centrali nucleari

Dimostrato: le centrali nucleari fanno male alla salute

Mario Tozzi spiega perché non serve un incidente per rendere rischiosa per la salute una centrale nucleare.

Dopo un incidente, le radiazioni - come mostra la situazione in Giappone in questi giorni - aumentano e provocano un danno certo per il nostro organismo. Ma ci sono problemi gravi anche quando le centrali non sono in avaria. Uno studio dell’Università di Mainz (2008, condotto su dati disponibili dal 1990 al 2003, su un campione di 1592 bambini d'eta inferiore ai 5 anni che hanno preso la malattia, e 4735 bambini in buona salute), ordinato dal governo federale tedesco (ufficio per la protezione dalle radiazioni) e dunque non suscettibile di critiche di antinuclearismo, segnala una significativa maggior incidenza di tumori e leucemie infantili attorno alle centrali tedesche. Nelle 17 centrali avviene che, nei bambini che risiedono in un raggio di meno di 5 km dalle centrali, il rischio di ammalarsi di leucemie è del 76% in più di quelli che vivono a 50 km.

I tumori embriogenetici sono incrementati del 160%  e le leucemie del 220%: in Germania c’è una correlazione fra la distanza della casa dalla centrale nucleare e il rischio di sviluppare un cancro entro 5 anni dalla nascita. Le radiazioni su embrioni e feti possono risultare più elevate di quanto si supponesse: i tessuti ematopoietici si rivelano più radiosensibili negli embrioni che non nei neonati. Secondo Umberto Veronesi "il nucleare non aumenta il rischio cancro". E a parlare è il presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare italiana.

Più vicino alle centrali, più alto il rischio 
di leucemia e cancro Il risultato ha mostrato un rischio significativamente più alto di contrarre il  cancro se i bambini abitavano entro un raggio di 5km da una centrale nucleare: a seconda dei normali valori statistici nazionali, ci sarebbero 48 casi di cancro e 17 casi di leucemia dentro il sopracitato raggio di 5km intorno alle centrali nucleari.
 Tuttavia, sono stati riscontrati 77 casi di cancro (60% più del previsto) e 37 casi di leucemia (117% più del previsto).
 Una persona direttamente coinvolta nello studio ha menzionato a Spiegel online, che potrebbe essere un rischio più alto anche all'interno di un raggio di 50km intorno alle centrali nucleari. 
Sulla Radio Svizzera,  il responsabile dello studio, Maria Blettner (Università  di Mainz) ha affermata: "Anzi, possiamo provare statisticamente che il rischio per i bambini di contrarre il cancro aumenta se crescono vicino ad una centrale nucleare." E inoltre: "non possiamo arrivare a nessuna conclusione per gli adulti - semplicemente perché lo studio è relativo solo ai bambini."

 

Questi risultati confermano altri studi  sulla radioattività come causa di cancro anche in piccole dosi.
 Comunque, numerosi studi internazionali hanno dimostrato che sono aumentati i rischi di cancro anche a piccolissime dosi di radiazione - con qualche coefficiente sotto i limiti permessi. Quello tedesco è tuttavia il prim studio che fornisce la prova che i rischi per bambini di avere il cancro è in aumento in maniera proporzionale alla distanza dalla centrale, più vicino essi vivono a un impianto nucleare più cresce il pericolo.

Benché la Germania ha già deciso di eliminare gradualmente le centrali nucleari entro il 2020, questo studio sta ora riscaldando la discussione per vedere se la chiusura della tecnologia nucleare debba essere accelerata.


Ma qualcuno lo sapeva già. Sadao Ichikawa, direttore del laboratorio di genetica dell’Università di Saitama, ha sottoposto a radiazioni la pianta Commellina comunis, notando che cambiava colore da azzurro a rosa. Ne ha allora piantati attorno a 10 delle 55 centrali giapponesi e li ha monitorati per cinque anni: erano sempre tutti rosa. Il fiorellino è un mutante: non c’è un uso pacifico dell’energia nucleare, c’è solo un uso pericoloso.


"Se non fossero pericolose non ci vorrebbe una tuta per entrare in una centrale"



Tozzi: perché l'Italia non può avere centrali nucleari

Il geologo e divulgatore Mario Tozzi esprime la sua opinione sul ritorno del nucleare in Italia.

Son pochi i territori della penisola italiana geologicamente adatti a ospitare un reattore nucleare. D'altro canto nessun decisore politico a livello regionale, provinciale o comunale, né di maggioranza né di opposizione, vuole una centrale nucleare sul suo territorio. Questi due fatti insieme ci dicono che difficilmente il progetto nucleare potrà essere condiviso nel nostro paese.

I siti che ospitano le centrali nucleari rispondono a norme internazionali che, se messe in opera in Italia, renderebbero difficile ogni ubicazione. Usando il criterio dell'agenzia statunitense, bisogna evitare le regioni montuose o collinari (in sostanza, ci vuole una pianura), il rischio sismico e vulcanico e quello idrogeologico. Inoltre ci vuole una grande quantità di acqua. E dove si trova un posto simile in Italia? E quanto costerebbe costruire seguendo quei criteri e chi pagherebbe? Chi potrebbe, infine, imporre a una popolazione tendenzialmente ostile una centrale sotto casa?

La Lombardia, oggi tirata in ballo, ha aree di pianura, non ha vulcani e pochi terremoti ben localizzati. Però soffre di alluvioni e soprattutto, come spiego qui sotto, non è detto che abbia acqua a sufficienza, visto che non ha sbocchi a mare. Già negli anni Ottanta il CNEN ebbe grossi problemi a ubicare le centrali dell'allora piano energetico nazionale, ancora non annientato dal disastro di Chernobyl. Vennero identificate alcune aree: la pianura padana, la riviera veneto-romagnola, un tratto del litorale marchigiano, la zona di Ostuni in Puglia, un tratto della riviera jonica lucana, la foce del fiume Garigliano, la zona di Montalto di Castro, la pianura di Scarlino in Toscana.

Sono effettivamente aree di pianura non sismiche (con qualche dubbio ancora irrisolto su Montalto) e senza pericolo di eruzioni, ma, se leviamo le zone marine, non resta un granché. A questo proposito varrà la pena ricordare che in nessun posto del mondo si è ancora trovato un sito che ospiti le scorie radioattive per il tempo necessario alla loro neutralizzazione (decine di migliaia di anni). Infatti, per far funzionare una grossa centrale nucleare di terza generazione, ci vogliono 67 metri cubi d'acqua al secondo, una quantità enorme, basti dire che una città come Roma trova soddisfatti i suoi bisogni idrici con 25 metri cubi al secondo.

Ora, neanche il Po, il più importante fiume d'Italia assicura quella quantità, visto che la magra massima stimata è molto minore: come si fa a mettere una centrale in pianura padana? E' vero che ce ne erano due (Caorso e Trino), ma si trattava di piccole centrali (500 MW) rispetto alle mega centrali (1500-2000MW) previste dal nuovo piano italiano. Poi non si possono mettere le centrali così lontane dai centri nevralgici di produzione: per intenderci se si devono fare si devono ubicare in Lombardia o in Emilia o in Veneto, non in un'isola, perché poi ci voglio grandi infrastrutture per condurre l'energia industriale dove serve.

E, infine, la possibilità di avere centrali nucleari è stata negata dai governatori di quasi tutte le regioni, Lombardia compresa, andate al voto da poco, anche da quelli della stessa parte politica dell'ex ministro dello sviluppo economico che avrebbe dovuto trarre le necessarie conclusioni dal fallimento politico del suo piano energetico, piuttosto che non dall'affaccio della sua abitazione.

La foto è di Scrunchleface



Perché sul nucleare Veronesi sbaglia

"Provate a entrare in una centrale nucleare e vedrete la quantità di precauzioni che è necessario prendere". Mario Tozzi sostiene che è difficile negare i pericoli e i rischi di un impianto come quelli che alcuni vorrebbero vedere in Italia. Il geologo del Cnr e divulgatore scientifico contraddice le rassicurazioni date da Umberto Veronesi, presidente del Comitato sulla sicurezza del nucleare, e soprattutto nega che liberarsi dal petrolio significhi indipendenza economica per l'Italia.
"Ci saremmo svincolati da un combustibile fossile - spiega Tozzi - ma ci saremo legati a un altro combustibile fossile, l'uranio. Non più dipendenti dal Medioriente, ma da paesi come Sud Africa e Australia. La situazione non cambierebbe".



Veronesi: il nucleare può salvare l'Italia

«Non è mai morto nessuno vicino a una centrale nucleare in Occidente. È più rischioso un viaggio in macchina o in aereo». Umberto Veronesi, recentemente nominato Presidente dell'Agenzia per la Sicurezza del Nucleare, non ha dubbi: l'energia nucleare, soprattutto quella di ultima generazione, è pulita, sicura e soprattutto costituisce una risorsa economica senza pari, che rende ogni paese indipendente dal punto di vista energetico. Certo, è consapevole che le scorie residue sono un problema complesso, ma al quale si può trovare tranquillamente una soluzione. A noi ha spiegato anche perché ogni paura è ingiustificata.



Video intervista a Renato Angelo Ricci

Presidente dell'Associazione Italiana Nucleare, fisico nucleare e professore ordinario di Fisica Generale all'Università di Padova, Renato Angelo Ricci approfondisce uno dei temi più sentiti in questo periodo, su cui l'opinione pubblica è divisa: il nucleare.

E ce ne parla in modo semplice e comprensibile, ci segnala quali sono i benefici della sua adozione, le sue potenzialità ed esprime come, secondo lui, proprio il nucleare rappresenti l'unica risorsa che ci salverà dalla futura crisi energetica.

Nella sua video intervista (che viene proposta in due parti), Ricci propone di “sdrammatizzare certi problemi che sono più immaginari che reali, affrontare i problemi reali (quelli veri) e rieducare i cittadini su base scientifica, anziché ideologica, a partire dalle scuole elementari".

Per un futuro più pulito, il nucleare è solo una delle fonti utilizzabili e deve far parte di un mix produttivo composto da tutte le fonti energetiche disponibili, in ragione delle loro caratteristiche di disponibilità, economicità e compatibilità ambientale.

PARTE PRIMA

PARTE SECONDA