In occasione della quarta Girl Geek Dinner Romana dedicata all'eco-sostenibilità ci siamo intrattenuti con lo staff del locale che ha ospitato l'evento e ha servito agli ospiti un aperitivo a "Km 0" totalmente sostenibile.

Potreste descriverci l'Antù e come è nato il vostro progetto?
Antù è uno spazio-laboratorio dedicato all'ecosostenibilità. Questa è la descrizione ufficiale di un progetto in evoluzione. Da quando abbiamo iniziato quest'avventura, ad ottobre 2009, ci stiamo misurando con la difficoltà di definire una realtà al momento unica ed estremamente innovativa.
E' dalla voglia e dalla necessità di affrontare positivamente le sfide di un momento storico complesso che nasce l'idea di Antù, uno spazio nato per la diffusione dell'ecosostenibilità intesa come attenzione non solo nei confronti dell'ambiente, ma anche al proprio e all'altrui benessere.
Nei tre spazi tematici di Antù (la Sala Sapori, la Sala Saperi e la Galleria) trovano spazio iniziative culturali, mostre, workshop, dibattiti, momenti di relax e di festa...
Il nostro percorso, impostato come un laboratorio work in progress, ha come obiettivo quello di rendere la struttura completamente ecocompatibile: quindi riduzione dei consumi, produrre energia da fonti rinnovabili, compensare le emissioni delle nostre attività. Tutto questo attraverso percorsi aperti al pubblico, sperimentando soluzioni replicabili e convenienti.
Come riuscite a mettere in pratica la vostra missione?
Il lavoro è appena iniziato, ma stiamo già mettendo in atto una serie di scelte pratiche in linea con questa filosofia: dalla riduzione dei consumi attraverso un impianto di illuminazione interamente a LED ai materiali ecologici usati per la ristrutturazione, da una selezione del food&beverage basata su criteri di stagionalità, biologico e Km zero, alla riduzione e al corretto smaltimento dei rifiuti. Riduciamo al massimo la stampa su carta (e quando la usiamo si tratta di carta ecologica), e per la nostra comunicazione privilegiamo canali non inquinanti come web e radio.
Anche i format culturali e di intrattenimento sono concepiti per la diffusione di questi valori. Posso citare alcune delle nostre iniziative mensili, come quelle che si occupano di riuso e riciclo, come ScArt Attack, la mostra mercato dedicata agli artisti che utilizzano materiali riciclati per le loro creazioni, oppure iniziative come la Girl Geek Dinner in cui ci siamo incontrati o l'Ignite, in cui ci si confronta sui risvolti "eco" del web.
E ancora Letture di gusto, un incontro dedicato agli amanti della letteratura e del buon cibo, e 2010 La conquista dello spazio, una serie di appuntamenti sulla trasformazione urbana in chiave verde e attraverso l'arte.
Fare intrattenimento e cultura con una forte impronta, trasmettendo dei messaggi importanti, crediamo sia un dovere e una responsabilità di chi ha la possibilità di comunicare con un pubblico ampio, e cerchiamo di farlo in una modalità nuova, sperimentale, e piacevole.
Il vostro è un aperitivo a "Km 0". Cosa vuol dire concretamente (come trovate gli ingredienti, che tipo di cibi/drink ecologici avete)?
Praticare la sostenibilità vuol dire scegliere, in ogni momento della propria vita, e ad Antù la selezione dei prodotti per l'aperitivo viene fatta secondo il criterio dei Km zero: ogni giorno serviamo una degustazione di prodotti del Lazio (biologici, prodotti dei Parchi del Lazio, prodotti tipici...) abbinata a vini biologici e biodinamici, e a birra ecologica. Inoltre, consigliamo drink con frutta fresca di stagione (il nostro menù indica diciture come "consigliato per l'inverno" e così via), cercando di trasmettere l'importanza che ha non forzare la domanda sulla stagionalità. Un altro consiglio che cerchiamo di dare è di bere l'acqua del rubinetto, cercando di liberarsi dall'acqua in bottiglia! Vogliamo trasmettere che si può scegliere, e alle volte basta porre un po' di attenzione ai propri acquisti, per contribuire in maniera positiva. Perchè siamo convinti che le nostre piccole azioni o scelte quotidiane possono davvero cambiare le cose.
Quali sono le difficoltà in Italia per chi vuole avviare imprese green?
Principalmente gli alti costi dei prodotti ecologici e la difficoltà di reperimento, la scarsa conoscenza dell'argomento, la mancanza di sostegno e di informazione da parte delle istituzioni. Le solite cose, anche se in effetti l'aspetto pionieristico di questo tipo di imprese le rende appassionanti!
Dateci un giudizio alla serata delle #GGD dedicata all'ecosostenibilità: c'è qualche speech che vi ha colpito in particolare?
Un'atmosfera molto piacevole, la sensazione di essere in famiglia, e in effetti questo sembra essere la community Geek...e il tutto si conclude con una festa! Un'esperienza che sicuramente speriamo di replicare.
Tutti gli speech sono stati davvero interessanti, anche se - forse per affetto - la nostra attenzione è stata catturata dall'intervento di Suitecasemagazine.com, media partner della serata e nostra partner nell'organizzazione di ScArt Attack.

Dopo averci raccontato la situazione dell’inquinamento nelle città italiane in tre brillanti videointerviste, Mario Tozzi riassume i nodi del discorso attraverso alcuni precisi quanto impietosi dati: la cecità delle istituzioni, ma anche nostra, nei confronti dell’attuale drammatica situazione, dovrebbe imporre a tutti noi una seria e approfondita riflessione.
Se tutti coloro che possono abbandonassero la vettura personale, i mezzi pubblici sarebbero più rapidi e efficienti e forse il problema sarebbe risolto. Ma l’italiano non abbandona mai l’auto (piuttosto la fidanzata), ragione per cui non restano che scelte alternative di mobilità, come il car sharing, l’auto condivisa, che si paga solo per il tempo e per i km effettivamente percorsi, e che rende inutile la seconda auto di molte famiglie. Il car pooling, per cui una parte della carreggiata viene dedicata solo a chi ha più di due persone a bordo, così i colleghi vicini di casa si mettono d’accordo per viaggiare insieme dimezzando traffico, consumi e inquinamenti individuali. Oppure il road pricing, cioè il pagamento di una tariffa per chi vuole entrare nel centro storico con la propria auto, già in uso a Milano come a Singapore. O l’auto ibrida, che possiede due motori, di cui uno elettrico, che si assistono vicendevolmente e che consentono di consumare, e inquinare, molto meno (così il numero delle auto non diminuisce, ma almeno si respira meglio). Ma la soluzione migliore è un’altra.
Un’idea rivoluzionaria e geniale, la bicicletta. Senza troppa fatica si possono percorrere decine di km in un giorno, ci si mantiene in forma e non si pena per cercare un parcheggio. La bicicletta è l’unica forma di spostamento che bene si attaglia a un sistema di trasporti più rigido su ferro, proprio perché molto flessibile. La bici alleggerisce la congestione del traffico e, di conseguenza, riduce immediatamente l’inquinamento atmosferico - anche per quello che riguarda l’anidride carbonica - e pure l’obesità. Nei tragitti brevi la competizione fra auto e bici non si pone neppure, vista la tradizionale inefficienza dei motori a scoppio nei primi momenti della combustione.
Il confronto fra automobili e biciclette è impietoso a riguardo dell’efficienza: per 13 kg (in media) di peso una bici trasporta una persona, mentre un’auto deve prima spostare fino a 2 tonnellate di lamiere e plastiche, rimanendo inefficiente nella misura che abbiamo già visto. Un’automobile ha bisogno dello spazio di sei biciclette per muoversi e di quello di venti per parcheggiare. Non a caso Olanda, Danimarca e Germania ne incoraggiano l’uso con una politica seria di piste ciclabili e trasporto bici + auto integrati: in Olanda le biciclette hanno sempre la precedenza sulle autovetture e sono favorite dalla segnaletica e dai semafori. Così in quel Paese il 30% degli spostamenti avviene a pedali e, ad Amsterdam, il 35% usa la bicicletta o va a piedi, mentre solo il 40% si muove in auto. Più spazio alle biciclette significa più tempo per una vita meno alienata dalle automobili e libera dagli idrocarburi. Ammesso che la cosa interessi qualcuno.
Mario Tozzi
Mario Tozzi continua le sue riflessioni sull’inquinamento urbano ed il traffico. Decisioni politiche che non hanno incentivato l’utilizzo dei mezzi pubblici, certo, hanno contribuito ad una diffusione così estesa delle automobili. Ma la situazione italiana è figlia anche di una cultura individuale abituata ad utilizzare la macchina privata per ogni minimo spostamento: “noi siamo quelli che usano l’auto anche per scendere a comprare le sigarette”.
Mario Tozzi ha rinunciato alla macchina, per spostarsi con mezzi più eco-compatibili (moto, car-sharing,...). E voi? Raccontateci la vostra esperienza!
Dal cuore di Roma, Mario Tozzi interviene sul tema dell’inquinamento. Argomento che l’ultimo report di Legambiente ha portato ancora più alla ribalta nell’opinione pubblica italiana.
L’Altare della Patria fa da sfondo alle dure parole del geologo: nonostante si trovi in un’area aperta e ampia, il ristagno di aria malsana è impossibile da evitare poiché il traffico ha innalzato enormemente il livello delle polveri sottili presenti nell’aria.
A proposito di esse, nella videointervista Mario Tozzi parla giustamente di “miscela velenosa” per definire indifferentemente tutte le polveri sottili, tenendo insieme PM10 e PM2,5 anche se non si tratta della stessa classe dimensionale.
La differenza infatti c’è e sta nel fatto che il PM2,5 può entrare direttamente a contatto con il sangue attraverso le terminazioni bronchiali, ma siccome è più difficile da computare, ha preferito tenerlo indistinto dal PM10 che ha pure ricadute altrettanto nefaste sulla nostra salute respiratoria.
Quali soluzioni per il problema? Mario Tozzi parla delle limitazioni alla circolazione di auto, ma quanti di noi sono disposti a rinunciare alla “comodità” di un viaggio in macchina per affollarsi all’interno dei mezzi pubblici?
A Copenhagen e Nuova Delhi abbiamo purtroppo constatato che l’impegno dei governanti a ridurre le emissioni, diminuire l’inquinamento e migliorare il rapporto con l’ambiente è ancora insufficiente.
Per fortuna ci sono istituzioni, aziende e cittadini che credono davvero nella possibilità di uno sviluppo sostenibile: è il caso del progetto CRESCO – Crescita Compatibile, promosso dalla Fondazione Sodalitas.
Il progetto si propone di diffondere la cultura della sostenibilità attraverso un’alleanza tra imprese avanzate e territori virtuosi (definiti appunto Isole CRESCO), in cui le imprese trasferiscono le loro buone pratiche di sostenibilità a cittadini, giovani e comunità locali.
Obiettivo generale del progetto, è il passaggio da una sostenibilità predicata ad una sostenibilità praticata, sia dal singolo cittadino che dalla comunità.
Tre gli aspetti fondamentali sui quali la sinergia tra imprese, amministrazioni, cittadini e aziende dovrà focalizzarsi: Risparmio ed energia, Recupero, riciclo e smaltimento, Mobilità Sostenibile.
CRESCO è frutto della sinergia con il Politecnico di Milano, con il contributo di Regione Lombardia e in collaborazione con ANCI, Legambiente, Cittadinanzattiva, The natural step.
Proprio oggi, in una conferenza stampa a Milano, è stato presentato al pubblico il progetto e i primi tre Comuni italiani che si candidano a diventare “Isole CRESCO”: Abbiategrasso (MI), Carugate (MI) e Morbegno (SO).
Dopo di loro, Sodalitas e gli organizzatori sono convinti di poter estendere il progetto a molte altre realtà - anche del centro e del sud - che vorranno adoperarsi per migliorare la propria crescita in direzione della sostenibilità.
Conoscete altri progetti simili, anche di minore portata? Vorreste che il vostro Comune diventasse un’Isola CRESCO?

È giunta alla sesta edizione M’illumino di meno, kermesse ormai ufficialmente considerata come una giornata mondiale del risparmio energetico. Nata grazie alla trasmissione radiofonica Caterpillar (in onda su Radio2) e visti i successi degli scorsi anni, nel 2010 si è deciso di rinnovarla e arricchirla.
La festa è prevista per il 12 febbraio, ma nel frattempo va avanti l’iniziativa “la torcia su Roma” che farà viaggiare per l’Italia una torcia ad energia pulita alla ricerca di punti di rifornimento a fonti rinnovabili, arrivando fino a Roma per dare inizio appunto alla festa del 12 febbraio.
M’illumino di meno invita a ridurre al minimo il consumo energetico, spegnendo metaforicamente le lampadine, ma in sostanza il maggior numero di dispositivi elettrici. Partita, quasi per gioco, dai microfoni della fortunata trasmissione di Radio2, ha trovato subito il consenso dei cittadini e ora vanta il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero dell’Ambiente.
Quest’anno però l’edizione M’illumino di meno 2010 si trasforma in una festa dell’energia pulita. Tutti sono invitati a produrre istallazioni luminose alimentate a energia rinnovabile o creare delle dimostrazioni creative di consumo efficiente. Sarà dunque un trionfo della creatività e del risparmio e il 12 febbraio ai Mercati Traianei in Roma, dovrà eccezionalmente andrà in onda Caterpillar, saranno esposte luci belle, originali e pulite; al termine ci sarà anche un concerto, ovviamente ad impatto zero.
In attesa di illuminarci di meno, ma soprattutto di creare un consumo efficiente, possiamo ascoltare il nuovo inno della sesta edizione di M’illumino di meno.
Conoscete l’iniziativa? In che modo pensate di partecipare?

Quando si parla di ambiente non dovremmo mai dimenticare i rischi naturali, non solo perché ne fanno parte in modo spesso determinante, ma anche perché questo sarà un chiaro discrimine per il futuro prossimo: alluvioni, frane, terremoti e eruzioni vulcaniche non colpiscono già più tutti indiscriminatamente, ma soprattutto chi è meno in grado di difendersi. Il terremoto del 12 gennaio scorso ad Haiti conferma clamorosamente questa tesi.
E’ stato il terremoto più violento degli ultimi due secoli nell’isola, ma come ne avvengono almeno una ventina, ogni anno, al mondo. E quasi mai provocano centinaia di migliaia di morti. Per riscontrare numeri così elevati bisogna spingersi indietro nel tempo e in altri luoghi: nella Cina del XVI secolo, dove morirono 830.000 persone nello Shansi, oppure nella pianura di Kanto, in Giappone, dove, nel 1923, le vittime furono oltre 200.000. In tempi più vicini, le città cinesi di Tientsin e Tangshan furono rase al suolo, con 200.000 vittime, nel 1976 e non si può dimenticare il terremoto di Sumatra di soli cinque anni fa, quando morirono 250.000 persone anche a causa del maremoto. Ogni anno la Terra è attraversata da centinaia di migliaia di sismi di magnitudo superiore a 3, ma solo in alcune regioni, e in particolari condizioni, le vittime sono così tante.
Molto lo si deve al tipo e alle caratteristiche intrinseche del terremoto: magnitudo 7 Richter non è così elevata rispetto ai terremoti giapponesi e cinesi che arrivano anche a oltre 8, però l’ipocentro è stato superficiale (13 km) e perciò gli effetti peggiori. Inoltre la vicinanza della città rispetto all’epicentro ha ovviamente peggiorato le cose e, in qualche misura, anche il tipo di meccanismo geologico ha reso più grave la situazione. Lo scontro fra la placca nordamericana e quella caraibica comporta, lungo il sistema di spaccature (le faglie) di Haiti, anche uno scorrimento laterale, oltre a una sovrapposizione di lembi crostali, cosa che ha aggravato gli effetti. Questo il quadro geologico, contro il quale non si può, per definizione, fare granché.
Ma i principali responsabili del gran numero di vittime restano sempre gli stessi: sovraffollamento e cattiva costruzione. Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e ben noto, l’estrema povertà di Haiti, la corruzione e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si fosse utilizzato cemento armato (come per il palazzo presidenziale). “Effetto pancake” lo chiamano, quello per cui palazzi alti decine di metri rimagnono schiacciati come frittelle senza che le strutture abbiano offerto alcuna resistenza. Ma la maggior parte della popolazione ha costruito in legno o muratura povera, senza alcuna regola e, soprattutto, in modo troppo affastellato, lasciando strade tanto strette da restare completamente ingombrate e intralciando i soccorsi.
Come si è operato a Port-au-Prince è la regola delle aree metropolitane del Sud del mondo (dove si concentra ormai la maggior parte della popolazione), come Mexico City o Calcutta: quelle ubicazioni furono scelte in tempi remoti scartando le zone ritenute pericolose sulla base di antiche sapienze, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Oggi decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i terreni una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti, o che alcuni edifici vengano rivoltati sul posto senza però fracassarsi, come scatole di cemento armato basculate sul posto. Ma le megalopoli continuano ad attrarre senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono capanne, favelas e bidonville lì si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che diventeranno inevitabilmente i terremoti dei poveri.
Non è cosa nuova: negli ultimi mille anni i terremoti hanno ucciso otto milioni di persone e tutto lascia intendere che le cose potrebbero andare peggio nel prossimo futuro. Lo stesso sisma provocherà una strage epocale nel mondo povero, centinaia di morti dalle nostre parti (come dimostra quello aquilano, pur trentacinque volte meno distruttivo di quello haitiano) e solo qualche cornicione abbattuto in California. La storia è sempre quella: le catastrofi naturali non esistono, esiste solo la nostra nota incapacità di tenere conto del rischio naturale ovvero la possibilità di conoscerlo molto bene e fare comunque finta di nulla per avidità o per incapacità. O per l’assoluta mancanza di risorse e di memoria.