Navigare Sicuri di Telecom Italia dà il suo contributo al confronto generazionale sul tema della sicurezza online il 7 febbraio, in occasione del Safer Internet Day 2012.
Nasce un’alleanza tra 50 associazioni, aziende, istituzioni per garantire un uso sicuro di internet da parte dei minori in Italia. Alla presenza del Presidente della Camera Fini, nel corso dell’incontro verrà presentata "L'Agenda strategica per la promozione dei diritti online dei minori" del Comitato Consultivo del Centro Giovani Online, coordinato da Save the Children e Adiconsum, e alcuni dati sul fenomeno.
Interverranno Paolo Peluffo (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio), Franco Bernabè (Chairman GSM Association), Luc Delany (Facebook European Policy Manager), Pietro Giordano (Segretario Generale Adiconsum), Giovanna Mascheroni (EU Kids Online), Angela Nava (Comitato Consultivo del Centro Giovani Online), Valerio Neri (Direttore Generale Save the Children Italia).
La giornata è dedicata al tema del rapporto tra le generazioni: secondo una nuova ricerca è forte l’attenzione di molti genitori, con il 63% che suggerisce ai figli come comportarsi online, ma il 39% dei ragazzi rivela di non tenere conto dei loro consigli quando naviga su internet. Inoltre il 13% di padri e madri italiani non dialoga affatto con i figli rispetto a ciò che fanno in rete.
Nell'iniziativa Safer Internet Day sono state coinvolte oltre 1.200 scuole in tutta Italia.
"Insieme. Più connessi. Più sicuri." È questo lo slogan della giornata sulla sicurezza on line - il Safer Internet Day - che si celebra il 7 febbraio in tutta Europa e che pone l’accento sulla comunicazione fra generazioni.
“Internet è un luogo irrinunciabile della quotidianità dei ragazzi, dove sperimentano l’amicizia, le relazioni sociali, le informazioni e in qualche modo anche la sessualità, esponendosi però a gravi e reali rischi”, commenta Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. “Il dato registrato dalla ricerca circa l’impegno dei genitori italiani di essere accanto ai propri figli nell’uso di internet ma anche la consapevolezza di un 13% di madri e padri che non hanno alcun dialogo con i figli su questo argomento, ci incoraggia nel proseguire le attività che da anni ci vedono impegnati. Così, per aiutare i genitori in questo nuovo ruolo, con Adiconsum abbiamo dato vita a un comitato di 50 organizzazioni, tra cui istituzioni, società scientifiche, media, e le più importanti industrie ICT (Information and Communication Technologies) e di telefonia mobile. L'intento comune è di definire regole e prassi per garantire una maggiore tutela dei minori on line.”
“Comunicazione fra genitori e figli ma più in generale fra il mondo adulto e quello degli adolescenti e dei bambini rispetto all’uso di Internet e alle opportunità e rischi che presenta”, commenta a sua volta Pietro Giordano, Segretario Generale Adiconsum. "Fondamentaleìi sono la comunicazione e il dialogo per giungere a una mediazione attiva piuttosto che al ricorso a interventi restrittivi da parte dei genitori. Adiconsum insieme a Save the Children opera da anni per promuovere un utilizzo consapevole delle nuove tecnologie stimolando il dialogo e la comunicazione fra minori e adulti”.
“Nessuno singolarmente possiede tutte le competenze e gli strumenti necessari per la tutela di bambini e adolescenti online, per questo la realizzazione di un ambiente sicuro per i minori non può che essere una responsabilità condivisa”, commenta Angela Nava, Portavoce del Comitato Consultivo del Centro Giovani Online. “50 organizzazioni non profit e profit hanno deciso di lavorare insieme e hanno redatto un’Agenda strategica per la promozione dei diritti online dei minori. Il Comitato lavorerà affinché: il tema della tutela online degli utenti più giovani occupi un posto centrale nel dibattito pubblico; agli aspetti legati alla tutela giuridica, si affianchino riflessioni e prospettive educative, rivolte a tutti gli attori coinvolti; i genitori e gli insegnanti siano adeguatamente sensibilizzati e formati sul tema della tutela online in modo da poter comunicare e interagire su questi temi con i loro figli e studenti; i diretti protagonisti, bambini e adolescenti, possano beneficiare di una maggiore consapevolezza nell’utilizzo sicuro e positivo dei Nuovi Media e sia possibile garantire loro il diritto a prendere parte ai processi decisionali in merito”.
Sono inoltre più di 1.200 le scuole che, su invito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, hanno deciso di aderire alla Giornata organizzando iniziative di confronto e di sensibilizzazione con i ragazzi.
Ed ecco lo spot realizzato da Navigare Sicuri in occasione del Safer Internet Day “Insieme. Più connessi. Più sicuri”.
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Oggi inizia la scuola in quasi tutte le regioni d'Italia, e dimenticando solo per un po' i tagli e le condizioni precarie degli istituti scolastici e del lavoro degli insegnanti, una notizia positiva almeno c'è. Si tratta della presenza di iscritti stranieri, che nel 2010 erano 673.800, il 7,5% del totale. Un numero importante, soprattutto se paragonato a quelli del passato. Se infatti la crescita complessiva nell'ultimo anno è del 7%, in confronto al 2005 c'è stato addirittura un incremento dell'81,1%. Non male come dato, perché porta a considerare che sempre più figli di cittadini stranieri trasferitisi nel nostro paese tendono a frequentare le nostre scuole, facendo ben sperare nelle future generazioni per un'integrazione che non può che trovare terreno proficui tra i banchi di scuola.
Una recente ricerca della Fondazione Leone Moressa analizza soprattutto la presenza di 15enni nelle aule scolastiche italiane, considerando questa come l'età in cui più spesso si decide di abbandonare lo studio per mettersi a lavorare. Tra gli adolescenti stranieri, la maggior parte è di prima generazione, e molti di loro sono arrivati in Italia da meno di sei anni. A differenza dei quindicenni italiani, che per la maggior parte frequentano il liceo classico o scientifico, gli stranieri preferiscono iscriversi piuttosto agli istituti professionali e tecnici, pensando così a investire più sulla spendibilità pratica del diploma. La differenza tra italiani e stranieri c'è anche per quanto riguarda le aspirazioni (o forse solo per il valore che viene attribuito al titolo di studio). Mentre infatti gli italiani pensano, nel 41,6% dei casi, a conseguire la laurea specialistica o il dottorato, gli stranieri pensano che basti il diploma di scuola superiore (34,4%) o la qualifica professionale (25,8%). Più concreti e più desiderosi di "quagliare", verrebbe da pensare. O forse solo più bisognosi di diventare produttivi il prima possibile.
L'inchiesta analizza anche l'ambiente domestico di provenienza di questi ragazzi, per valutare quanto influisca sul loro rendimento e sulle loro ambizioni. Nel 67,4% dei casi nelle abitazioni degli studenti stranieri si parla principalmente la lingua d'origine, e non l'italiano. E se il diritto allo studio dovrebbe essere uguale per tutti, le differenze tra italiani e non si notano eccome. A cominciare dall'ambiente di studio, per i secondi meno adatto. A cominciare dalla possibilità di ricerca, spesso facilitata dall'uso di strumenti informatici.
Anche se i risultati non sono sconfortanti. L'88,6% degli stranieri possiede un computer con cui fare i compiti, e il 73,8% possiede un collegamento a internet, a fronte, rispettivamente, del 95,7% e del 88,7% degli alunni italiani. Inoltre, nelle abitazioni degli alunni stranieri non ci sono molti libri negli scaffali: più della metà degli studenti stranieri ha accesso a meno di 25 libri, e addirittura nel 27% dei casi a meno di 10. Al contrario, gli alunni italiani hanno a disposizioni librerie più fornite. Gap che in qualche modo potrebbero essere colmati grazie all'incremento di librerie di quartiere nelle città, luoghi in cui studiare e poter utilizzare i pc. Anche se l'ideale sarebbe poter godere di questi aiuti anche a scuola. Ma, come dicevamo, con il taglio dei fondi alla scuola è già un lusso potersi permettere lezioni ogni giorno.
Infine, un dato geografico: le province in cui si conta il maggior numero di stranieri sono Milano, Roma, Torino e Brescia. A Milano si registrano 11.096 iscritti alla scuola dell’infanzia, 18.753 alla primaria, 11.244 alle medie e 12.203 alle superiori. Ma sono Prato, Mantova e Piacenza le province dove si registra la maggior incidenza di alunni stranieri sul totale degli alunni. Alle elementari e alle medie di Prato quasi uno studente ogni cinque è straniero, a Mantova le percentuali sfiorano il 20% anche per l’infanzia, mentre Piacenza primeggia per le scuole superiori.
Con questa ricerca gli studiosi della Fondazione hanno voluto sottolineare le caratteristiche che differenziano il modo in cui italiani e stranieri frequentano la scuola: non solo le maggiori facilitazioni per i primi, ma le differenti aspirazioni e aspettative rispetto al futuro. Caratteristiche che condizionano molto la vita dei migranti, che forse un giorno saranno cittadini italiani. Se per molti (a cominciare dalla Lega) il fatto che gli stranieri siano sempre più presenti nelle classi scolastiche è un fattore negativo, che rallenta l'apprendimento e costringe gli insegnanti ad adattarsi a standard più bassi, va invece capito che si tratta di una risorsa enorme, che va valorizzata e ben governata. Un giorno il nostro paese sarà formato da quelli che oggi sono solo compagni di classe, di colore e provenienza diversa, ma uniti dal territorio in cui crescono, dalla lingua, dai valori che apprenderanno dai docenti. Sarebbe miope e molto poco lucido pensare semplicemente di ignorare la questione. In ogni caso, in bocca al lupo a tutti gli studenti per un ottimo inizio di anno scolastico da Avoicomunicare!
Foto di Oxfam Italia
Ballerini, attori, musicisti: artisti di ogni tipo e, soprattutto, una classe di alunni della scuola elementare. Anzi, molte classi. È il progetto Mus-e, ovvero Musique Europe, un progetto europeo di integrazione dedicato ai bambini e ideato da Yehudi Menuhin, il celebre violinista e direttore d’orchestra che crede moltissimo nel potere della musica come strumento per comunicare e diffondere il multiculturalismo. E che, soprattutto, crede nella capacità di apprendimento e nelle potenzialità dei più piccoli. Diffuso in tutta Italia, da Roma a Bologna, da Catania a Verona, ogni progetto artistico coinvolge le prime, le seconde e le terze elementari, e dura per un ciclo di tre anni.
“Le scuole chiedono l’attivazione del progetto e noi facciamo sì che i laboratori di musica, mimo, espressione corporea e arti visive coinvolgano più bimbi possibile”, spiega la professoressa Anna Maria Guglielmino, che per molti anni è stata a sua volta insegnante e oggi è coordinatrice nazionale del progetto. “Ovviamente dobbiamo fare una selezione. E cerchiamo di scegliere scuole e classi in cui è più elevata la percentuale di bambini provenienti da culture diverse e dove vi sono situazioni di grave disagio socio-eonomico-culturale e quindi dove è più forte l’esigenza dell’ educazione alla multiculturalità”.
In Italia il Progetto è oggi attivo in 29 città e a breve si aprirà la trentesima sede a Varese. Attualmente Mus-e opera in 209 scuole, 642 classi, coinvolgendo quasi 15.000 bambini con l’impegno di oltre 321 artisti. A torino sono ben 151 le classi che seguono il progetto, seguite da Genova (100) e Bologna (52). E poi, ovviamente nelle zone più difficili, come ai Quartieri Spagnoli di Napoli e allo Zen di Palermo. "Siamo andati anche a Scampia, e devo dire che, anche se con fatica, siamo riusciti a portare anche lì la nostra proposta di convivenza solidale e di rispetto delle differenze"
“Anche per quanto riguarda questi gli artisti, cerchiamo di scegliere, più che nomi di spicco, persone che ci sappiano fare con i bambini, motivati a lavorare con i più piccoli e abili a gestire il rapporto con le maestre. Bisogna che siano davvero bravi, perché i più piccoli non sono indulgenti. Per questo, prima di far partire il progetto, ogni anni, ci sono dei corsi di formazione, tenuti da attori come Moni Ovadia, dal coreografo Michele Abbondanza, dall’attore Enrico Bonavera”. La cosa più bella è che, quando vengono confrontate tra loro le classi che aderiscono al progetto e le altre, le prime risultano avere un rendimento migliore. E non si tratta solo di integrare i bimbi rom o quelli marocchini, albanesi, pakistani. L'espressione artistica aumenta l'autostima dei bimbi, aiutandoli molto nella socializzazione. Ne giovano tutti, anche quelli autistici.
Il progetto, dopotutto, si basa sul fatto che ognuno ha una sua particolare intelligenza: magari c'è chi balla splendidamente ma poi in italiano non riesce a parlare benissimo. In questo modo tutti hanno una possibilità. Ovviamente, le prime a giovarne, dopo i bimbi, sono le famiglie. Perché l'integrazione lavora anche su di loro, sui genitori dei bimbi coinvolti. "A fine anno è tradizione organizzare in ogni sede Mus-e una festa aperta ai genitori proprio per coinvolgerli nel lavoro che i bambini hanno fatto. La festa, in genere, si conclude con una cena etnica dove la multiculturalità si esprime anche nello scambio…gastronomico"
I bimbi delle città che hanno aderito a Mus-e sono stati invitato a Torino, in occasione del 150esimo dell'Unità di Italia, e all'apertura delle celebrazioni hanno incontrato il Presidente Napolitano. E, nel frattempo, sono stati lanciati i Friendly Bridges. "Ponti d’amicizia è il nome del progetto attuato tra Mus-e Italia e Mus-e Israele per costruire un ponte tra questi due paesi attraverso lo sguardo dei bambini. Un ponte fatto di carta scritta, disegnata, colorata, di voci e canzoni registrate, di foto dell’ambiente in cui vivono e…di ricette gastronomiche del proprio Paese. Testimonianze con le quali i bimbi Mus-e si raccontano e scoprono le diversità ma soprattutto ciò che li accomuna".
Tra le difficoltà sempre maggiori che la scuola pubblica si trova ad affrontare, sono segnali di speranza. Anche se tra tagli e cancellazioni del tempo pieno, coordinare gli orari e far sì che le maestre trovino il tempo materiale da dedicare al progetto non è facile. Ma non per questo ci si scoraggia. "Misuriamo il successo della nostra proposta dal numero di richieste sempre più elevato che riceviamo ogni anno. Il progetto Mus-e si rivela una proposta artistico/pedagogica efficace non solo nelle scuole multietniche ma anche per i bambini disabili. La creatività, dopotutto, è un bene che possiedono tutti. Sarebbe un peccato non esprimerla"
È una di quelle cose che più fanno rabbia, quella rabbia frutto di un ingenuo modo di pensare che vorrebbe che le cose funzionassero secondo una logica che, almeno in certi casi, riconosca delle priorità certe, universali. E invece no, illusioni e favole a parte, il mondo gira in un modo che lascia poco spazio alle ingenuità. E quando si prende in mano l’ultimo rapporto pubblicato dall’Unicef, quello sulle condizioni dell’infanzia nel mondo, si fatica a credere a quello che si legge. E se è vero che le campagne e le iniziative prese negli ultimi anni hanno migliorato (anche se di poco) le condizioni dei bambini (anche se non può ignorarsi che ben 150 milioni, tra i 5 e i 14 anni, sono impegnati nel lavoro minorile, soprattutto nell'Africa sub-sahariana), sono i ragazzi ad essere oggi quelli più a rischio. Un dato su tutti: il mondo, nonostante tutto, è giovane, giovanissimo. Sono 1,2 miliardi gli abitanti del pianeta che hanno un'età compresa tra 10 e 19 anni. Adolescenti di cui quasi il 90% vive però in paesi in via di sviluppo e quindi in condizioni di vita spesso umili e di scarse opportunità, cosa che a quell’età diventa particolarmente grave.
Il rapporto, intitolato appunto “Adolescenza: il tempo delle opportunità”, prende in considerazione l’enorme spreco che ogni anno viene fatto lasciando che un’intera fascia di popolazione mondiale, quella che per vigore fisico e capacità di apprendimento potrebbe invece fare davvero la differenza, viva disagi e sfruttamenti che la indeboliscono e non le permettono di fare progressi. Il dato sulla scolarizzazione, ad esempio, è tra i più gravi. Dice il rapporto che “attualmente più di 70 milioni di adolescenti in età di scuola media non la frequentano e, a livello globale, le femmine sono ancora indietro rispetto ai maschi in termini di partecipazione alla scuola secondaria. Senza istruzione, gli adolescenti non possono sviluppare le conoscenze e le capacità di cui hanno bisogno per affrontare i rischi di sfruttamento, di abuso e di violenza, che risultano più alti proprio nel secondo decennio di vita. In Brasile, per esempio, tra il 1998 e il 2008 si è salvata la vita a 26.000 bambini di meno di un anno, determinando una netta diminuzione della mortalità infantile. Nello stesso decennio, però, 81.000 adolescenti brasiliani tra i 15 e i 19 anni sono stati uccisi”.
In una situazione forse ancor più negativa versano poi le adolescenti, visto che il loro essere giovani donne le sottopone a tutta una serie di soprusi e abusi di genere contro cui hanno pochissime opportunità di difendersi, anche per colpa di usi, tradizioni e religione che in certi paesi li applicano come normale consuetudine. Nel mondo in via di sviluppo (Cina esclusa), le adolescenti povere hanno circa il triplo di probabilità di sposarsi prima dei 18 anni rispetto alle loro coetanee appartenenti a quelle appartenenti alla famiglie più ricche. La conseguenza è che le ragazze che si sposano troppo presto rischiano maggiormente di cadere in un ciclo negativo di gravidanze precoci, di tassi elevati di mortalità materna e di malnutrizione infantile. Inoltre, le ragazze patiscono tassi più elevati di violenza domestica e/o sessuale rispetto ai ragazzi, e sono più soggette al rischio di infezioni da HIV.
Formazione, professionalizzazione, investimento nei talenti. Non sarebbe così difficile, e il giovamento, in termini socioeconomici, sarebbe enorme per tutti. Se pensiamo che in totale, nel 2009, i giovani disoccupati hanno toccato gli 81 milioni, è facile infatti immaginare quanto sia preoccupante per i paesi che dovrebbero essere “emergenti” un dato del genere. Soprattutto se consideriamo che il mercato del lavoro è sempre più tecnologizzato, e che richiede capacità e conoscenze che, per mancanza di opportunità, molti ragazzi non avranno mai modo di apprendere. Non solo spreco di talenti, ma opportunità persa per chiunque, sia per i paesi in cui vivono questi ragazzi sia per il resto del mondo. Perché, come ha giustamente concluso il direttore dell’Unicef Anthony Lake “milioni di giovani in tutto il mondo stanno aspettando maggiori interventi da parte di tutti noi. Il fatto di fornire a tutti i giovani gli strumenti di cui hanno bisogno per migliorare la propria vita favorirà la nascita di una generazione di cittadini economicamente indipendenti e pienamente impegnati nella vita civile, nonché capaci di offrire un contributo attivo alle loro comunità”.
Foto di UnicefCanada
Sempre meno nascite, e se questo è un ritornello a cui ci siamo abituati da almeno dieci anni questo non vuol dire che il dato sia meno grave. Gli italiani non fanno figli, non hanno fiducia nel futuro e non si assumono rischi, né per se stessi né per i nascituri. Se poi si pensa che siamo sempre più longevi, si capisce bene che non abbiamo tanto torto quando diciamo che il nostro è un paese per vecchi. Costruito su dinamiche vecchie, basato su esigenze vecchie, con prospettive poco lungimiranti.
L’ultimo rapporto Istat è molto chiaro in proposito: le donne vivono fino a 84 anni, gli uomini fino a 79. Ma soprattutto gli anziani, quelli over 65, sono aumentati fino a diventare il 20%, 1,8 milioni in più rispetto al 2001. Poco male, se il dato fosse equilibrato da un parallelo incremento delle nascite.
Pochi incentivi, precariato e disoccupazione in crescita fanno sì che alla famiglia si pensi molto tardi e che, se ci si pensa, i figli unici siano la scelta definitiva. Un calo delle nascite, quello dello scorso anno, che ci porta ai livelli del 2005, quando si rilevò un decremento critico, con 554mila nascite durante l’anno. Il dato è generalizzato su tutto il territorio, con una netta prevalenza al Sud, che perde il suo primato di nursery nazionale. Si nasce più al Nord, infatti, dove più madri, in percentuale, hanno un lavoro e c’è una sicurezza economica he fa sì che almeno un figlio ci si arrischi a farlo.
La quota maggiore di nascite ce l’hanno ancora le madri italiane, nonostante una diminuzione, rispetto al 2009, di ben 13mila unità. Ma sono le madri straniere quelle a cui dobbiamo dire grazie se questi dati non sono ancora diventati spaventosamente critici. Sono infatti gli immigrati nel nostro territorio quelli che più contribuiscono all'incremento demografico. Nel 2010, infatti, oltre 104 mila nascite (18,8% del totale), sono attribuibili a madri straniere (erano 35 mila nel 2000, pari al 6,4% e 103 mila nel 2009 pari al 18,1%), di cui il 14% con partner straniero. A una maggiore presenza e a un più profondo radicamento della popolazione straniera in Italia corrisponde, proporzionalmente, una maggior percentuale di nati da madre straniera: in Emilia Romagna sono ben il 29,3%, in Lombardia il 28,5% e in Veneto il 27,2%. Oltre una nascita su quattro proviene da una coppia straniera o da una coppia con madre straniera e partner italiano, quindi un nenonato su cinque è straniero. Almeno secondo la legge italiana, dove lo ius soli non è riconosciuto e bisogna aspettare i 18 anni per far richiesta di cittadinanza. Non pensare a una legge sulla cittadinanza, adesso, vuol dire non saper leggere questi numeri e cosa vogliono dire. I bambini nati da genitori stranieri nel nostro paese probabilmente parleranno meglio l’italiano che la lingua d’origine, andranno in scuole italiane, avranno un lavoro qui e contribuiranno al Pil nazionale. Rimandare, forse, non è più un'opzione praticabile.
Foto di Epsos
Dice la Polizia di Stato che nel 2009 commessi 4187 abusi e violenze su minori, più di dieci al giorno. Insomma, nel nostro paese un bambino viene maltrattato ogni due. Nel mondo, l'Onu stima che i minori sottoposti a qualche forma di violenza siano tra i 500 milioni e un miliardo.
Si tratta di numeri impressionanti su cui Terre des Hommes vuole portare l'attenzione in questi giorni con la campagna “IO Proteggo i Bambini”.
Questa volta a tenere insieme tutte le iniziative legate alla mobilitazione non ci sarà un filo rosso, ma giallo. Il simbolo della campagna è infatti il fiocco giallo da indossare (fisicamente o virtualmente sui propri siti, blog, pagine on line) il 19 novembre, che le Nazioni Unite hanno dichiarato Giornata mondiale per la prevenzione dell’abuso sull’infanzia.
Si tratta di una mobilitazione promossa nel 2000 dalla World Women Summit Foundation (WWSF) di Ginevra, la Campagna “ IO Proteggo i Bambini” di Terre des Hommes accoglie e rilancia a livello nazionale il messaggio della “Global Campaign for Prevention of Child Abuse”, che nel 2009 aveva riunito più di 700 organizzazioni in 125 nazioni nel mondo.
Per tutto novembre, Terre des Hommes mette in campo una serie di eventi e azioni per sensibilizzare l’opinione pubblica e fare pressioni su istituzioni e governi perché si impegnino sempre di più a rafforzare tutte le misure per la protezione dei minori.
Luciana Littizzetto, la cantante Alexia, la iena Luigi Pelazza insieme alla madrina Andrea Osvart, realano volto e impegno per sostenere la campagna.
Dall’8 al 21 novembre, è abbinata alla campagna di sensibilizzazione una raccolta fondi con l’sms 45509 da 2 euro da cellulari Tim, Vodafone, Wind, 3 e COOP Voce e da rete fissa Telecom. I proventi andranno a finanziarie le attività di protezione dell’infanzia in Colombia (per bambini vittime di tortura), Mauritania (minori in conflitto con la legge) e Perù (bambini lavoratori) di Terre des Hommes.
Lo spot dell'iniziativa
195 milioni di bambini denutriti in età compresa tra zero e cinque anni (uno su tre nel mondo in via di sviluppo), 120 milioni sono i bimbi sottopeso e, di questi, uno su dieci soffre di gravi problemi di malnutrizione.
Pochi giorni prima della giornata mondiale delll'Alimentazione (16 ottobre) esce l’Indice Globale della Fame 2010 (GHI), secondo cui è la malnutrizione tra i bambini una delle sfide cruciali da affrontare per ridurre la fame, non solo perché può causare danni permanenti alla salute, ma anche per le sue conseguenze sulla produttività e sulle potenzialità economiche. Realizzato dall’Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari (IFPRI) e pubblicato in Italia in collaborazione con Link 2007, il documento rappresenta un'istantanea della situazione in 122 paesi in via di sviluppo e in transizione dei quali sono disponibili i dati sulle tre componenti della fame che servono per calcolare l'indice: la percentuale di persone malnutrite, la percentuale di bambini sottopeso in età compresa tra 0 e 5 anni e il tasso di mortalità infantile.
“Se vogliamo incidere davvero sul problema della fame nel mondo dobbiamo occuparci molto di più dei bambini, in particolare i più piccoli tra zero e due anni”, spiega Stefano Piziali che è il curatore, con Vera Melgari, della edizione italiana del rapporto e policy advisor di Cesvi.
Nei primi due anni di vita, infatti, si concentrano le opportunità migliori per invertire la spirale negativa della fame, perché è in questa età che i bambini devono assumere quei micronutrienti che, superati i due anni, consentono loro di crescere in modo più sano, più protetti da malattie e quindi maggiormente in grado di andare a scuola e lavorare quando saranno più grandi. “Questi micronutrienti sono che cose che per noi possono sembrare banali come vitamina A, sale iodato, zinco contro la diarrea, ma per sono la chiave – spiega ancora Peziali – per innescare un circolo virtuoso che il ciclo negativo della fame continua a perpetuare”.
Il bersaglio su cui punta la sua attenzione l’Indice Globale della Fame 2010 è la finestra di opportunità che si apre dal momento del concepimento di un nuovo nato fino a ai 24 mesi. La cura della malnutrizione infantile inizia dalla salute della madre e da qui, conclude Peziali, nasce un messaggio positivo: “L'obiettivo su cui lavorare è molto preciso e questo aiuta a indirizzare le iniziative degli attori pubblici che, invece di investire risorse a pioggia su ambiti diversi, possono indirizzare i propri sforzi su ambiti specifici e circoscrivibili, e così si possono ottimizzare i risultati”.
E' possibile scaricare integralmente l'indice Globale della Fame in pdf.
La foto è di Wonderlane