Se la sono vista brutta, gli elefanti africani, fino a qualche decennio fa: ridotti in areali angusti, decimati dai bracconieri per via dell’avorio delle zanne e assassinati dai ricchi signorotti occidentali in cerca di emozioni (si fa per dire) forti. Ma se avessimo visto nella giusta luce questi straordinari animali forse ci saremmo comportati diversamente: gli elefanti festeggiano le nascite e piangono i morti, riconoscono gli individui della loro specie anche a distanza di anni, possiedono una proboscide con 10mila muscoli e un milione di nervi (da esserne orgogliosi almeno quanto la nostra mano) e hanno strategie sociali sofisticate, tanto che nelle arene dei Romani cadevano sempre per ultimi, grazie a come si difendevano in gruppo. Un successo evolutivo, una ricchezza della vita sulla Terra che abbiamo rischiato di distruggere e che è, invece, oggi sulla via della conservazione, perché abbiamo compiuto un passo indietro sul fronte della deforestazione, della caccia e dell’apertura di nuove vie di comunicazione.
Né hanno passato tempi migliori i lupi negli Stati Uniti o le tigri in Siberia o gli orsi in Italia, per non parlare di quelli che non ce l’hanno fatta: il pinguino artico, il dodo delle Mauritius o, solo qualche anno fa, il delfino bianco dello Yangtze. Ma davvero dovrebbe interessarci qualcosa del fatto che un quarto delle specie dei mammiferi sia seriamente minacciato di sparire per sempre dalla faccia del pianeta? La giornata internazionale della biodiversità – cioè dell’insieme di tutti i viventi – mette brutalmente gli uomini moderni di fronte a un problema che li riguarda molto da vicino. Intanto, sebbene sia il “naturale fine” di ogni specie, l’estinzione dei viventi procede oggi a ritmi assai superiori a quelli che hanno preceduto ciascuna delle cinque grandi estinzioni di massa della storia biologica del pianeta. E questo è un fatto nuovo. In secondo luogo, per la prima volta c’è una specie – la nostra – responsabile della crisi o dell’estinzione di tutte le altre: e anche questo non era mai accaduto prima.
Le cause sono ben note, prima fra tutte la riduzione dell’habitat dei viventi non umani, generata dall’espansione incontrollata delle attività e degli insediamenti antropici. A che serve battersi per la sopravvivenza dell’orso marsicano se poi il suo territorio viene continuamente ridotto o degradato? Così il panda maggiore sarà solo un morto vivente, se non ne tuteliamo anche l’intero l’habitat naturale. Poi ci sono gli inquinamenti industriali, cui molte specie si adattano molto peggio dell’uomo, l’avvelenamento dei pesticidi usati in agricoltura, la caccia, decisamente priva di qualsiasi senso nel mondo moderno, e il surriscaldamento climatico in atto.
Ma l’estinzione di una specie è una perdita irreparabile che ci riguarda da vicino: non solo perché, almeno ultimamente, ne siamo responsabili, ma anche perché l’impoverimento della biodiversità porta conseguenze negative soprattutto per l’umanità. E sì, perché ignoranti o smemorati come siamo, non prendiamo in considerazione che molti medicinali, il cibo e perfino l’acqua o l’aria dipendono irrimediabilmente dalla ricchezza della vita: sono almeno 40mila le specie di viventi da cui traiamo quei valori.
L’Italia è il Paese europeo più ricco di biodiversità con 57.468 specie animali e 12.000 specie floristiche. Ma molto di questo patrimonio si sta perdendo: attualmente sono a rischio il 68% dei vertebrati terrestri, il 66% degli uccelli, il 64% dei mammiferi e l’88% dei pesci di acqua dolce. È però anche il paese che consuma più territorio: ogni anno 250mila ettari vengono ricoperti di asfalto o cemento, mentre, per dare un’idea, nel Regno Unito 10mila (quanti la sola Sicilia). Così il nostro paese si dota di una teorica Strategia Nazionale sulla Biodiversità, mentre continua a tagliare risorse e finanziamenti nella pratica. Proteggere la natura restituendole spazio è l’unica strada, il resto è chiacchiera ipocrita che siamo francamente stanchi di sentire.
Foto dall'album Flickr di Keinz1
"Inutile gridare al lupo per lo stato di salute della biodiversità in Italia" spiega l’etologo e accademico dei lincei Enrico Alleva. Però il pericolo di un cambiamento c'è e tutti devono vigilare. Il caso dell’invasione dei Cip e Ciop americani e dei pappagalli nei parchi di Roma.
Niles Eldredge è uno dei più importanti biologi e paleontologi al mondo. Negli anni Settanta insieme a Stephen Jay Gould ha elaborato la "teoria degli equilibri punteggiati", una delle due più celebri teorie neodarwiniane (l'altra è quella del gene egoista di Richard Dawkins). In vista della giornata mondiale dedicata alla biodiversità, Avoicomunicare ha chiesto a Eldredge di rispondere alla domanda: perché la biodiversità è un elemento fondamentale per la sopravvivenza del nostro pianeta? Ecco cosa ci ha risposto.
Con il termine “biodiversità” s'intende l’insieme di tutte le specie viventi in tutti gli ecosistemi sulla Terra. Nè più, nè meno. La biodiversità è creata dall'evoluzione e l'ecologia, ovvero lo studio di come gli animali e le piante vivono in associazioni complesse e ambienti differenti, spiega come la natura si organizza, sopravvive e si estingue ed è nella stessa misura importante per comprendere la stessa varietà dei viventi.
Proprio la riduzione della biodiversità è un tema fondamentale che incombe in questo momento su di noi. Siamo nella sesta estinzione di massa della storia del nostro pianeta. L'unica spiegazione possibile è l'effetto degli esseri umani sul pianeta.
Perché la biodiversità è importante, anzi, vitale per il nostro pianeta? Direi che questa varietà è cruciale per tre ragioni: primo, i servizi “prestati” dell'ecosistema, come l'acqua e l'aria pulite, per esempio, che dipendono dall'esistenza di ecosistemi estesi (nel caso dell'aria e dell'acqua, dalla vita delle piante).
Non solo i grandi ambienti sono importanti, ma anche quelli piccoli o parziali. Mi ricordo quando ho visitato il giardino botanico di Napoli, a due passi da strade trafficate, di auto e di Vespe. Il direttore mi disse che l’aria che stavamo respirando all’interno era più pulita rispetto a quella presente trenta metri più in là, per la strada.
Si tratta di un piccolo esempio per capire quanto la biodiversità sia importante. Siamo creature viventi, anche se le nostre vite appaiano lontane dal mondo naturale, siamo completamente dipendenti dalla biodiversità, appunto dalla estrema varietà delle specie in natura.
C’è un secondo aspetto da considerare. Gli esseri umani “utilizzano” ancora circa 40mila specie di piante, di animali e di microbi. Ci servono da decine di migliaia di anni per fare molte cose: costruire ripari, case, mezzi di trasporto, li usiamo come cibo, come medicine ecc. Non dobbiamo dimenticare che impoverire la biodiversità significa anche impoverire la ricchezza enorme che finora abbiamo avuto a disposizione. I nostri mari si stanno svuotando!
Il terzo aspetto per cui importa preservare la varietà delle specie viventi è la bellezza. C’è un grande accordo sull’innato senso estetico degli esseri umani, un apprezzamento dell’armonia della vita in tutte le sue sfaccettature, al di là dei confini stretti dell’esistenza umana. E credo che anche questa sia una buona ragione per battersi per la difesa dell’ambiente che ci circonda.
Foto di Powi
Video e testimonianze da tutto il mondo per parlare di biodiversità e raccontare con le immagini un senso comune che tiene insieme esperienze che avvengono in luoghi molto lontani tra loro tra loro: la cura della terra e la salvaguardia della biodiversità come patrimonio culturale comune ai popoli. Questo è il Festival Audiovisivo della Biodiversità (Roma, Auditorium Parco della Musica 20-23 maggio 2010).
Giunto alla settima edizione, il festival era nato nel 2004, spiega Stefano De Angelis, coordinatore della ONG Crocevia che è tra gli ideatori del festival, con l'idea di “mettere in evidenza il legame tra biodiversità, tema dell'alimentazione e soprattutto la partecipazione della società civile ai temi della crisi alimentare.
Infatti, nelle passate edizioni il festival si è sempre svolto in occasione della giornata mondiale dell'alimentazione (16 ottobre). “Notavamo – spiega De Angelis – che quella giornata era un momento di commemorazione riservato ad una élite; allora abbiamo deciso di rompere questo schema con una serie di iniziative tese a coinvolgere la società civile, le associazioni e il mondo contadino. Inoltre avevamo a disposizione la Mediateca delle Terre che raccoglie esperienze e testimonianze di contadini che, da tutto il mondo, ritrovano un terreno comune nella tutela della biodiversità”.
Nata su un doppio binario, l'edizione 2010 si arricchisce di un omaggio all'anno internazionale della Biodiversità, spostando la data al mese di maggio, in collaborazione con Biodiversity International.
“L'idea originale del festival – racconta ancora De Angelis – nasceva dal desiderio di dare voce due aspetti distinti del rapporto tra biodiversità e crisi alimentare: da una parte raccontare le lotte contadine contro le arroganze dell'Agribusiness e delle industrie ogm; dall'altra, testimoniare come tutelando la biodiversità e recuperando risorse locali, gli agricoltori riuscivano a raccontare esperienze di tutela della biodiversità al servizio del cibo”. Un aspetto questo che ha dimensioni culturali che rendono il tema davvero universale. “Da queste testimonianze di vede come esistano punti di contatto tra popoli di parti diverse dal pianeta; dal Vietnam al Chile passando per il mondo occidentale, coloro che hanno un atteggiamento molto attento verso la salvaguardia della biodiversità nel rapporto con la terra, lo fanno tutti seguendo un comune sentimento che riguarda la conservazione della propria cultura e della voglia di continuare a trasmettere valori di sostenibili”, dice De Angelis.
Anticipare a maggio l'edizione di quest'anno ha richiesto un'accelerazione nel lavoro dei volontari (“dalla logistica alla comunicazione e alla promozione, il festival si tiene in piedi grazie al lavoro di volontari” ci tiene a sottolineare il coordinatore di Crocevia). Si temeva che non si sarebbe riusciti a raccogliere abbastanza video e invece: le 18 opere in concorso sono state selezionate tra le oltre 150 arrivate.
“I film in concosrso sono straordinari – ha detto Andrea D'Ambrosio, presidente della giuria – da tutti loro viene fuori una sorta di mosaico su quello che l'uomo ha combinato in questi decenni, ma anche formule e proposte per porre rimedio a questi disastri; penso ad esempio a film come Green, la storia di un orangotango che muore a causa della deforestazione; oppure One Water, film che parla dell'importanza dell'acqua in questo pianeta ed è un 'no' molto forte alla privatizzazione dell'acqua. Film che tutti secondo me dovrebbero vedere su temi che tutti dovrebbero conoscere”.
Tra pochi giorni si aprirà la settimana della biodiversità. Sara Capogrossi Colognesi (autrice di Evoluzione) spiega le ragioni per cui se Charles Darwin non avesse ragionato sulla biodiversità non avrebbe compreso il funzionamento dell’evoluzione.
Si può dire che è grazie alla biodiversità se oggi sappiamo come funziona l’evoluzione. Charles Darwin, infatti, formulò una teoria convincente sull’origine e il cambiamento delle specie viventi proprio osservando l’incredibile varietà di forme che incontrò nel corso del suo straordinario viaggio intorno al mondo.
Imbarcatosi come naturalista di bordo sul brigantino Beagle, il giovane studioso visitò in lungo e in largo le coste del Sud America, dove poté osservare piante e animali mai visti prima. Dall’analisi e dal confronto di questa biodiversità straordinaria nasce l’idea che esista un collegamento tra le varie specie.
Già i fossili possono raccontarci molto a questo proposito. Darwin raccoglie reperti di animali ormai estinti: come per esempio quei grandi esseri ricoperti da armature simili a enormi armadilli. Procedendo verso sud lungo le coste del Brasile e dell’Argentina, questo genere di osservazioni indica al naturalista inglese che animali molto simili, eppure diversi, sembrano essersi sostituiti l’un l’altro nello spazio e nel tempo.
Ma è alle isole Galapagos che la natura si offre nella sua più rigogliosa e multiforme presentazione. In quell’arcipelago formato da una miriade di piccole isole, a migliaia di chilometri dalla terraferma, Darwin annota sui suoi taccuini le osservazioni su testuggini, fringuelli, lucertole. Colleziona esemplari che si differenziano per la forma del guscio, o la lunghezza del becco. Impara a riconoscere l’isola di provenienza di ogni testuggine dalla semplice osservazione dell’animale. Anche per i fringuelli vale la stessa regola: in ogni isola è individuabile una caratteristica distintiva della specie.
Tornato in patria medita a lungo sulle osservazioni compiute e sull’opportunità di divulgare le proprie ipotesi. Nel frattempo anche altri studiosi stanno viaggiando alla scoperta e alla raccolta di nuove specie. Tra questi, Alfred Wallace, che prima in Brasile e poi nell’arcipelago Malese ha l’occasione di compiere osservazioni simili a quelle di Darwin e a giungere a simili conclusioni.
L’idea che le specie possano cambiare nel tempo non è del tutto nuova. Immergersi in una natura pressoché incontaminata, avere la possibilità di confrontare un’enorme varietà di forme viventi ha però permesso di intuire il meccanismo della selezione naturale, motore fondamentale dell’evoluzione. E’ grazie alla robustezza di una simile teoria che nella seconda metà dell’Ottocento il mondo (e non solo quello scientifico) comincia ad aprirsi all’idea che la biodiversità presente sul nostro pianeta non sia il prodotto stabile e perfetto di un disegno divino, ma invece quello di un processo evolutivo in continuo divenire, di cui ogni essere vivente fa parte (uomo compreso).

Come avevamo già annunciato alcuni mesi fa il 2010 è stato dichiarato l’Anno Internazionale della Biodiversità ed esattamente l’11 gennaio è avvenuta l’apertura ufficiale a Berlino.
Una serie di iniziative di sensibilizzazione si rincorreranno nel corso dei giorni a seguire e nel corso di tutto l’anno, con l’obiettivo di ricordare come la biodiversità svolga un ruolo importantissimo per la vita sulla Terra.
Bioversity International è la più grande organizzazione al mondo che si occupa di ricerca sull’uso e la conversazione della biodiversità e in occasione dell’Anno Internazionale della Biodiversità ha lanciato la campagna di sensibilizzazione “Diversity for Life”: in collaborazione con partner internazionali, questa campagna ha lo scopo di avvicinare il grande pubblico ad un tema importante per il presente e soprattutto per il futuro.
La tutela della biodiversità non deve limitarsi esclusivamente a salvaguardare le specie animali e vegetali a rischio, ma significa anche celebrare la vita stessa: così recita il sito ufficiale dell’International Year of Biodiversity.
Nel 2002 i governi del mondo hanno sottoscritto la Convenzione per la diversità biologica e hanno decretato il 2010 come anno della biodiversità, per difendere la natura dalle azioni dell’uomo, per salvaguardare le specie animali e vegetali a rischio di estinzione. Conservazione della specie quindi, ma anche promozione dell’uso sostenibile delle risorse naturali.
Il 20 gennaio si è tenuto il congresso “Nature” del comitato francese IUCN; poi il 21 e il 22 a Parigi si è svolta l’esibizione sulla biodiversità patrocinata dall’Unesco, durante la quale sono state mostrate alcune soluzioni naturali sulla relazione tra aree protette e cambiamenti climatici.
In Italia l’evento centrale sarà rappresentato dalla “Settimana della Biodiversità”, dal 19 al 23 Maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Sulla rete si può appoggiare la causa attraverso i vari social network come Facebook, Twitter o Flickr e inoltre vi segnaliamo un photo contest indetto da Diversity for Life dove fotoamatori e professionisti potranno partecipare inserendo foto che rappresentino la biodiversità e la natura.
Cosa farai nel tuo piccolo per partecipare all’Anno Internazionale della Biodiversità?

Prima che la Conferenza mondiale sul clima di Copenhagen iniziasse, Greenpeace ha fatto il punto della situazione cercando di capire quanto i leader stiano effettivamente facendo per mantenere le promesse.
Nella Guida alle politiche climatiche si analizzano le strategie di lotta ai cambiamenti climatici basate su quattro criteri:
Si scopre così che al primo posto per sforzi profusi e risultati ottenuti c’è Tuvalu, minuscola nazione minacciata dall’innalzamento delle acque che ha ottenuto il punteggio più alto in tutte le categorie.
All’ultimo posto ci sono invece gli Stati Uniti; si sta dibattendo sulla riduzione del 4% entro il 2020, ma gli esperti avevano fissato la soglia al 40% per quella data, anche nelle altre categorie totalizzano punteggi molto bassi.
In Europa come siamo messi?
Lo stato peggiore risulta la Spagna per gli scarsi interventi a favore dei Paesi del Sud del mondo, per la lentezza con cui sono portate avanti le politiche di dismissione del nucleare a favore di fonti rinnovabili.
L’Italia purtroppo la segue a ruota. Non ha rispettato l’abbattimento delle emissioni dei gas serra, che sono invece aumentate; e il ritorno di impianti a carbone emetterà ulteriore CO2.
A sorpresa la Cina risulta, fra i grandi del mondo, il Paese migliore. Intenzionata a ridurre in maniera significativa le emissioni, sta portando avanti un’invidiabile crescita di forme di energia rinnovabili e sono attenti alle biodiversità.