiste e non può essere ignorato.
"Ci sembrava giusto dunque ritrovarsi per un evento di portata internazionale a Roma, una città che è già sede di agenzie dell'Onu che si occupano di questo problema (FAO, IFAD e WFP), cercando di raccogliere più fondi possibili che poi verranno gestiti dalle Nazioni Unite e dal Ministero degli Esteri, che si occuperanno concretamente degli interventi, coordinati a livello internazionale", continua Cisnetto, che crede molto nel messaggio di una solidarietà a lungo termine. "Perché un intervento congiunturale, non strutturale, c'è già stato molte, troppe volte. E i risultati si perdono nel tempo". Ecco perché dall'incontro di lunedì ci si aspetta molto di più. All'evento parteciperanno, tra gli altri Jacques Diouf, direttore generale FAO, Kanayo F. Nwanze, presidente dell'IFAD, Josette Sheeran, direttore esecutivo World Food Programme e Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.
Dalla notte del 17 prenderà il via una nuova raccolta fondi attraverso l'invio di SMS al numero 45503, a cui si potranno mandare le proprie donazioni fino al 23 ottobre. Il nome della campagna è già esplicativo degli obiettivi: Crescita. Dall'emergenza alla sostenibilità. "Pensiamo ad esempio alla costruzione di acquedotti, a dighe, a uno sviluppo delle tecnologie che possano aumentare la produttività di queste popolazioni, in modo che il vantaggio sia collettivo, e rimanga patrimonio del Paese".
In questi giorni anche la first lady Michelle Obama ha detto la sua sul tema. Nota per la sua campagna per l'orto domestico, ha dichiarato anche lei che proprio gli USA, che da sempre hanno influenzato i modelli di consumo mondiali, devono iniziare a sostenere l'agricoltura locale, ecosostenibile. Evidenziando poi un altro problema: l'eccesso dei paesi occidentali, in cui i problemi sono lo spreco, i troppi rifiuti e l'obesità. Un divario che non è più tollerabile. Tema che sarà discusso anche a Roma, in cui una delle conferenze sarà dedicata alla cosiddetta sfida del Terzo Millennio, che è quella di vincere la fame nei paesi poveri e combattere gli eccessi nei paesi ricchi.
"E' non è meno importante ricordare una cosa. Se l'economia di questi paesi migliora, saremo tutti quanti a giovarne. Pensiamo agli investimenti che molte nazioni ricche stanno facendo proprio in Africa. E come, anche per colpa della crisi, quello del cibo e dell'accaparramento delle terre siano diventati temi caldi anche per le nostre economie. D'altronde il cibo sarà il tema principale dell'Expo del 2015, non è un caso se iniziamo adesso ad occuparcene. Forse sembrerà meno buonista da dire, ma aiutare l'Africa è davvero nell'interesse di tutti".
Foto di Elrentaplats
"Per la loro lotta non violenta a favore della sicurezza delle donne e dei loro diritti verso una partecipazione piena al processo di costruzione della pace", recita la motivazione del premio. Perché quest'anno il Nobel per la Pace lo condividono in tre, e si tratta di tre donne diverse tra loro che in comune hanno la tenacia e la determinazione con cui hanno lottato per la pace nei rispettivi paesi. Annunciato o meno (alcuni propendevano anche per i blogger arabi, che hanno avuto un ruolo enorme nella cosiddetta primavera araba), il premio è stato infatti assegnato a è stato assegnato a Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia, all’avvocatessa liberiana Leymah Roberta Gbowee, e all’attivista yemenita Tawakkol Karman.
La prima, forse la più famosa, anche conosciuta come la Signora di Ferro africana, è l'attuale presidente della Liberia e in assoluto la prima donna a rivestire questo incarico nel continente africano. Arrivata al potere nel 2005, si è impegnata nella ricostruzione del suo Paese, devastato da 14 anni di guerra civile che ha fatto 250.000 morti.
La seconda, Gwobee, un'energica donna di 39 anni, è una militante pacifista, anche lei liberiana e da sempre paladina nonviolenta dei diritti civili, e soprattutto una delle più determinanti figure che hanno contribuito a mettere fine alle guerre che hanno dilaniato il suo paese. Piccola, di carnagione chiara (e per questo motivo soprannominata “la rossa”, ma anche La guerriera della pace), l'avvocatessa Gbowee ha recentemente dato alle stampe la sua autobiografia, Mighty Be Our Powers: How Sisterhood, Prayer, and Sex Changed a Nation at War (“La forza dei nostri poteri: come le comunità di donne, la preghier e il sesso hanno cambiato una nazione in guerra”).
Infine la più giovane, appena 32 anni, è Tawakkol Karman, un’attivista yemenita che ha tre figli e molto coraggio, ed è una delle protagoniste della protesta femminile contro il regime del suo Paese. La sua lotta per la trasparenza dell'informazione (è una giornalista, ed è la fondatrice dell'associazione "Giornaliste senza catene"), nel gennaio di quest’anno era stata arrestata dalle autorità yemenite per i suoi continui proclami antiregime e la sua battaglia per il riconoscimento dei diritti umani. La polizia è stata alla fine costretta a rilasciarla sotto la pressione delle manifestazioni in suo sostegno, che hanno portato in strada migliaia di persone.
In un giorno in cui ricorre il decimo anniversario della dichiarazione di guerra all'Afghanistan, in un periodo in cui le guerre civili (in Asia come in Africa) non sembrano cedere alle pressioni della diplomazia, spesso troppo debole o troppo incastrata tra interessi politici ed economici, il Nobel per la Pace ci ricorda che ci sono, e si spera ci saranno sempre, figure che non smettono di arrendersi, che prendono molto sul serio la battaglia per il riconoscimento dei diritti di tutti, che sono pronte, come già abbiamo visto per Liu Xiaobo, a sacrificare la propria libertà per la pace di tutti. E questo, a noi, sembra già abbastanza per avere fiducia nell'umanità.
La foto è di Nancy Pelosi

Questa è tutta un'altra Africa. Non quella che siamo abituati a conoscere. Quest'Africa è fatta di innovazioni, di invenzioni che agli occhi di un occidentale possono sembrare primitive, ma che stanno cambiando il volto di un continente perché sono la base per sconfiggere la fame e la malnutrizione che affiggono ancora milioni di africani. In più, questi progetti rispondono tutti a una regola ben precisa: ma raggiungere il loro risultato camminando nel solco della sostenibilità, perché per vivere meglio non occorre distruggere l'ambiente. Queste storie sono raccolte in State of the World 2011 – Nutrire il Pianeta, il rapporto annuale realizzato dal Worldwatch Institute, edito in Italia da Edizioni Ambiente e presentato a Roma in una iniziativa del WWF. Abbiamo chiesto a Danielle Nierenberg, tra le curatrici del volume, di raccontarci alcune di queste invenzioni e lei ci ha parlato di un viaggio nell'Africa Sub-Sahariana, dove una pompa a pedali può garantire cibo a 250mila persone, i pannelli solari alimentano apparecchi per essiccare frutta da vendere a turisti e conservare tutto l'anno e a Kibera, quartiere povero di Nairobi, giardini verticali e sacche piene di terra ha consentito alle persone di produrre il proprio cibo mentre le rivolte isolavano il quartiere.
Perché l'edizione 2011 di State of the World è dedicata all'agricoltura?
L'agricoltura sta vivendo un momento cruciale. Circa mezzo secolo dopo la cosiddetta Green Revolution – il primo tentativo su larga scala di ridurre povertà e fame nel mondo – un ampio numero di famiglie e di persone soffre ancora di mancanza cronica di cibo. Secondo le stime più recenti, sono circa un miliardo le persone che vanno a letto affamate ogni sera, e i numeri aumentano se includiamo nel calcolo l'assunzione insufficiente di micronutrienti come le vitamine e i minerali indispensabili al metabolismo umano.
Per certi versi, riuscire a mantenere i livelli di malnutrizione sotto il miliardo e mezzo di persone può essere considerato un traguardo. Dopo tutto, la popolazione mondiale è più che raddoppiata dopo i primi successi della Rivoluzione Verde e i contadini hanno aumentato le produzioni a livelli sufficienti a nutrire più di 2 miliardi di persone in più con diete adeguate. Allo stesso tempo però, la maggior parte di questi risultati sono stati raggiunti ricorrendo a un'agricoltura altamente intensiva, fortemente dipendente dai carburanti fossili, con il risultato che la produzione di cibo in maniera sostenibile per una sempre maggiore popolazione è una delle sfide più grandi del nostro secolo.
Inoltre, gli investimenti per lo sviluppo dell'agricoltura sono ai loro minimi storici: solo il 4% dei fondi ufficiali stanziati negli ultimi 15 anni, sono stati dedicati allo sviluppo agricolo.
Non potrebbe esserci peggior momento per diminuire questi fondi, visto che tutto sembra cospirare per rendere la lotta alla fame del mondo sempre più difficile. La crisi potrebbe offrire un'opportunità per rielaborare le strategie di lotta alla fame da parte dei governi, prendere impegni di lungo termine e ristabilire la sicurezza alimentare come una priorità globale. Ma i prezzi del petrolio e del cibo continuano ad aumentare mentre avanza la minaccia dei cambiamenti climatici e gli accordi internazionali non favoriscono certo le aree rurali.
Osservando questo scenario ci siamo domandati quali innovazioni politiche e tecnologiche abbiano le potenzialità migliori per diminuire la malnutrizione e la povertà riuscendo, allo stesso tempo, a proteggere l'ambiente. Un altro obiettivo del nostro rapporto sta nel raccontare storie di speranza e di successo dell'Africa Sub-Sahariana. È un'area di cui siamo abituati a sentire solamente storie di Aids, conflitti, carestie, e ci dimentichiamo che esiste un'altra faccia del continente, un volto di successo, di speranza e di autosufficienza. Speriamo che State of the World 2011 possa indicare a donatori e fondazioni internazionali i progetti che hanno le carte in regola e le potenzialità per essere replicati altrove.
Come avete scelto i progetti da raccontare?
Il libro nasce da una ricerca sul campo, non lo abbiamo scritto dal nostro quartier generale di Washington, ma è il frutto di una ricerca fatta viaggiando nell'Africa Sub-Sahariana. In 15 mesi abbiamo visitato oltre 250 progetti, abbiamo parlato con contadini, politici, ricercatori e scienziati, giornalisti e Ong, educatori e studenti, cercando di capire che cosa stava funzionando nel loro lavoro per alleviare fame e povertà nelle loro terre senza perdere attenzione per l'ambiente. Siamo andati nei pascoli più remoti e nelle città più popolate, siamo andati a cercare gli allevatori Samburu del Kenya e a studiare cosa accadeva a Kampala in Uganda, abbiamo incontrato i braccianti delle aree rurali dello Zimbabwe, visitato i caseifici tenute dalle donne e le cooperative ortofrutticole del Ghana e del Niger; abbiamo intervistato i coltivatori di cotone biologico del Burkina Faso e abbiamo imparato dai contadini dei dintorni di Antanarivo, Madagascar, come si produce il riso. E ancora una infinità di altri progetti dell'Africa orientale, meridionale ed occidentale sono stati al centro dei nostri viaggi e del nostro lavoro.
Abbiamo cercato di lavorare con le organizzazioni e le istituzioni locali, conoscere le loro storie e portarle a un pubblico più vasto attraverso il nostro sito web www.nourishingtheplanet.org, dove si possono vedere video, si può partecipare ai nostri social network, si possono ascoltare e vedere interviste, leggere articoli e altri materiali.
Qualche esempio concreto di questi progetti?
Ad Aksum, in Etiopia, ho visto contadini che, in collaborazione con le Ong Prolinnova e Gtz, hanno sviluppato un sistema per aspirare l'acqua e controllare l'erosione del territorio in modo tale da sfruttare al meglio la pioggia che cade in una regione generalmente molto arida. Kas Malede Abreha, un contadino della regione etiope del Tigray, ha inventato una pompa a pedali molto facile da utilizzare che ha incrementato drasticamente la produzione agricola della sua terra, gli ha consentito di ampliare la sua fattoria e fare cose che prima non avrebbe potuto fare, come ad esempio, mandare i suoi figli a scuola. Inoltre Kas ha avviato una sua propria attività, costruisce pompe per gli altri contadini, allenandoli a controllare l'erosione delle loro terre e diventando un esempio di innovazione e successo nella sua comunità. E se una pompa a pedali può avere un suono vagamente primitivo per un pubblico occidentale, questa invenzione sta aiutando più di 250mila persone ad irrigare le loro coltivazioni nell'Africa Sub-Sahariana.
Ma gli esempi citati nel rapporto sono moltissimi. Vale la pena ricordare che uno dei maggiori problemi della produzione di cibo è la quantità che viene sprecata nel ciclo produttivo. Anche se sentiamo sempre parlare della necessità di incrementare la produzione alimentare, i nostri soldi potrebbero essere spesi meglio cercando di ridurre la quantità di cibo che si spreca e che raggiunge una cifra incredibile, tra il 25 e il 50 per cento di quanto si produce. Tutto lo spreco si distribuisce lungo la catena alimentare, una parte si perde nelle fattorie, una parte nei magazzini, e una parte nei consumi finale. In Germania si stima che i consumatori buttano via almeno un terzo del cibo che acquistano. La buona notizia è che ridurre gli sprechi può essere semplice e poco costoso. In Kenya e in Mauritania ci sono fattorie che utilizzano tecnologie che consentono loro di rendere le proteine del latte disponibili ai consumatori per tutto l'anno. Mentre in Gambia utilizzano metodi molto interessanti e convenienti per trasformare cibo che andrebbe buttato: ad esempio grazie ad essiccatori alimentati con pannelli solari riescono a conservare frutta che sarebbe buttata via, mentre in questo modo garantisce vitamine alla popolazione per lunghi periodi di tempo e fornisce alle contadine nuovi prodotti da vendere al mercato e ai turisti.
Infine non dimentichiamo le città africane. Il continente, dove 14 milioni di persone ogni anno si muovono verso le città, sta vivendo un processo di urbanizzazione secondo solo a quello cinese. Secondo le stime, entro il 2020 l'alimentazione di 35/40 milioni di africani di città dipenderà dall'agricoltura urbana. I modelli per sviluppare sistemi di produzione alimentare che utilizzino aree urbane sono davvero molti, alcuni di questi si vedono applicati in molte città europee, ma anche in Africa hanno iniziato a sviluppare progetti legati a questa nuova frontiera. A Kibera, quartiere di Nairobi considerato tra i più vasti quartieri poveri dell'Africa Sub-Sahariana, nascono giardini verticali per mano di associazioni che riuniscono migliaia di donne. Oppure coltivano verdura in alte sacche piene di terra, un sistema che ha garantito a queste persone sostentamento durante le rivolte del 2007 e del 2008, quando a Kibera non entrava cibo proveniente da altre parti della città.
L'agricoltura urbana ha prospettive molto interessanti a Nairobi come in molte altre città, si chiamino Copenhagen, Bruxelles, Londra, o Accra in Ghanna e Bamako in Mali.
Immagine di CIMMYT
Sono 22mila malati di aids in Italia. Pochi? Tanti? La Giornata mondiale sull'Aids è l'occasione per fare il punto della situazione sulla malattia che è stata un flagello simbolico per tutti gli anni Ottanta e Novanta e che ora sembra scomparsa sia dai giornali che anche dalle preoccupazioni delle ultime generazioni. Una delle più terrificanti epidemie recenti, che ha ucciso più di 25 milioni di uomini e donne nel mondo negli ultimi trent'anni, è stata digerita o dimenticata dall'opinione pubblica.
Eppure il virus dell'Hiv non è affatto scomparso dal nostro paese. In Italia una persona è infettata ogni due ore, e di queste due su tre sono stranieri. Le nuove infezioni sono circa 4mila ogni anno e le persone sieropositive sono circa 150mila, tuttavia il numero di malati di aids diminuisce di 4mila ogni anno.
Dal 1982, quando sono stati registrati i primi casi, in Italia sono state colpite dall'Aids 63mila persone e di queste 40mila sono morte.
Ma, soprattutto, emerge un dato importante: nonostante i casi di Aids conclamato siano in diminuzione, in Italia ogni anno vengono diagnosticati 6,7 nuovi casi di sieropositività ogni 100.000 abitanti. Dopo un notevole decremento dell’incidenza Hiv durante gli anni ’90, negli ultimi dieci anni si sono avute circa 3.500-4.000 nuove infezioni all’anno.
Ciò dimostra come l’Aids stia diventando per certi versi una malattia ancora più insidiosa che in passato, a causa di una percezione e di alcune convinzioni errate diffuse tra la popolazione. Il profilo della persona sieropositiva si è radicalmente modificato negli ultimi dieci anni. Lo dimostrano anche i dati resi noti in questi giorni e forniti da ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità (Iss): è in aumento l'età in cui si contrae il virus (39 anni per gli uomini e 35 per le donne), in 8 casi su 10 il virus Hiv si trasmette per via sessuale e gli eterosessuali sono i più colpiti (65,4%).
Quindi la trasmissione per via sessuale è divenuta la più frequente modalità di contagio e il rischio eterosessuale coinvolge la quasi totalità della popolazione sessualmente attiva che non percepisce il rapporto sessuale non protetto come sufficientemente a rischio, in particolare se si tratta di persone di età matura. Il giovane tossicodipendente attivo, che era il soggetto in origine più rappresentato in tutte le casistiche nazionali, costituisce oggi un’assoluta minoranza.
Sensibilizzazione e informazione, dunque. Proprio per questa ragione oggi, nelle università e in ben 32 piazze italiane, il Cesvi lancia il Virus Free Day: studenti di medicina e volontari intervisteranno i più giovani, utilizzando il Free Virus Test, un quiz preparato da esperti sulle tematiche legate al virus e alla sua diffusione, con l'obiettivo di sconfiggere stereotipi e pregiudizi sull'Aids/Hiv.
Senza dimenticare gli stranieri: se è vero che il pericolo maggiore è per i più giovani, bisogna ricordare che nel nostro paese molti adolescenti non sono di origine italiana, e spesso non hanno ricevuto nel loro paese un'adeguata informazione sui metodi di prevenzione. Ecco quindi un'iniziativa molto interessante: la comunità del quartiere torinese di San Salvario, quartiere multietnico di Torino , ha organizzato un corso per bambini e adolescenti di diverse nazionalità. Dal gergo più comune (come si dice la parola profilattico in rumeno, polacco, arabo) al confronto sui temi più interessanti, come la percezione della malattia da parte dei ragazzini del Senegal e la concreta conoscenza che ne hanno le ragazze che vengono da paesi di tradizione musulmana. Tutto per la creazione di un linguaggio condiviso, che porti a una prima ma efficace protezione dal virus.
Ma se le cose in Italia sembrano andare meglio, è drammatica ancora la situazione in altre parti del mondo, soprattutto in Africa. Nel 2001 circa 5 milioni e 700mila di giovani tra i 15 e i 24 anni erano sieropositivi. Nel 2009 il numero si è ridotto a 5 milioni. Tuttavia in nove paesi, tutti in Africa subsahariana, circa 1 su 20 giovani è sieropositivo. E le donne sono più colpite degli uomini dal virus. A livello globale più del 60% dei giovani sieropositivi sono donne e nell'Africa meridionale la percentuale raggiunge il 70%.
E proprio questo numero dice quanto dovrebbe essere importante dar seguito alla prima, timida apertura del Vaticano sui profilattici. Che possano utilizzarlo solo i “prostituti maschi” - questa pare fosse la lettera dell'intervento recente di Benedetto XVI – circoscrive un po' troppo l'ambito di incidenza. E proprio in questa direzione guarda l'ultimo rapporto su "Bambini e Aids” realizzato congiuntamente da Unicef, Oms, Unfpa, Unesco e Unaids. E' possibile – si legge nel testo – una generazione libera dall'Aids, ma la comunità internazionale deve aumentare gli interventi per fornire accesso universale alla prevenzione, ai trattamenti e alla protezione sociale per l'Hiv".
"Ogni anno circa 370mila bambini nascono sieropositivi. Ognuna di queste infezioni si può prevenire" afferma Michel Sidibè, direttore generale di Unaids. "Tuttavia dobbiamo fermare le morti delle madri e i contagi dei bambini. Ecco perché ho posto l'obiettivo dell'eliminazione virtuale della trasmissione da madre a figlio dell'hiv entro il 2015".
“Quando finalmente l’indipendenza è arrivata, tutti ballavano il cha cha cha. In tutte le strade non si sentiva che Indépendance Cha Cha, la canzone di Joseph Kabasele diventata un inno di gioia e conquista per la libertà di molti paesi africani. Ma cos’è rimasto di quei balli, di quelle canzoni? Sono passato cinquant’anni, e cosa ne è del sogno dell’indipendenza africana? Sembra che si sia trasformato piuttosto in un incubo”. Jean-Léonard Touadi, giornalista e parlamentare originario della Repubblica del Congo, sa che quando si festeggia un compleanno, soprattutto uno così importante come i 50 anni dell’indipendenza di 17 paesi africani (la lista completa), non si possono evitare i bilanci. Lui lo fa con il sorriso sulle labbra perché, dice, “credo nella speranza, nella possibilità di riscatto, nella ricchezza umana. Certo che, tra corruzione e colpi di stato continui, avrei poco da sorridere.”
È il 1960, l’Africa riesce finalmente a liberarsi dal pesante colonialismo che ha impedito ogni autonomia politica ed economica. Cos’è successo da allora lo sappiamo se non bene, ma sicuramente a sommi capi sì. “Da noi si racconta una storia” dice Boubacar Boris Diop, scrittore senegalese che ha raccontato come pochi il genocidio rwandese nel libro Murambi. Il libro delle ossa (E/O edizioni). “Il padrone dice allo schiavo: “puoi andare, sei libero”. Lo schiavo esce dalla piantagione, è felice. Ma la libertà è un’avventura rischiosa e lo schiavo, dopo un breve periodo, fa ritorno dal padrone e gli dice: “in fondo sto meglio qui”.
Pessimismo e basta? Tutt’altro. Perché se c’è una cosa che va ribadita a chi l’Africa la conosce solo “da lontano”, è che non si può avere di questo continente una visione unica, come se si trattasse di un enorme villaggio continentale. “Se in Nigeria c’è un bagno di sangue ai festeggiamenti per l’indipendenza, bisogna ricordare che altri paesi stanno cercando, anche se a fatica, di trovare una via d’uscita, un modo per contare sulle proprie forze e contare come stato autonomo.” afferma Boris Diop.
Un’idea molto meno morbida se l’è fatta invece Jean Ziegler, sociologo svizzero che notoriamente ha opinioni molto meno concilianti sul modo in cui gli ex paesi colonizzatori abbiano sfruttato risorse non loro e impedito una vera e propria indipendenza africana. “Pensiamo a paesi che noi identifichiamo ancora come Terzo Mondo, l’India e il Brasile, e al modo in cui si sono affacciati sull’economia globale negli ultimi anni” spiega l’autore di L’odio per l’Occidente (Tropea Edizioni). “L’Africa è partita male, e il risultato è che quasi tutti i poveri del mondo sono concentrati lì. Basta leggere i dati della Banca Mondiale: dal 1980 al 2010 in 14 paesi africani su 53 il reddito è sceso. Se poi pensiamo che il 53,8% del Pil mondiale è concentrato nelle mani di 500 multinazionali che detengono il potere economico globale e che sfruttano molto risorse del continente africano, si comprende bene come l’Africa sia vittima di un’ingiustizia che purtroppo non fa più notizia”.
Eppure nemmeno Ziegler chiude totalmente alla speranza, e afferma: “Ci sarebbe un modo semplice non per risolvere, ma almeno attenuare questo disastro economico, almeno dal punto di vista alimentare. Il World Food Programme ha condotto uno studio secondo cui l’agricoltura mondiale potrebbe nutrire ben 12 miliardi di individui ogni giorno, il doppio della popolazione mondiale. Un sistema di infrastrutture moderne e un utilizzo equo dei terreni potrebbero almeno evitare che in Africa si continui a morire di fame. Questo si potrà ottenere se ci sarà una consapevolezza più forte da parte degli africani del loro essere titolari di diritti importanti. E forse, grazie al movimento di solidarietà che in Occidente sta nascendo intorno a queste istanze, non è detto che sia un traguardo impossibile”.
La foto è di United Nations Photo