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Ritorno a Rosarno: cosa è cambiato?

braccianti rosarnoDue anni fa finiva sulle prime pagine di tutti i giornali il comune di Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, dove l'ennesima aggressione brutale e insensata ai danni degli immigrati impiegati come lavoratori stagionali aveva portato a una situazione di tensione senza precedenti. Cosa è cambiato oggi?

Vicino a Reggio Calabria i campi sono ancora pieni come due anni fa. Qui, in uno dei centri con le più importanti risorse agricole del paese il tempo non si ferma per nessuno e il lavoro è sempre frenetico. Anche i salari non sembrano cambiati, e le centinaia di lavoratori immigrati che arrivano da tutta Italia per sbarcare il lunario sanno già cosa aspettarsi: un euro a cassetta, per circa 20 euro al giorno, per giornate lavorative di 10-12 ore, se tutto va bene.

A Rosarno hanno festeggiato le associazioni Africalabria, Equosud-SOS Rosarno e San Ferdinando, per ricordare il secondo anniversario degli avvenimenti e per celebrare i diritti dei lavoratori immigrati; lo stesso è avvenuto a Roma, Milano, Torino e tante altre città italiane, tuttavia diritti e tutele tardano ad arrivare, e sembra impossibile cancellare le tensioni e le ingiustizie che sono parte quotidiana della vita di cittadini e stranieri: "qui se dico buongiorno - racconta Janghò, del Burkina Faso - nessuno mi risponde". 

In un momento di crisi come questo, però, i problemi principali sono altri per i tanti che arrivano in cerca di lavoro da tutta Italia: gli affitti in paese sono diventati proibitivi per chiunque, soprattutto con 20 euro al giorno in tasca. Una stanza arriva a costare anche 500 euro, che diventano 1400 per un appartamento in centro, solo per avere un tetto sopra la testa e un luogo da chiamare casa mentre ci si spezza la schiena. Non sono pochi così quelli che uniscono le forze e affittano in cinque, in sei o anche di più, costretti a venire qui magari dopo anni di lavoro tutelato e regolare in fabbriche al nord Italia. Lo racconta Ahmed, proveniente da Cuneo, la cui parlata italiana è più che "sporcata" dall'accento del nord. Dopo anni passati in catena di montaggio si è ritrovato qui perchè non aveva più un permesso di soggiorno e così non poteva lavorare; un cambiamento sconvolgente per lui, che non capisce la mancanza di regole, tutele e ordine del paese.

Un problema degli immigrati? Non proprio, perchè il lavoro senza tutele è un rischio che, se dato per scontato, può colpire chiunque. Lo spiega Salvatore Lo Balbo, della Segreteria Nazionale FLAI Cgil: "Se non avessimo il sistema di protezione delle famiglie anche noi dormiremmo sotto gli alberi". I lavoratori agricoli di Rosarno, infatti, indipendentemente dalla provenienza, sono i lavoratori agricoli di tutta Italia, esattamente come i lavoratori stranieri non sono diversi da quelli autoctoni se non per la mancanza di una rete di protezione e la necessità di documenti a volte difficili da ottenere.

Due anni dopo le violenze, le rivolte e le tensioni, diranno in tanti, a Rosarno non è cambiato nulla, e la vita (e il lavoro) continua come prima. E' cambiato però molto nel paese, negli italiani e negli immigrati, più responsabili e consapevoli, tutti, che il percorso verso l'equità e la giustizia senza differenze e discriminazioni va fatto, passo dopo passo e tutti insieme, perchè quando si parla di diritti dei lavoratori e del bisogno di sopravvivere e lavorare in condizioni dignitose allora sì che siamo tutti uguali.

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Palestinesi e curdi, i nuovi bronzi di Riace

Guarda la gallery - Foto di Marika Surace Il cartello all'entrata di Riace RIACE (RC) - Si parte dal mare, e dopo qualche chilometro di curve in mezzo ai campi si arriva direttamente nella piazza principale del paese. Quella dove nello stesso edificio ci sono il comune e la polizia municipale, e di fronte un parco con qualche panchina all’ombra dove il sindaco di Riace, Domenico Lucano, ci ha chiesto di aspettarlo. E’ in ritardo, ma era prevedibile. Se a prima vista il paesino calabrese sembra un sonnolento borgo abitato solo da anziani, basta girarlo anche solo per un’ora insieme al suo primo cittadino per rendersi conto di come qui succeda qualcosa che difficilmente si può spiegare a parole. La sensazione è quella di una famiglia molto allargata, dove tutti sanno quello che succede agli altri, e se ne preoccupano pure. Niente di strano, in un paesino di neanche due migliaia di abitanti. Solo che qui è facile che “l’altro” sia il tuo vicino palestinese, e che a preoccuparsi sia la famiglia di somali che vive alla porta accanto. E che, a dare una mano a tutti, sia questo sindaco indaffarato e con un telefono che non smette mai di squillare. E a cui lui non smette mai di rispondere. Nel 1998 Lucano non è ancora sindaco, ma mentre è sulla sua macchina sulla statale della costa ionica che porta a Riace si accorge che in mare c’è qualcosa. E non sono altri bronzi a spuntare dalle acque, bensì persone vere, stremate, uomini, donne e bambini con la disperazione negli occhi. Trecento curdi, a cui il futuro sindaco cerca subito di trovare un pasto caldo e una temporanea accoglienza. Da allora lui è Mimmo dei curdi. E Riace (insiema ai due paesi vicini Stignano e Caulonia) è diventato un modello d’accoglienza senza precedenti in Italia. Perché dopo i curdi sono arrivati i somali, i nigeriani, i palestinesi. E paesi anziani da cui i giovani sono scappati verso le università e i lavori del Nord sono tornati a rivivere. “Abbiamo trasformato un’emergenza in opportunità. Oggi Riace è più bella e più ricca grazie ai suoi nuovi cittadini. Che hanno la pelle dello stesso colore dei Bronzi, quelli che sono stati trovati qui ma ora stanno nel Museo di Reggio Calabria”. La storia è così particolare che ha ispirato anche Wim Wenders. Che ci ha fatto un film di 32 minuti, Il Volo, con Ben Gazzarra e Luca Zingaretti, e molti abitanti di Riace che recitano nel ruolo di se stessi. Il racconto di Lucano viene interrotto continuamente. Prima si occupa di Said, uno dei palestinesi più anziani arrivato qui lo scorso dicembre insieme a 180 connazionali che hanno lo status di rifugiati. “Ha il cuore debole, ma non è niente di grave, il dottore si sta già occupando di lui” spiega il sindaco agli altri palestinesi radunatisi attorno all’ambulanza. Poi è il turno di una famiglia di rom bosniaci a cui serve l’allacciamento del gas. “Ce li hanno mandati dal comune di Udine, dopo una telefonata frettolosa in cui ci hanno chiesto se c’era posto per loro. Sono arrivati così, in treno, senza soldi e documenti. Ma una casa c’è per tutti”. Siamo a solo 60 km da Rosarno, e il confronto con le condizioni degli immigrati che vivono sulla costa tirrenica è obbligatorio. Da questa parte della Calabria il vecchio paese assopito si è risvegliato con l’arrivo della popolazione multietnica. Le case diroccate sono state ristrutturate, vecchie botteghe artigiane hanno ricominciato a vivere. L’associazione Città Futura – Don Giovanni Puglisi fondata dal sindaco dà lavoro a 45 operatori locali della mediazione che fanno sì che tutto proceda al meglio: la gestione del doposcuola dei bambini stranieri (grazie a loro le classi delle elementari si sono ripopolate), la ricerca di un lavoro, l’ideazione dei progetti. Un esempio di politiche di integrazione e accoglienza, anche grazie a una legge regionale che si è guadagnata il plauso dell’UNHCR. Su una popolazione residente di circa 1700 abitanti, 300 sono stranieri. E, in contrasto con le statistiche nazionali, gli indicatori demografici sono in crescita e le nascite superano i decessi. Il progetto Resettlement che avrà luogo a Riace è il primo in Europa, e ha permesso di far arrivare qui i rifugiati palestinesi nel dicembre 2009, tutti provenienti dal campo di Al Tanf, tra Siria e Iraq. Rimarranno qui per due anni, ma dopo? “Stiamo cercando di far sì che i progetti siano così validi da poter chiedere una proroga. Molti hanno trovato lavoro nelle officine meccaniche, nel settore edile, in un’azienda di floricoltura, nel turismo solidale”. Ma il dubbio sul destino di queste persone resta grande. L’integrazione è una bella cosa, ma avere un lavoro sicuro che permetta un giorno di ottenere la cittadinanza sembra un’utopia. Qui a Riace non si scoraggiano, e le porte rimangono aperte a chi ha bisogno. Peccato che, per ora, tutto questo sia solo un’eccezione.

Marìka Surace



L'integrazione in Italia, oggi

Alla luce dei recenti scontri avvenuti in Calabria (a Rosarno) e a Milano, è ancora possibile parlare di integrazione pacifica in Italia?

Ne abbiamo parlato con Giancarlo Bosetti, direttore della rivista mensile Reset e tra i massimi esperti in Italia su questi temi.
La sua conoscenza delle dinamiche dell’immigrazione in Italia e delle conseguenti problematiche legate all’integrazione ci aiuta a comprendere meglio un fenomeno vasto e fondamentale nella vita della nostra società: secondo Bosetti, l’invecchiamento della nostra popolazione e lo scarso tasso di natalità fanno sì che oggi – e negli anni a venire – ci sia sempre più bisogno di forze lavoro provenienti dall’estero.

Qual è la situazione nella vostra città? Gli immigrati sono integrati nel tessuto sociale?