
Un’altra giornata di proteste ieri a Copenhagen, in difesa del pianeta e contro il cambiamento climatico in tutto il mondo. Al popolo degli ambientalisti si è aggiunta la protesta ufficiale dell’India, poiché un loro rappresentante regolarmente accreditato non è stato fatto partecipare in mattinata al convegno. La tensione è salita anche perché la capienza delle strutture del Bella Center si aggira intorno ai 15.000 posti, mentre le persone accreditate sono circa 45.000.
I lavori procedono con difficoltà: occorre superare questa fase di stallo. Gordon Brown è arrivato ieri sera per cercare di dare un impulso positivo alle trattative che si sono arenate, perché non è stata ancora stabilita nessuna cifra su nessuno dei punti dell’ordine del giorno:
È difficile prevedere un accordo a un giorno della conclusione del Summit danese. Mentre si sta riflettendo su come giungere a un compromesso, ieri sera alle 19 sono state spente per un’ora le luci di Copenhagen a seguito di due iniziative: Earth hour (l’ora della Terra) promossa dal WWF e Hopenhagen (dalla parola hope: speranza) promossa dai cittadini della capitale danese. Queste due campagne hanno lo scopo di lanciare a tutti i cittadini del nostro pianeta il messaggio che è necessario agire contro il riscaldamento globale.
Nella People’s Orb della City hall - una grande sfera d’argento situata nella piazza principale di Copenhagen - saranno proiettati i messaggi inviati sui siti del Wwf: la sfera sarà poi consegnata dagli organizzatori dell’evento ai leader mondiali che partecipano a questo vertice. La cerimonia inizierà con un countdown il minuto prima dello spegnimento delle luci della città, proseguirà con una processione di lanterne portate da un gruppo di bambini, seguita da uno show musicale.

Il soggiorno a Copenaghen sta finendo e proprio con la città di Copenaghen, intesa come pubblica amministrazione, concludiamo le nostre interviste.
Copenaghen è la città più verde d’Europa: il primato è stato stabilito dallo European Green City Index, lo studio Siemens sulla sostenibilità ambientale presentato nei primi giorni di COP15. I dati che vengono valutati per la stesura della classifica tengono conto di varie categorie: livello emissioni CO2, energia, edifici, trasporti, acqua, rifiuti e uso del terreno, qualità dell'aria e governance ambientale.
I funzionari responsabili di politiche ambientali e del programma sulle biciclette tengono fede alla fama e ci raccontano i progetti su cui stanno lavorando e ai processi virtuosi che stanno cercando di innescare. Particolare importanza viene data alla partecipazione dei cittadini: il loro feedback è considerato fondamentale, specialmente quando si progettano soluzioni specifiche per strade e quartieri, cosa che Copenaghen sta facendo in molti modi.
Nel frattempo, al Bella Center, sembra che le trattative non stiano facendo i progressi sperati. Ci saranno ancora manifestazioni, speriamo non scontri, ci saranno ancora palchi e persone che applaudono ma nessuno tra i danesi con cui ho parlato in questi giorni è ottimista circa il raggiungimento di un risultato concreto e adeguato all’emergenza. E, soprattutto, resta la convinzione abbastanza generalizzata che debba essere la politica a fare passi coraggiosi, a dare una visione del mondo come dovrebbe essere.
A noi resta la fortuna di aver visto un pezzo di città di cui i media non parlano o parlano poco: cosa pensano le persone, gli attivisti, chi lavora nelle istituzioni per costruire una città migliore.
Klaus Bondam, assessore all’Ambiente e alla Mobilità della città, ha recentemente detto: “Qui a Copenaghen cerchiamo soluzioni che possano salvare il mondo. Vogliamo essere di ispirazione ad altre città”. Gli obiettivi ambiziosi e l’impegno nel raggiungerli da parte sembrano dimostrarlo
Abbiamo appena finito le intervista di oggi quando iniziano i primi fiocchi di neve. È tempo di ripartire, vedremo da casa i risultati finali di COP15, magari con un orizzonte un pò più ampio di cinque giorni fa.
E grazie a tutti!
A Copenaghen sabato mattina c’è il sole e vento freddo.
Prendiamo un caffè e arriviamo nella piazza del Parlamento poco prima dell’una, trovandola piena. La attraversiamo con calma, scattando foto e facendoci largo tra i gruppi di persone che arrivano dalle strade laterali.
La cosa che viene spontanea è sorridere: i cortei che stanno formando il gruppo in piazza sono fatti da gente vestita in modo colorato e fantasioso, con disegni in faccia. Molti hanno in mano i cartelli di Greenpeace con slogan che incitano a un cambiamento della politica, più che del clima. Greenpeace è forse la manifestazione con i carri più visibili: un grosso pupazzo di neve gonfiabile alto alcuni metri e un carro in cui i leader dei paesi occidentali sono rappresentati come burattini sono circondati da tante persone e il giallo predomina in quella parte della piazza.
Il freddo si fa sentire e anche lo speaker dal palco se ne rende conto e quindi ci chiede di abbracciare il vicino, di saltare con la musica, di intonare slogan. Il più gettonato è “Action now” ma particolarmente sentito è anche quello che riprende il famoso slogan della campagna di Barack Obama: nella versione dei manifestanti diventa “Yes we can, yes we must, yes we will”. Il senso è che le persone devono far sentire la propria voce e che l’impatto della protesta dovrebbe far capire ai politici impegnati nelle discussioni di COP15 che la necessità di un accordo importante e vincolante è tanto forte da non poter essere rimandata.
Dal palco lo speaker grida che siamo centomila e ci invita a metterci in marcia e a formare il corteo che percorrerà i sei chilometri dalla piazza al Bella Center, sede del summit. Anche qui devo stupirmi per l’organizzazione: il corteo e le ONG sono organizzati in gruppi numerati e alla chiamata dello speaker, ogni gruppo si sposta e si mette diligentemente in fila, senza nemmeno sconfinare sui marciapiedi.
In qualche minuto il Global Day of Action inizia e ci muoviamo tra musica, specie reggae, tanti carretti e bici, tanti bambini nei passeggini. Me ne stupisco un po’, anche pensando che non ci saranno più di due gradi.
L’atmosfera è rilassata, quasi hippie, nonostante i poliziotti ai lati della strada che vigilano su quello che accade. Ma nessuna ostilità, nessun coro o cartello che non sia pacifico e a volte anche buffo. Le idee, però, sono chiarissime: la politica non fa abbastanza, il summit non sta andando come previsto e sarà un fallimento se non ne verrà fuori un trattato ambizioso e legalmente vincolante.
Chiacchierando scopriamo gente da tante parti d’Europa, arrivati dopo 20 ore di treno, o che hanno sistemazioni di fortuna nelle scuole o nelle case che molti danesi hanno messo a disposizione. Ci sono moltissimi giovani e giovanissimi, sono motivatissimi e molto allegri. L’atmosfera è quasi surreale: trovarsi ad ascoltare discorsi inneggianti alla pace e considerazioni su come noi tutti possiamo fare la differenza può sembrare surreale, quasi ingenuo. Ma è un fatto che questa sia la motivazione che ha portato qui decine di migliaia di persone nel freddo di un sabato danese con carri, cartelli, travestimenti (molto gettonato quello da orso polare).
Alle cinque è già buio e mentre ci avviciniamo al Bella Center un applauso spontaneo scroscia e vengono accese tante torce e candele, speriamo che la visione di tutta questa gente colpisca i politici, così come colpisce me.
A fine manifestazione si torna a casa, ripercorrendo tutto a ritroso e ripensando alla giornata. Al ritorno, però, la sorpresa è grande nel sentir parlare di scontri e violenze, una cosa di cui non abbiamo visto traccia (ci siamo mantenuti nella prima metà della manifestazione), e nel vedere che lo spazio sui giornali italiani è stato dato quasi solo a quello.
Stamattina, stupita, chiedo notizie a Henry (che è venuto da Londra per girare un documentario su COP15), sapendo che ha girato anche nella coda del corteo. Lui mi dice che sì, ha visto che qualcuno ha tirato oggetti e fatto esplodere qualcosa dopo circa mezz’ora dall’inizio della manifestazione, ma che il tutto è durato circa un quarto d’ora. Tanto ci ha messo la polizia danese a dividere in due il corteo, isolare i violenti e portarli fuori dalla folla.
Ho appena il tempo di mettere online le foto che sono riuscita a scattare e di scrivere qualche frase con le prime impressioni, sperando che questo riesca a raccontare qualcosa di una manifestazione che in Italia, forse, non è stata vista affatto.
Già ieri sera ho letto alcuni commenti in Rete e ho dato qualche risposta, mi auguro che ci siano ulteriori conversazioni e considerazioni a partire da questo mio racconto del Global Day of Action che ho vissuto.