Se 2,6 milioni di megawatt/ora consumati in un anno vi sembrano tanti, chiedete a Google, e vi spiegherà perché consumi elettrici di tale portata fanno del gigante del web un'azienda verde e sostenibile.
A tanto ammontano infatti i consumi della società di Mountain View nel corso del 2010, cifre necessarie al fabbisogno elettrico di oltre 200mila abitazioni o 41 Empire State Building, il tutto per 1,46 milioni di tonnellate di CO2 emesse in dodici mesi.
Sembrerebbero cifre da far suonare le sirene di allarme gas serra, eppure Google le ha rese note con un obiettivo specifico: far comprendere al mondo che, se letti nel giusto contesto e nei dovuti modi, questi numeri fanno di tutto quello che gira intorno al motore di ricerca più famoso del mondo un'attività attenta ai consumi energetici nel rispetto della sostenibilità ambientale.
Basta ribaltare il punto di vista e, invece di guardare alla domanda generale di energia prodotta dall'intera azienda, analizzare i consumi per singolo utente.
Si scopre così che un mese di servizi Google per ciascun navigatore della rete equivale al consumo di una vecchia lampadina da 60 W accesa per tre ore; 3 giorni di Youtube richiedono l'energia equivalente a realizzare, confezionare e distribuire un solo dvd, mentre un anno di Gmail richiede meno energia di quanto non ne sia necessaria a bere una bottiglia di vino, infilarci dentro un messaggio in un un pezzo di carta e abbandonarla nell'oceano.
Stando a quanto calcolato da Greenpeace nell'edizione 2011 del rapporto “How dirth is your data”, lo studio che analizza l'impronta di carbonio dei principali protagonisti del cloud computing, gli sforzi del marchio californiano non bastano raggiungere la vetta della classifica delle prime dieci tra le più importanti cloud company al mondo (dominata da Yahoo! e con Apple fanalino di coda), ma le cose si muovono rapidamente nel mondo dei bit e la comunicazione, oltre che gli investimenti, può far fare passi da gigante.
Sono i giorni dell'iPad. “L'oggetto magico e meraviglioso” (parole di Steve Jobs) arriva in Italia e il biglietto da visita da protagonista sui mercati e di conseguenza sulle abitudini degli utenti. I numeri parlano chiaro: un milione di esemplari venduti nei primi 28 giorni di vita nei negozi americani (l'iPhone ci mise oltre 70 giorni per raggiungere lo stesso risultato), 100mila prenotazioni in Italia incassate prima di arrivare alla messa in commercio vera e propria, 10mila applicazioni già disponibili, ma il numero è destinato a crescere moltissimo in breve tempo. Tutto questo fa della “tavoletta magica” un kit capace di conquistarsi un ruolo in ogni aspetto della nostra vita: quando leggiamo il giornale o un libro, ascoltiamo musica, giochiamo, guardiamo foto o film, organizziamo il tempo libero o di lavoro, conversiamo o comunichiamo con i nostri amici. L'iPad è (e sarà sempre più) pronto a garantire accesso in mobilità al mondo delle informazioni, tanto che il progetto It Mobility del Parlamento Europeo prevede di darne uno in dotazione a ciascun parlamentare.
Ma pensereste mai che tutto questo abbia un forte impatto sull'ambiente e sull'inquinamento?
In genere si pensa il contrario: se una cosa ci risparmia spostamenti fisici e mette in un unico dispositivo numerose possibilità, è sinonimo di meno inquinamento (perché richiede meno utilizzo di veicoli e quindi di combustibili, di materiali, e via dicendo). Ma un rapporto di Greenpeace dal titolo Make IT Green: Cloud Computing and its Contribution to Climate Change avverte sulla possibilità che tutto ciò possa produrre “un grande salto nelle emissioni di gas serra”.
Oggetto del rapporto di Greenpeace non è tanto l'iPad in sé, quanto il cloud computing, ossia quella grande architettura di tecnologie informatiche che si possono utilizzare anche se sono fisicamente molto lontane e che rendono possibile il miracolo della mobilità grazie al quale sistemi com l'iPad rappresentano una comoda ed elegante porta d'accesso a sterminate quantità di dati raggiungibili agilmente (senza fili) e fruibili nelle forme più disparate.
Basandosi su ricerche che stimano i consumi energetici in ambito industriale, il rapporto di Greenpeace mostra che, seguendo gli attuali tassi di crescita, i grandi centri di elaborazione dati e i server delle compagnie di telecomunicazioni necessari a far funzionare social network e tutto ciò che va sotto il nome di cloud computing, consumeranno nel 2020 circa 1.963 miliardi di kilowatt l'ora, “più dell'attuale consumo di Francia, Germania, Canada e Brasile messi insieme”, sottolineano gli autori.
Il messaggio sembra chiaro: il cloud computing ci offre grandi possibilità e i dispositivi che ne utilizzano gli sviluppi, dall'iPad in poi, sono destinati a una grande diffusione; tutto ciò richiederà grandi server per l'elaborazione dati che impenneranno il consumo energetico del settore, e di conseguenza ingrandiranno l'impronta di carbonio prodotta dal cloud computing.
Ma, specifica Greenpeace, non si tratta di un attacco al marchio di Cupertino:
“Per essere chiari, non ce la stiamo prendendo con Apple”, si legge chiaramente nella presentazione del rapporto, il lavoro vuole essere solamente un avvertimento per quello che potrebbe essere se le cose dovessero continuare senza cambiamento, ma non necessariamente lo scenario proposto dovrà realizzarsi. Anzi, Greenpeace auspica proprio il contrario, suggerendo che “i grandi innovatori dell'era digitale possono e dovrebbero essere leaders nella promozione di una rivoluzione energetica”. Così da mettere insieme il miracolo della mobilità con le esigenze della sostenibilità.
Foto: dalla copertina del Rapporto di Greenpeace