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Cesare Romiti: Italia-Cina, lo "spread" si riduce

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Alla guida della Fondazione Italia Cina, da lui fondata nel 2003, Cesare Romiti commenta in esclusiva per avoicomunicare la chiusura il 23 gennaio dell'anno della cultura cinese in Italia. Augurandosi che il Governo Monti ne faccia tesoro.

Presidente, qual è il bilancio dell'anno della Cultura cinese in Italia? La cultura può davvero aiutare a stringere relazioni tra i popoli che vadano al di là degli interessi economici? 

E’ un bilancio di indubbio successo. Le posso dire che in questi ultimi anni, in numerosi incontri ufficiali a cui ho partecipato, sia il Primo Ministro del Consiglio Repubblica Popolare Cinese sia il Presidente della Repubblica Popolare Cinese hanno dichiarato di sentire un forte legame tra la loro cultura millenaria e la cultura altrettanto antica dell’area Mediterranea.

Non saranno solo parole di fine abilità diplomatica?

Il Premier Wen Jiabao ha ribadito ufficialmente questo concetto in occasione dell’apertura dell’anno della Cultura cinese in Italia nell’ottobre 2010. E le aggiungo che il nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, mi ha raccontato che anche nell’incontro a porte chiuse in Quirinale Wen Jiabao è tornato sull’argomento. Vale la pena di prendere molto sul serio l’invito.

Quindi, l'opinione comune che i cinesi siano interessati solo al business non è corretta o è perlomeno parziale?

Assolutamente, c’è una forte attenzione e curiosità, almeno da parte istituzionale, agli aspetti culturali. Certo, la natura del cinese è sicuramente commerciale. Si figuri che trent’anni fa – mentre visitavo lo stabilimento di Belo Horizonte della Fiat in Brasile – i miei uomini mi portarono a visitare i mercati generali di San Paolo. Erano già allora completamente nelle mani dei cinesi.

In effetti, spesso le comunità cinesi nel mondo, come nelle città italiane, tendono a chiudersi più che ad integrarsi.

Sì. Per difesa e capacità di organizzarsi in modo autonomo. Tuttavia, penso che sia un errore da parte della comunità cinese, ma anche da parte italiana. Ad esempio la situazione delle aziende tessili insediate a Prato, non è stata gestita nel modo corretto.

In che senso?

Lo Stato deve esercitare il proprio controllo e imporre il rispetto delle leggi per tutti, evitando che si creino condizioni di concorrenza sleale. Ma senza criminalizzare tutta una comunità. Ci sono tanti imprenditori cinesi che lavorano correttamente, al pari degli italiani.

L’integrazione sociale arriva dall'alto, da un indirizzo politico, o si crea dal basso, dalle relazioni quotidiane tra le persone?

Si forma nella quotidianità, ma le indicazioni politiche hanno il loro peso nell’indirizzare gli animi e le azioni dei cittadini.

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Il Primo Ministro della Repubblica Popolare Cinese, Wen Jabao, consegna a Cesare Romiti, Presidentde della Fondazione Italia Cina, il premio ideato dall’Associazione cinese per l’amicizia tra i popoli per il 40esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Repubblica Popolare Cinese e Italia (inaugurazione dell'Anno della Cultura cinese in Italia, 7 ottobre 2010, Roma).

Sinora l’Italia cosa ha fatto per governare l’integrazione?

Ben poco. Soprattutto il Governo precedente ha latitato, tanto che siamo stati noi, la Fondazione Italia Cina, ad essere l’interlocutore privilegiato nei rapporti culturali e sociali con la Cina e la comunità cinese in Italia. Ora, con il Governo Monti, credo che le cose cambieranno. In meglio.

Qual è la sua opinione sulla cittadinanza sinora negata agli immigrati di seconda generazione? Sono cittadini italiani o no?

Sono assolutamente a favore. Non ha nessuno senso negare la cittadinanza a chi è nato sul suolo italiano. Sono errori politici, che poi si rischi di pagare. Ricordo un episodio di anni fa a Firenze, che mi è rimasto caro. Stavo passeggiando in via Tornabuoni, quando vidi due ragazzini giocare tra loro vociando in fiorentino. Beh, quei due ragazzini erano cinesi! Come si fa a sostenere che non siano italiani?

Qual è la sua valutazione sul modo italiano di gestire le relazioni diplomatiche e non con la Cina?

Devo dire che in questo momento abbiamo un ottimo ambasciatore italiano in Cina, Attilio Massimo Iannucci, che sta facendo un lavoro eccellente di tessitura di relazioni. La Cina ha una classe diplomatica molto efficiente, ma noi abbiamo uomini talentuosi. Il successo dell’Expo di Shanghai 2010 guidato dal commissario Beniamino Quintieri e la trasformazione del Padiglione italiano in sede permanente per il made in Italy sono altri esempi delle capacità italiane.

L’ultimo numero della vostra rivista “Mondo Cinese” è dedicato alla figura femminile. Abbiamo qualcosa da imparare dalle donne cinesi?

Trent’anni fa, mentre mi trovavo a Pechino, incontrai Carla Fendi alla prese con l’organizzazione improvvisata di una sfilata. Aveva ingaggiato una ventina di ragazze non modelle: allora quella professione non esisteva in Cina. Beh, dopo 48 ore di formazione accelerata, mi disse che non aveva mai avuto allieve così pronte e veloci ad apprendere. Constatavo qualche tempo fa con la figlia dello statista Deng Xiaoping, che la donna cinese in questi ultimi trent’anni è quella che si è evoluta di più al mondo.

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Ven, 13/01/2012 - 17:34 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

A Roma il capodanno cinese arriva prima!

capodanno cineseSabato 14 la comunità cinese di Roma entra nell'anno del drago. A partire dalle ore 14 si festeggerà l'occasione a piazza del Popolo con acrobazie, musica, sfilate e tanto altro.

Si chiama Chun Jie, cioè festa di primavera, corrisponde al primo novilunio dell'anno secondo il calendario lunare ed è una delle feste più sentite e importanti della cultura cinese. Quest'anno però il capodanno arriva un po' prima, almeno a Roma. La data stabilita per i festeggiamenti sarebbe infatti il 23 gennaio, ma la comunità cinese della capitale ha voluto anticipare la fine di un anno poco fortunato, anche e soprattutto per il brutale omicidio che ha sconvolto la città solo poco tempo fa.

Così sabato 14 gennaio piazza del Popolo, una delle più centrali e importanti di Roma si tingerà di rosso, il colore fortunato per eccellenza. Il luogo dell'evento è importante: si tratta infatti della prima volta che uno spazio così centrale e di storica importanza viene utilizzato per far incontrare la città e una delle sue comunità storiche. Per chi si trova a Roma è anche un'imperdibile occasione per scoprire tradizioni, suoni, colori e sapori di un mondo vicino e lontano.

Ai festeggiamenti in piazza non mancheranno i nomi importanti: quelli dell'Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia Ding Wei, del Ministro per la Cooperazione Andrea Riccardi e del Sindaco di Roma Gianni Alemanno, che apriranno la festa dipingendo di rosso gli occhi del drago, come raccomandato dalla tradizione. L'occasione chiude anche un periodo veramente importante: un anno della cultura cinese in Italia che ha portato i paesi a stringere ulteriormente rapporti già saldi.

I festeggiamenti dureranno fino alle 18:30, quando uno spettacolo di fuochi d'artificio saluterà il nuovo anno, quello del drago, il segno dello zodiaco considerato più di buon auspicio, in grado di portare prosperità e cacciare via influenze negative e spiriti maligni. 

Il programma:

ore 14.00: grande corteo folkloristico. La sfilata inizia in via del Corso, all’altezza di Via Tomacelli, e si dirige verso Piazza del Popolo.
ore 14.25: arrivo del corteo in Piazza del Popolo Sul palco comincia lo spettacolo con le musiche dell’Orchestra della Polizia municipale di Roma.
ore 14.30: sulla piazza l’Ambasciatore Ding Wei insieme al sindaco di Roma Gianni Alemanno, al ministro della cooperazione e dell’integrazione Andrea Riccardi e alle altre autorità italiane presenti eseguono il rituale di apertura dipingendo di rosso gli occhi del drago.
Dalle ore 14.30 in poi: il direttore cinese dell’Istituto Confucio di Roma Federico Wen presenta le varie esibizioni degli artisti cinesi e italiani. Spettacolari numeri scelti fra i generi artistici più famosi si alternano fino alle 18:00.
Alle 18.15 dalla terrazza del Pincio uno straordinario spettacolo pirotecnico, degno della migliore tradizione cinese, chiude l’appuntamento con le celebrazioni del Capodanno cinese. 



A Durban si cerca la soluzione al dopo Kyoto

Emissioni CO2Da lunedì 28 novembre al 9 dicembre 2011 si svolge la COP 17 la Conference of Parties dell'Onu dedicata alla lotta ai cambiamenti climatici.

Il 1° gennaio 2013 scade il primo periodo di applicazione del Protocollo di Kyoto, l'accordo nato nel '97 fra le nazioni industrializzate che voleva regolare le emissioni di gas serra per arginare i mutamenti climatici e il riscaldamento globale.
Dopo i fallimenti delle conferenze di Copenaghen (2009) e Cancun (2010), da ieri 28 novembre 2011 a Durban è in corso fino al 9 dicembre la 17esima Conferenza internazionale indetta dall'Organizzazione delle Nazioni Unite sul clima per fare il punto della situazione.

Il surriscaldamento di più di 2 gradi centigradi non è uno scherzo, provoca delle conseguenze catastrofiche. Solo che a essere colpite per prime dai cambiamenti climatici sono state sinora le comunità più fragili: le recenti inondazioni in Thailandia, le siccità nel Corno d'Africa e in alcune zone del Pacifico. Eppure anche l’uragano Katrina che si è abbattuto sul Golfo del Messico nel 2005 o le inondazioni nel Sud Italia dimostrano che il tempo sta scadendo per tutti.


Nel 1997, i due principali paesi responsabili delle emissioni di gas serra, Usa e Cina, non avevano aderito al Protocollo. Solo loro emettono il 50% dei gas che provocano il riscaldamento climatico, mentre i 27 Paesi dell'Unione europea vi contribuiscono all'11%. Oggi, la resistenza da parte degli Stati Uniti da un lato, e dall'altro della Cina e dell'India, prosegue e fanno pensare che l'intesa-compromesso sia ancora molto lontana.
Giappone, Russia e Canada, infatti, non intendono firmare un accordo post Kyoto a fronte della mancanza di un impegno da parte di Stati Uniti e Cina.
 
Si apre quindi nello scetticismo generale il primo giorno di lavori della COP17 a Durban: la pesante situazione economica internazionale e la mancanza di un accordo politico non fa sperare nel raggiungimento di risultati significativi. Le prime difficoltà sono proprio sul fronte economico.

A Cancun, alla COP16, era stato previsto lo stanziamento di 100 miliardi di dollari all'anno, sino al 2020, per aiutare i Paesi più poveri a far fronte ai costi della riduzione delle emissioni, da raccogliere tassando i trasporti aerei e marittimi o le transazioni finanziarie.

Una cifra irrisoria - commenta Alberto Zoratti dell'organizzazione equosolidale Fair presente a Durban all'interno della Rete internazionale Climate Justice Now! - che risulta essere meno di un decimo di quello che i soli Stati Uniti hanno stanziato per salvare le banche "too big to fail. Un disimpegno globale che sembra ancora una volta ribadire come la finanza sia più importante dei destini di un intero pianeta. E aggiunge: Centinaia di milioni di piccoli produttori sono a rischio, e il paradosso è che gli impatti più pesanti verranno subiti nelle zone più povere, come l'Africa Subsahariana. C'è quindi bisogno di una forte mobilitazione delle coscienze, che parta dal cambiamento di stili di vita verso modelli sostenibili, ma che parli anche di una forte pressione sui Governi perché assumano la questione del cambiamento climatico come una priorità al pari della crisi economica e finanziaria.



Oxfam - network internazionale di organizzazioni di paesi diversi per la lotta globale contro la povertà e l’ingiustizia - chiede ai governi riuniti a Durban di centrare tre obiettivi fondamentali: la sopravvivenza del protocollo di Kyoto e l'impegno a concludere al più presto un nuovo accordo esaustivo e legalmente vincolante; un sostanziale taglio alle emissioni di CO2 prima del 2020 per mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2 gradi centigradi; l'assicurazione dei fondi a lungo termine per aiutare i più poveri ad affrontare i cambiamenti climatici.



E l’Italia? Ci eravamo impegnati a ridurre entro il 2012 le nostre emissioni del 6,5% rispetto ai livelli del 1997. Ci siamo riusciti?

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Foto: Flickr



La Cina, la censura e la paura del web

censuracineseScoprire cosa significa censura nell'epoca del web in Cina. Non è facile capire cosa voglia dire "censura" se non ci si è passati veramente. Non è facile raccontare cosa voglia dire avere un'idea, un pensiero, il desiderio di conoscere qualcosa, e non poterlo fare su quello che è il mezzo più veloce e diretto che oggi esiste, il web, se per noi gli unici limiti nell'utilizzo di internet sono quelli tecnologici o della nostra personale esperienza con lo strumento.

Fino a quando non capita di incontrare qualcuno che, con molta semplicità e quasi con stupore sarcastico ("cosa pensavi, che quando si parlava di censura in Cina fosse una roba teorica, come il buco dell'ozono?") non ti dice: "No, io non posso parlare con voi delle applicazioni di Facebook, perché noi lì in Cina Facebook non possiamo usarlo".

E tac, il resto del gruppo, italiani, svedesi, francesi, tedeschi e brasiliani, rimangono senza commenti o like da aggiungere. Perché la censura, per chi non ci è nato o non l'ha vissuta, è così, una freddura che ti lascia un po' interdetto, senza che ci sia niente di intelligente da dire. A chi scrive questa cosa è successa veramente la scorsa estate, a Londra, e visto che qui ci siamo occupati spesso di web e cyberdiritti, ma anche delle contraddizioni che spesso vi sono in paesi emergenti (o ormai già completamente emersi) come la Cina e libertà, ci sembra giusto tornarci su.

Nei giorni in cui avveniva questa conversazione, a Londra, alla Tate Modern si inaugurava una mostra, quella di un artista, Ai Weiwei, la cui sparizione (poi ufficialmente dichiarata detenzione da parte del governo cinese) aveva mosso gli internauti di tutto il mondo, in un tam tam di solidarietà mai visto prima. Tutti chiedevano alla Cina di dare risposte, di dire cosa fosse successo a Weiwei, le cui colpe erano quelle di aver criticato apertamente il suo governo. La liberazione, dopo due mesi di prigionia e una multa salatissima per "reati fiscali" che probabilmente impedirà a Weiwei di vivere se non con l'aiuto di sovvenzioni dall'estero, è stata accolta con gioia, ma ha nuovamente aperto gli occhi a quelli che non si rendono ancora conto di cosa voglia dire, per un paese così fondamentale negli equilibri geopolitici mondiali, tenere parte della popolazione sotto una campana di vetro in cui circola solo l'aria viziata della propaganda.

Il web è uno dei nemici che la grande Cina teme più di ogni altra cosa. Perché la grande barriera che la nazione ha innalzato tra sé e l'occidente è stata violata più volte dalle informazioni che arrivano attraverso la rete. Ben 450 milioni di cittadini hanno un accesso continuativo a internet, ma non è l'internet che conosciamo noi. Già nel 1998 veniva ideata la cosiddetta Grande muraglia di Fuoco, un filtro online che blocca parole chiave di scelta governativa, evitando che l'eccessiva curiosità degli internauti li possa far pensare troppo. L'idea principale è quella di evitare che ci sia un confronto, tra i cinesi e gli altri. Ma i proxy non bastano più, e i dissidenti aumentano. Liu Xiabo, uno dei più famosi per le sue critiche al potere, Nobel per la pace 2010, non ha potuto ritirare il suo premio, e in Cina è stato fatto di tutto perché la gente non venisse a conoscenza di questa onorificenza. Nascono software che violano la censura, luoghi segreti da dove navigare liberamente. Allo stesso tempo un numero crescente di volontari, guardie giurate del web, pattuglia i siti senza sosta, alla ricerca incessante di posti virtuali in cui i dissidenti viaggiano in libertà.

Dallo scorso luglio, poi, anche i locali devono chiedere le generalità a chi si connette alla rete wi-fi, e nuove restrizioni sono state recentemente annunciate dal segretario di partito Liu Qi, che vuole che i blog limitino considerevolmente la loro capacità di espressione.

Quello che la Cina non vuol vedere, quello che i governi che si succedono, tutti uguali, non vogliono prevedere, è che il futuro è nelle nuove generazioni, generazioni che in questo momento vengono lasciate indietro rispetto a quelle delle altre nazioni. L'accesso alle informazioni, le ricerche, gli stimoli che le discussioni in rete possono creare, non vanno sottovalutati. Se la Cina lascerà i suoi giovani crescere con questo grosso limite rispetto ai loro coetanei d'occidente, non basterà essere uno dei colossi economici mondiali per tenere il passo. Ragazzi che, coinvolti in un argomento a cui non hanno avuto accesso per colpa della censura, resteranno esclusi dal resto della conversazione, in un mondo in cui le conversazioni, quelle che navigano sul web, sono lunghe, vivaci, multiculturali, e danno vita a quella cosa che si chiama progresso. E non è detto che la Cina, con tutte le sue opzioni sul grande mercato globale, possa sostenere il prezzo, altissimo, di una generazione disconnessa.

Foto di Vipez



Saranno le montagne i “nuovi emirati” dell'energia solare

everest energia solareL'energia solare è una grande protagonista del dibattito sulle rinnovabili in tutto il mondo. Sembra ormai certo che siamo avviati a sostituire le fonti fossili con fonti rinnovabili e questo cambiamento potrebbe portare delle conseguenze economiche sulla geografia dell'energia. Il mondo fondato sul petrolio infatti si basa su una geografia abbastanza elementare in cui l'occidente è stato il protagonista dei consumi mondiali di petrolio, mentre i rifornimenti venivano per la gran parte da una porzione relativamente piccola di terra araba.

Con l'avvento delle rinnovabili, e via via che queste diventano sempre più competitive sui mercati nazionali e globali, questa geografia è destinata a cambiare, o comunque ad arricchirsi di nuovi protagonisti. Ma come? Parlando di energia solare una persona potrebbe facilmente rispondere che la domanda è sin troppo semplice e la soluzione evidente. Vengono alla mente i grandi progetti nel deserto del Sahara, come ad esempio Desertec, vengono in mente l'Africa e il bacino Mediterraneo, i luoghi assolati dove le stagioni sono calde per molti giorni l'anno. Ma questa volta l'evidenza potrebbe ingannare e la risposta andare molto lontano dai deserti fino a raggiungere vette elevatissime.
 

Una equipe di studiosi giapponesi ha infatti da poco pubblicato uno studio dal titolo “Gli effetti della temperatura sul potenziale fotovoltaico nel mondo” (“Effect of Temperature on PV Potential in the World”) in cui si spiega la capacità di generare energia elettrica da fonte solare dipende altamente dalla collocazione geografica degli impianti. Zone aride o semi-aride altamente colpite dalla luce solare giocano decisamente un ruolo positivo, ma – spiegano gli autori – anche alcune regioni fredde possono sfruttare l'energia del sole per la produzione elettrica grazie all'effetto di elevate altitudini.

In alta montagna, in altre parole, anche se la temperatura è fredda gli impianti solari possono raccogliere molta energia ed hanno un potenziale di produzione di energia elettrica addirittura superiore ad alcune aree desertiche. Se a qualche lettore la cosa sembrerà di poco interesse, proviamo a fare una osservazione. Stando a quanto rilevato dagli studiosi giapponesi, le catene montuose di una nazione, le nostre Alpi e gli Appennini ad esempio si trasformano in miniere energetiche con non poche influenze di carattere geopolitico.
La crescente economia cinese, per fare un esempio di più ampio respiro, troverebbe sull'Himalaya una risorsa energetica straordinaria e pulita, assai importante per la galoppante crescita della nuova potenza globale. Come si vede gli effetti di una simile considerazione potrebbe avere una portata molto vasta.

Immagine di Sam Judson 



La mappa interattiva delle migrazioni

mappa Un'incredibile mappa delle migrazioni umane contemporanee che spiega con chiarezza perché la Terra è divenuta una piattaforma globale per gli uomini.

Da dove arrivano i migranti che raggiungono l'Italia ogni giorno? Ok, facile, ma per esempio, provate a ipotizzare chi si sposta non da ma verso Afghanistan o il Mali. Le rotte degli immigrati sono a volte note, raccontate e analizzate diffusamente, ma in molti altri casi sono sconosciute e imponderabili.
Se la maggiorparte degli emigranti cinesi vola attraverso il Pacifico per sbarcare negli Usa, il podio degli immigrati nella Repubblica Popolare proviene dalla Corea, dalle Filippine e dal Brasile (!).

Lo sguardo d'insieme fornito dalla Migrations Map fornisce un colpo d'occhio istantaneo su quel fenomeno epocale del XXI secolo che sono gli spostamenti forzati o per scelta di uomini e donne attraverso i continenti. Urge aggiornamento di questo fantastico strumento che purtroppo si ferma al 2007.



Ai Wei Wei, l’artista vietato su Internet, è stato liberato

wei weiPer lui si erano mobilitati tutti: artisti, gallerie, blogger, politici. E oggi, finalmente, dopo il pagamento di una cauzione, Wei Wei è tornato libero. Prima scomparso dalla circolazione senza lasciare traccia quasi tre mesi fa, si era poi saputo che l'artista cinese, ritenuto da Pechino un pericoloso dissidente, era stato imprigionato per evasione fiscale. Un pretesto utilizzato spessissimo per colpire intellettuali e artisti che "sfidano" la repressione cinese per esprimere in libertà quello che succede nel loro paese. Finora è stata solo la sorella Gao a dare conferma della liberazione avvenuta, secondo le autorità, in pieno rispetto della legge, visto che secondo loro il pittore avrebbe confessato tutti i reati che gli sono stati ascritti. Non si sa ancora in che condizioni sia, né se e quando potrà raccontare quello che è veramente successo. Di sicuro, è una buona notizia. Non solo per quanto riguarda questa storia, ma molto più probabilmente sul successo che certe campagne di mobilitazione internazionale, come quella avvenuta per Wei Wei, possono avere anche nei confronti di un governo forte e autoritario come quello cinese. Qui sotto la storia dell'arresto di Wei Wei e del suo ruolo nella Cina contemporanea.

«Cosa possono fare più di mettermi al bando, rapirmi o imprigionarmi? Potrebbero forse costruire la mia sparizione nell'aria, ma non hanno creatività o immaginazione». Sono queste le parole che Ai Wei Wei, artista cinese, scrive sul suo blog nel 2009, poco prima che il governo di una Cina sempre più repressiva lo censuri. Il suo arresto, avvenuto lo scorso 3 aprile, è stato più un misterioso prelievo che un atto ufficiale delle forze di polizia. Wei Wei era all’aeroporto di Pechino, dove stava per imbarcarsi per Hong Kong, ma viene fermato e portato via. Dove, non si sa bene. Il governo cinese risponde che l’artista e architetto, noto per il suo atteggiamento poco tollerante verso il regime e tra i più accesi oppositori alla corruzione e alla censura del suo paese, è in carcere per crimini fiscali. O, meglio, crimini economici. Che, come spiega un altro artista, lo scrittore Yu Hua, è in realtà un crimine molto frequente nel loro ambiente, visto che molti sono costretti a vendere le loro opere d’arte al mercato nero, visto che il commercio di beni provenienti da gente non gradita al governo è impedito. Dunque, nient’altro che un pretesto.

Perché il motivo per cui Wei Wei è detenuto in uno dei molti carceri cinesi è sicuramente un altro. Ultimamente, infatti, si stava occupando, insieme all’ambientalista Tang Zuoren, del crollo delle scuole durante il terremoto del Sichua, crollo che ha causato più di 5000 morti e che è sicuramente dovuto a tecniche edilizie sicuramente non regolamentari. Tra i firmatari della famosa Charta 08, redatta dall’amico Liu Xiao Bo, al cui posto aveva cercato di ritirare il Nobel per la pace (la polizia gli impedì di partire anche allora), la sua attività di denuncia è nota da tempo, e non è la prima volta che il governo cerca di bloccarla.

Oggi la Mit Press ha deciso di riunire in un libro, Ai Weiwei's blog, gli scritti prodotti dall'artista tra il 2006 e il 2009. Proprio attraverso quei post si può ricostruire la sua battaglia, si possono ripercorrere la sua rabbia e le sue speranze. Basti pensare che oggi il suo nome, su Internet, è vietato. Un’altra delle tante, incomprensibili e anacronistiche censure di un paese dall’enorme potere e con enormi ritardi sul processo di democratizzazione. «Non venite a cercarmi ancora. Non voglio collaborare. Se lo farete portate con voi i vostri strumenti di tortura». Lo scrive il 28 maggio 2009, e quelli a cui si rivolge sono i poliziotti che, poche settimane prima, gli avevano procurato un trauma cranico con le botte.

Un articolo del Guardian scrive che pochi giorni prima dell’arresto Wei Wei aveva già espresso la sua preoccupazione, dichiarando a un giornale tedesco “"Al mio cancello ci sono due telecamere di sorveglianza, il mio telefono è sorvegliato, ogni messaggio che spedisco attraverso il mio microblog è censurato da loro. Ovviamente sono libero". Da quando è detenuto e di lui non si hanno notizie, la rete si è mobilitata per avere chiarimenti dal governo cinese. Il gruppo Where’s Wei Wei? ha raccolto più di 3200 adesioni, e a Londra, alla Lisson Gallery, è stata inaugurata una mostra con le sue opere. Dopotutto l’arresto di Wei Wei è solo l’ultimo degli attacchi alla rete e alla libertà d’espressione.

Negli ultimi mesi l'apparato poliziesco cinese ha represso duramente ogni tentativo di libera manifestazione del pensiero sia nel cyberspazio che nelle strade, soprattutto dopo le insurrezioni africane guidate dal web e di cui temono un remake a casa propria. Si tratta del considdetto Peking Consensus, una dottrina che ha irrigito tantissimo le misure di controllo del cyberspazio, che va dalla repressione tradizionale ai filtri tecnologici che riducono al silenzio ogni dissenso. Internet è pericolosa, e va fatta tacere. Le cybercritiche sono quelle più temute da Pechino. Anche se stavolta la Cina potrebbe perdere: Ai Weiwei è famoso e amato in tutto il mondo, e il passaparola in rete potrebbe essere molto più dannoso per la Cina che una liberazione dell’artista. Insomma, questa detenzione potrebbe essere un’arma a doppio taglio per chi vuole la censura. Almeno lo speriamo.

Marìka Surace

Foto di Scott Hess