calcio

Sport Club Dacica: quando l'integrazione si fa sul campo...da calcio!

dacica calcioGli appassionati di sport lo sanno perfettamente: sul campo si è tutti uguali, e solo le capacità e la voglia di vincere fanno la differenza. Lo sanno bene anche i ragazzi della ASD Sport Club Dacica, squadra di calcio composta da membri della comunità romena, che in pochi anni è entrata a far parte della Lega Nazionale Dilettanti.



L'Italia, si sa, è il paese del calcio. Ogni domenica l'amore per il pallone cattura milioni di tifosi, e durante la settimana in pochi si fanno mancare l'occasionale partita al parco. La passione però non è esclusiva di chi è nato e cresciuto qui, ed è ovvio che coinvolga anche i tanti stranieri che si trovano nel paese per lavoro o per studio.

Così è nata l'ASD Dacica, una squadra che ha la particolarità di essere composta solo da giocatori provenienti dalla Romania. Ragazzi della provincia di Roma, che ogni giorno lavorano duramente e che hanno cominciato a riunirsi per giocare e che, tra una partitella e l'altra, sono passati alle decine di tornei multietnici che si svolgono nella capitale per poi approdare (alcuni!) nelle squadre di calcio dilettantistiche.

 Intorno al 2004 nasce l'idea di creare una squadra di 11 elementi che rappresenti in qualche modo la nazione e la comunità romena in Italia, con allenamenti frequenti e tanta voglia di vincere. In due anni arrivano i primi risultati e l'appoggio dell'associazione culturale "Noi Suntem Romani", che riunisce i tantissimi immigrati romeni e si occupa di far conoscere il patrimonio culturale del paese in Italia.

Silviu Ciubotaru, Presidente dell'Associazione è infatti anche Presidente della squadra, un gesto che dimostra quanto lo sport possa diventare una vera e propria corsia preferenziale per creare integrazione vera: un mondo dove tutti sono sullo stesso piano e solo il valore decide chi è un campione e chi un giocatore. 

Finalmente, nel 2010 l'ASD Sport Club Dacica, il sogno di 11 giocatori e di tanti tifosi diventa una realtà calcistica affiliata a Figc e CONI, grazie al sostegno di due sponsor e al debutto nella dilettantistica.

Oggi, dopo la settima giornata di campionato, la squadra è in cima alle classifiche del dilettantistico con un solo pareggio contro l'Atletico Colli Albani e ben sei vittorie e tutta l'intenzione di continuare alla grande. L'appuntamento è per domenica 4 novembre, quando si affronteranno lo Sport Club Dacica e Quadraro Cinecittà.

Il consiglio è quello di tenere d'occhio la squadra, nell'attesa di poter tifare, magari in Nazionale con i colori dell'Italia uno di questi ragazzi! 

 


Chi non salta negrazzurro è

calciorazzista.jpgI cori sugli spalti, ma anche gli insulti in campo, una scrollata di spalle da parte dell’allenatore che fa finta di niente, la diffidenza del compagno di spogliatoio meno incline a condividere i momenti di gioia o di delusione con un giocatore che ha la sua stessa maglia ma non lo stesso colore della pelle. Le forme di razzismo che ogni giorno si consumano in Italia tra i campi di calcio e su altri terreni sportivi sono molteplici. A dispetto di tutto ciò che viene detto ogni giorno sullo sport che gioca contro le differenze e che premia la meritocrazia. E allora succede che un giovane campione come Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori ghanesi , si sia trovato, nella scorsa stagione del campionato di Serie A, al centro di una campagna razzista tanto più enfatizzata dal suo carattere impulsivo e dal non avere mai accettato una situazione per lui insostenibile. Situazione perfettamente disegnata anche nella prima biografia non autorizzata che Giancarlo Dotto e Raffaele Panizza hanno dedicato al calciatore interista e che è da qualche giorno in libreria con un titolo inequivolcabile: Negrazzurro (Aliberti) “Sono italiano, mi sento italiano, giocherò sempre nella Nazionale italiana”. Su questo Super Mario non ha mai avuto dubbi. Eppure non la pensano così gli spicchi bianconeri, giallorossi o viola, poco importa di che fede calcistica, che dalle curve lo insultano ogni volta che scende in campo. O, peggio ancora, quelli che hanno fortemente sostenuto che uno come Balotelli in Nazionale non c’entrava proprio niente. Il colore della pelle, ancora una volta, diventa uno dei modi peggiori per misurare quanto sia indietro l’Italia in tema di cultura sportiva e non solo. “Purtroppo in Italia c’è una storia che nessuno vuole raccontare: la storia dei neri italiani”, spiega Mauro Valeri, sociologo e autore di Che razza di tifo (Donzelli, 208 pp., 17 €). “E’ una storia che andrebbe riesumata, e i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia sarebbero un’ottima occasione. Ci sono italiani neri che hanno partecipato alla lotta per la liberazione, restando anche uccisi dai nazifascisti, come Giorgio Marincola o Alessandro Sinigaglia. C’è stato un pugile campione europeo dei pesi medi, titolo vinto nel 1928 da Leone Jacovacci”. Ma, senza andare troppo indietro nel tempo, basti pensare che a Pechino c’erano ben 8 “neri italiani”, tutti impegnati nell’atletica. E che di calciatori, e sportivi in genere, con un colore della pelle più scuro ma con cittadinanza italiana come Balotelli, presto ce ne saranno molti altri. Continua Valeri: “I tifosi se la prendono con Balotelli non soltanto perché è forte, ma anche perché è un italiano nero, accusato dai razzisti anche del fatto che non ha “sangue italiano”, cioè ha entrambi i genitori stranieri, elemento questo che per molti è una sorta di condanna a vita. Quando esordirà in Nazionale sarà il primo figlio di migranti a farlo. E il fatto che questo avvenga dopo centodieci anni dalla fondazione della Figc la dice lunga di quanto siamo indietro rispetto ad altri paesi, ma anche di quanto lo sia il mondo del calcio”. L’elemento diverso, in questa situazione, è che al contrario di molti suoi colleghi che in un passato recente o ancora oggi evitano di ribellarsi contro il razzismo degli spalti e da spogliatoio, Balotelli si volta verso la curva e fa una linguaccia, ma soprattutto non tace: “La sua generazione è fatta di atleti che non ci stanno a rimanere sempre sulla soglia della porta soltanto perché, pur essendo nati e cresciuti in Italia, per una astorica legge sulla cittadinanza, almeno fino a 18 anni sono considerati a tutti gli effetti stranieri. E’ come se il loro amore non venisse corrisposto”. Il problema è tutto italiano, in quanto da noi c’è una legge sulla cittadinanza molto restrittiva, e la nostra Federazione non è ancora molto attenta o sensibile a questi temi. Basti pensare alla Germania, grande protagonista dei Mondiali sudafricani con la sua nazionale che ha convocato ben 11 di quelli che da noi sarebbero stranieri, e invece sono considerati cittadini a tutti gli effetti. “La Germania ai Mondiali ha dimostrato tutto il suo valore “multietnico”, e questo è il risultato anche di una radicale modificazione della legge sulla cittadinanza che da qualche anno non si basa più sul “sangue” (come in Italia), ma sul suolo (è cittadino chi nasce in quel paese). In Italia invece il figlio di un migrante tendenzialmente non fa sport perché sa che non può rappresentare un futuro “lavorativo”, in Germania invece lo è. E, nel caso italiano, stiamo parlando di oltre 800 mila minori!”. Le politiche di repressione contro il razzismo negli stadi, rinforzate negli ultimi anni, non hanno ottenuto granché. Il fenomeno è tanto più presente quanto subdolamente innescabile nell’inconscio di tutti coloro che ancora si identificano in un colore piuttosto che una nazione. Come al solito, un ruolo importante potrebbe essere assegnato alle scuole. Conclude Valeri: “Nelle scuole calcio, ad esempio, si dovrebbe insegnare non solo il dribbling ma anche il codice sportivo, che ribadisce che chi vuole giocare a calcio, o fare l’allenatore non può essere razzista. Le società dovrebbero anche avere più coraggio a rompere definitivamente i legami di ricatto che debbono subire da parte di alcune frange di tifosi che hanno fatto delle curve veri e propri business. Che molti di questi ricattatori siano anche razzisti è un elemento che dovrebbe far riflettere. In dieci anni le Leghe calcistiche hanno ricevuto ben 3 milioni di euro dalle multe ai club per episodi di razzismo. Se fossero stati investiti in programmi antirazzisti molto probabilmente avrebbero prodotto qualche buon risultato”.

Marìka Surace

Foto di Cesc89



Il calcio insanguinato

Il calcio insanguinato

Lo sport, oltre che essere un momento in cui gli atleti possono sfidarsi, è spesso associato a valori più nobili come la pace e la promozione della pacifica convivenza tra i popoli.
Purtroppo in questi giorni abbiamo assistito ai tragici eventi che hanno coinvolto la nazionale di calcio del Togo, che avrebbe dovuto partecipare alla Coppa delle Nazioni Africane, comunemente nota come Coppa d’Africa, che si svolge quest’anno in Angola. Venerdì scorso il pullman degli atleti appena arrivato in Angola è stato attaccato da terroristi; i giocatori hanno vissuto momenti di terrore e due membri del team sono rimasti uccisi durante gli attacchi.

Invece di sospendere temporaneamente le partite e aspettare maggiori notizie sul fatto le partite della Coppa sono regolarmente continuate: il governo del Togo ha deciso di ritirare la nazionale dalla competizione, la quale però se non si presenterà in campo verrà squalificata. Una vera e propria beffa.

Sebbene alle partite dei giorni successivi siano stati osservati alcuni minuti di silenzio pare che ci sia una sorta di disinteresse dell’organizzazione per ciò che è accaduto: la Coppa d’Africa non si può fermare nemmeno di fronte a un evento che coinvolge i suoi partecipanti?
Non è stato nemmeno lanciato un messaggio a favore della pace, un valore fondamentale che troppo spesso viene messo in secondo piano rispetto ad altri interessi, economici soprattutto.

Le notizie sono confuse ma pare che gli attentatori fossero dell’Angola che, ironia della sorte, è una delle squadre nello stesso girone del Togo.

L’anno del mondiale 2010, che si terrà in Sudafrica, non inizia certo sotto i migliori auspici.

Secondo voi, era giusto fermare la competizione, o “the show must go on”, per non scontentare le migliaia di persone pronte ad accorrere negli stadi angolani?

Foto di Jens-Olaf