A Saponara si lotta tra la vita e la morte. Il peggio è che si poteva evitare.
Mentre la Procura di Messina apre un'inchiesta per disastro e omicidio colposo plurimo per le tre vittime della frazione di Scarcelli, a Saponara si cerca l'ennesima vittima di una frana che ieri ha colpito alcune case. Siamo a quota 30 fra morti e dispersi da settembre a oggi, se consideriamo una frana in Piemonte, le alluvioni in Liguria e Toscana, gli allagamenti a Roma.
Bilanci drammatici, cui non si riesce a trovare soluzione, se non attraverso la prontezza dei soccorritori che negli ultimi giorni operano in particolare nel Sud Italia e nelle isole, dove forte maltempo, rovesci e temporali sparsi, nubifragi e alluvioni stanno ancora affliggendo paesi e città.
Il Ministro dell'Ambiente Corrado Clini enfatizza la necessità di "aggiornare la mappa di tollerabilità del territorio, concentrare le risorse per la prevenzione e svuotare le zone più esposte, senza dimenticare che le politiche per la sicurezza dell'ambiente e per la salute devono procedere di pari passo". E spiega che la causa delle violente ondate di maltempo va cercata nei mutamenti climatici, in quanto "i dati storici sul clima su cui ci siamo basati fino a oggi non sono più attuali, perché quelli che prefiguravano una certa intensità di pioggia e frequenza di eventi climatici estremi ora sono cambiati. I sistemi fognari e i corsi d'acqua devono essere riprogettati poiché il nostro territorio è reso vulnerabile dalla nuova situazione climatica, ed è necessario un grande lavoro di manutenzione e gestione”.
Va ricordato, però, che per quanto riguarda il riscaldamento globale e i conseguenti mutamenti climatici, è ormai assodato che l'uomo sia il diretto responsabile nell'aumento della temperatura globale degli ultimi decenni a causa dell'uso di combustibili fossili e della deforestazione.
La variazione di questi fattori porta a fenomeni atmosferici devastanti e inaspettati, generando caos e nuove necessità nelle popolazioni: il ripristino delle infrastrutture, il rafforzamento degli argini dei fiumi, il distanziamento degli abitati dalle coste, l'adattamento delle coltivazioni e molto altro.
Ecco perché è altrettanto importante la rigenerazione delle superfici boschive, che proteggono il terreno dalle frane e svolgono interventi fitodepurativi sul territorio, oltre a essere la nostra fondamentale riserva di ossigeno.
Oramai l’ennesimo disastro è compiuto. Inutile continuare a parlarne: la politica deve intervenire arginando la situazione e provvedendo a prevenire il ripetersi di altre tragedie. Ma anche il cittadino da parte sua deve esercitare una cittadinanza attiva a cui non siamo sufficientemente avvezzi. Non credi?
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Foto: Flickr
È un testa a testa che si gioca all'ultima virgola. Saranno i numeri decimali e i calcoli approfonditi dei grandi centri di ricerca sul clima che assegneranno la palma dell'anno più caldo degli ultimi centotrenta (e cioè da quando abbiamo misure sistematiche della temperatura media del pianeta). La vittoria finale se la contendono il 2005 e l'appena trascorso 2010. Ma, se lasciamo agli scienziati il loro lavoro di precisione su calcoli infinitesimali, la notizia vera è che il 2010 ha fatto registrare comunque una temperatura media annuale da record, pari a circa 14,65 gradi centigradi, alimentando così la curva di crescita del riscaldamento globale. Infatti, rispetto al periodo tra il 1951 e il 1980 si registra un aumento della temperatura pari a 0.65 gradi.
Ma come, diranno i più scettici, e le ondate di freddo di dicembre? Ci siamo già dimenticati del traffico paralizzato in autostrada, dei treni nel caos e di tutti i danni provocati dalla neve e dal gelo prima di Natale?
Il fatto è che le misurazioni di cui stiamo parlando riguardano la temperatura media del pianeta fatta registrare durante tutto l'anno climatico, che inizia a dicembre e finisce a novembre. I singoli episodi di pochi giorni, quindi, sono solo una parte del quadro generale e pochi giorni di freddo, anche se molto intenso e improvviso, in una specifica area del pianeta (piccola come l'Italia, o anche più estesa come l'intera Europa) non possono rappresentare in maniera significativa un intero anno sull'intero pianeta. Certo, il fatto che noi leggiamo questi numeri durante quelli che sono per noi i giorni più freddi dell'anno può farli suonare paradossali, ma se proviamo a metterci in un'ottica un po' più ampia dell'orizzonte della nostra finestra di casa, ci accorgiamo che parole e cifre hanno una fonte importante, forse la più importante di tutte, e cioè il Goddart Institute for Space Studies della Nasa. E così ci accorgeremmo che l'emisfero settentrionale ha fatto registrare un incremento rispetto alla media dei mesi di novembre tra il 1951 e il 1980, pari 1,19 gradi, un vero record, tanto che la fascia polare artica ha fatto impennare la colonnina di mercurio di 10 gradi, con aumenti di 4 gradi nell'Europa Settentrionale e tra 1 e 2 gradi in Italia.
Ora, questi numeri acquistano ancora maggior valore se confrontati con gli ultimi cento anni. Nell'ultimo secolo la temperatura è cresciuta di oltre un grado, più dei due terzi di questo aumento si sono verificati dopo il 1975. Sembra proprio che il riscaldamento globale abbia spinto sull'acceleratore negli anni più recenti e oggi si sia messo letteralmente a correre, molto più velocemente di quanto non riescano a stargli dietro gli accordi globali per fronteggiarlo. A Cancun la comunità internazionale ha concordato un impegno a limitare l'incremento della temperatura media del pianeta al di sotto dei 2 gradi centigradi entro il 2100. Di questo passo, tra non molto quell'obiettivo sarà già vecchio.
Immagine di my hovercraft is full of eels
Dal Pakistan a Prato, passando per la Cina, la Russia e la Costiera Amalfitana: alluvioni, frane, incendi sono tutti eventi legati ai cambiamenti climatici e producono danni molto gravi. È come se il pianeta ci stesse dicendo qualcosa ma noi non ascoltiamo con sufficiente attenzione. Però bisogna distinguere, spiega Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica Italiana: "Ci sono eventi che sono sempre accaduti e fenomeni che invece sono il sintomo di un cambiamento; la climatologia li chiama eventi estremi poco probabili rispetto al clima del passato.
Il caldo russo di questa estate appartiene a questi ed hanno anche effetti sulla società". Saper ascoltare quel che il pianeta ci sta dicendo, vuol dire anche avere la consapevolezza che parlare di clima richiede una comunicazione precisa, rigorosa che sappia però, allo stesso tempo, parlare anche a non esperti.
Noto al pubblico anche per le sue partecipazioni televisive e autore di numerosi libri (l'ultimo dei quali è Viaggi nel tempo che fa Mercalli dice che i media svolgono un ruolo determinante: "Siamo bombardati di informazioni anche a livello climatico, ma la comunicazione su questi temi non si può limitare a slogan pubblicitari e alle banalizzazioni. Dobbiamo prenderci il tempo per parlarne, perché l'informazione sul clima è uno degli strumenti più importanti per risolvere il problema. Abbiamo i mezzi per affrontarlo. Proviamoci".
La sostenibilità tiene insieme un groviglio di argomenti e discipline. L'alimentazione è tra queste e i discorsi che importanti studiosi fanno partire dalle pagine di riviste specializzate e dai podi dei convegni, volano direttamente sulle nostre tavole, a diretto contatto con il cibo che siamo abituati a mangiare.
Sapevamo bene che esiste una correlazione molto stretta tra abitudini alimentari e salute, una correlazione che nel 1992 prese per la prima volta la forma della Piramide Alimentare, un grafico con cui l’US Department of Agriculture diffuse una spiegazione sintetica ed efficace su come adottare un tipo di alimentazione equilibrato. Alla base della piramide sono raffigurati gli alimenti che si possono consumare in quantità maggiori, man mano che si sale le posizioni sono occupate da alimenti che sarebbe meglio consumare in maniera molto controllata.
Ma come associare alla relazione tra cibo e salute l'altra, la cui importanza cresce sempre più nella consapevolezza del mondo occidentale, tra abitudini alimentari e impatto sull'ambiente? Una possibile risposta è stata elaborata dal Barilla Center for Food & Nutrition che propone la sua “Doppia Piramide” Alimentare-Ambientale.
Esiste una fortissima correlazione tra l'alimentazione di un popolo e l'impatto che questo produce sull'ambiente, ha spiegato alla presentazione del progetto Mathis Wackernagel, Presidente del Global Footprint Network ed inventore del concetto di impronta ecologica. “La popolazione globale è in crescita – ha sottolineato Wackernagel – e con essa crescono i consumi globali, tanto che oggi il genere umano utilizza risorse globali ad una velocità che è del 40% superiore alla capacità del pianeta di rigenerare quelle stesse risorse”. In altre parole, il pianeta impiega un anno e cinque mesi per rimettere a posto quello che mangiamo in un solo anno. È un problema che riguarda principalmente la parte più opulenta del mondo, come ha sottolineato Gianfranco Bologna, Direttore scientifico di WWF Italia, chiedendosi fino a che punto la Terra potrà sopportare stili di vita così incauti come quelli di persone utilizzano ogni anno 800 kg pro capite di produzioni cerealicole (è la media di consumo di un cittadino medio statunitense).
Per contribuire a comunicare questi temi e le possibili risposte, la “Doppia Piramide” del Barilla Center for Food & Nutrition affianca alla tradizionale piramide alimentare una piramide rovesciata costruita attraverso una stima degli impatti ambientali di singoli alimenti effettuata con l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment, LCA), un metodo di valutazione oggettivo dei carichi energetici e ambientali relativi a un processo. Il risultato è una piramide in cui gli alimenti a maggior impatto ambientale sono in alto e quelli a impatto ridotto in basso. È utile notare come i risultati prodotti dalle due piramidi portino a una coincidenza tra gli alimenti che fanno bene alla nostra salute e che producono meno impatto sul pianeta, il cui consumi è quindi più sostenibile. Se alla base della piramide alimentare ci sono, infatti, ortaggi e frutta, lo stesso accade, a posizione invertite, nella piramide rovesciata dove questi stessi generi alimentari sono quelli maggiormente consigliati, mentre carne rossa e formaggi risultano quelli maggiormente impattanti per l'ambiente e meno consigliati. In altre parole, come si legge nel documento che illustra la “Doppia Piramide”, emerge la coincidenza, in un unico modello, di due obiettivi diversi ma altrettanto rilevanti: salute e tutela ambientale.
L'immagine è tratta dal documento “Doppia Piramide: alimentazione sana per le persone, sostenibile per il pianeta”, scaricabile dal sito del Barilla Center for Food & Nutrition dove sono disponibili anche i video degli interventi di presentazione.
Kerry Emanuel è stato inserito da Time tra le cento persone più influenti del pianeta nel 2006. È un climatologo del Mit e in quell’anno, poco prima di Katrina, pubblicò uno studio (pdf) quasi profetico sull’aumento degli uragani e della loro violenza in coincidenza con il riscaldamento globale. Da noi, qualche tempo fa, è uscito un suo delizioso libretto – Piccola lezione sul clima (il Mulino) – nel quale spiega l’assurdità dello scetticismo intorno al climate change. «Nel panorama scientifico – afferma Emanuel dal suo studio di Cambridge – non c’è nessuno o quasi che ha dubbi sul fatto che il clima sta cambiando e che questo non sia un bene per la Terra».
Certo, sarà pur vero per la comunità dei ricercatori, però recentemente la Bbc ha pubblicato un sondaggio secondo cui solo il 26 per cento degli inglesi crede nel riscaldamento globale e un sondaggio del Pew certifica che per gli americani il global warming non è tra le prime venti priorità che Obama deve affrontare. C'è la sensazione diffusa nell'opinione pubblica che il caldo non è che stia aumentando. Addirittura c'è chi parla di global cooling, di raffreddamento globale. Come la mettiamo?
«In questo momento – ribatte Emanuel – è molto forte un movimento di disinformazione mondiale che ha ragioni politiche ed economiche e che vuole minare alla base le fondamenta scientifiche che spiegano il riscaldamento globale. Alcuni studiosi molto autorevoli vengono subiscono attacchi anche personali».
Se è vero che l’eco-scetticismo oggi riscuote qualche consenso in più rispetto agli anni scorsi, è vero anche che il disastro della piattaforma Bp ha aperto gli occhi di fronte ai rischi che anche il modello energetico basato sul petrolio. Forse le terribili immagini del pellicano ricoperto di petrolio che arranca sulle spiagge della Louisiana ci convinceranno più della paura di qualche grado in più come previsto dagli scienziati. «È vero. Coloro che studiano il rischio si preoccupano più di rischi tutto sommato contenuti come quelli che può avere l’energia nucleare rispetto a quelli ben maggiori delle energie che si basano su combustibili fossili. Ecco, l’incidente alla Deepwater Horizon ha avuto l’effetto di mostrare a molti di coloro che si preoccupano dell’energia nucleare che il petrolio può avere effetti terribili. È un pessimo esempio, ma rimane un esempio».
Anche per questa ragione Kerry Emanuel non è spaventato dalla soluzione nucleare alla questione energetica. Il suo è un atteggiamento pragmatico rispetto al rapporto costi (e rischi) e benefici. «Non so come sia la situazione in Italia ma posso dire che negli Usa le centrali nucleari sono l’unica soluzione pratica in questo momento alla riduzione delle emissioni. L’energia prodotta dal sole o dal vento è certamente interessante ma per ora non può essere prodotte in una scala adeguata alla domanda di energia di un paese».
Eppure, recentemente, la Francia e la Germania hanno dichiarato che la crisi non permette la riduzione di Co2. Impossibile investire in nuove tecnologie ora. «Si tratta di situazioni differenti – nota Emanuel – la Francia genera l’80 per cento della sua energia elettrica grazie al nucleare, questo significa che l’elettricità francese non dipende quasi per niente dai combustibili fossili. La Germania al contrario deve fare i conti con una cultura diversa e in questo momento cittadini e governanti mi sembrano interessati ad altro».
È molto difficile scegliere di cambiare senza l’appoggio dei cittadini. È difficile per Obama ma anche in Europa, sostiene Emanuel. «Non credo che la gente sia disposta a sacrificarsi più di tanto per l’ambiente, non chiediamo troppo alla natura umana! Non possiamo credere di fare scelte che riguardano esclusivamente le generazioni future, non si è mai fatto così nella storia e mai si farà. Dobbiamo inventarci qualcosa che riguarda anche la generazione attuale, la nostra e quella dei nostri figli. Per esempio, credo che si tratti di investire soldi per sviluppare tecnologie. Solo questo può cambiare il trend attuale. Ed è per questo che governi, università e aziende possono decidere, anche per loro tornaconto, di sviluppare tecnologie pulite utili per tutti».
Scherzi del tempo. Abbiamo appena finito di dire che la primavera tardava ad arrivare, che l'inverno sembrava non finire mai e che il maltempo imperversava in tutta Italia, ed ecco la notizia caderci addosso – è il caso di dirlo – come una doccia fredda: quello appena trascorso è stato il mese di marzo più caldo di sempre a livello mondiale.
La fonte è di quelle importanti e autorevoli; si tratta della NOAA, l'Agenzia statunitense per gli oceani e l'atmosfera, che dal 1880 registra sistematicamente ogni mese le temperature superficiali terrestri e degli oceani. Per marzo 2010 la colonnina di mercurio si è fermata sui 13,5°C di media, record di sempre, facendo registrare un aumento di 0,77°C sulla media di tutti i marzo dell'ultimo secolo.
Ma come si fa a orientarsi tra questi dati, e soprattutto, come fanno ad essere così distanti dalla percezione che abbiamo quotidianamente della temperatura? Il fatto è che si fa spesso confusione tra la meteorologia e la climatologia, ossia tra il meteo e il clima. “La meteorologia fa osservazioni e descrizioni atmosferiche in un dato luogo e in un dato momento e fa previsioni con un buon livello di affidabilità per i giorni seguenti; il clima invece è un tempo meteorologico medio, descritto da proprietà statistiche considerate su periodi lunghi” ” - spiega Sergio Castellari esperto del Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici e Focal Point dell'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change). In altre parole: il meteo ci dice il tempo che fa, o che farà, nella nostra città, nel luogo dove stiamo andando a trascorrere il week-end o nel posto dove andremo in vacanza o a lavorare, in un preciso momento o periodo. Quando parliamo di clima, semplificando al massimo, si tratta di calcolare valori medi registrati per lunghi periodi.
Alcune di queste registrazioni, ad esempio, sono nel libro “I cambiamenti climatici in Italia: evidenze, vulnerabilità e impatti” (una iniziativa del CMCC a cura di Sergio Castellari e Vincenzo Artale) che raccoglie il contributo di quasi 100 scienziati del clima di varie istituzioni scientifiche italiane e fa il punto su quello che sappiamo del clima nel nostro paese. Da una banca dati che ricostruisce osservazioni sulla variabilità climatica in Italia degli ultimi 200 anni, scrivono gli esperti, si vede che i 10 anni più caldi sono tutti successivi al 1990 e, tra questi, sei sono successivi al 2000. Per gli amanti delle classifiche, ecco la top ten degli anni più caldi in Italia dal 1800 ad oggi: 2003, 2001, 2007, 1994, 2009, 2000, 2008, 1990, 1998, 1997. I segnali che vengono dalle osservazioni, sottolineano gli esperti, ci parlano di un clima che si scalda, seguendo una tendenza che vede intensificazioni negli anni più recenti. Questi i risultati di osservazioni scientifiche su una montagna di dati che tocca oltre 200 anni. Se poi quest'anno, fuori dalla nostra finestra, la primavera sembrava ritardare e la pioggia non smetteva mai, sembrerà un paradosso, ma col clima c'entra poco: è tutta un'altra storia.
Foto di suburbanbloke

E’ vero, siamo di fronte alla più grave crisi climatica che l’umanità abbia mai affrontato, con scenari che possono essere gravi o apocalittici, ma che si concretizzeranno comunque in una perdita di benessere collettivo nei paesi ricchi e di vite nelle regioni povere del mondo.
E’ vero, innalzare di 2°C la temperatura media dell’atmosfera potrebbe portare a un punto di non ritorno, con fusione di circa la metà dei ghiacciai terrestri e innalzamento del livello dei mari fino ad annegare isole e atolli degli oceani Pacifico e Indiano, per non parlare dell’inondazione delle pianure costiere della Terra, città rivierasche comprese, con Venezia in testa.
Ed è ancora vero che la stragrande maggioranza dei climatologi assicura che ciò dipende dalle attività industriali degli uomini, perché il flusso di incremento di temperatura antropico si misura e vale circa 3 W/m2 (cioè il 95%), mentre quello per raggi cosmici o macchie solari vale solo il 5%. E’ poi vero che tutti i report scientifici affermano che la temperatura degli oceani è la più elevata da 11.000 anni a questa parte, che da 30 anni piove meno sulle foreste pluviali e che l’andiride carbonica è cresciuta (dal 1850 a oggi) da 280 ppm (parti per milione) a oltre 380.
Ed è infine vero che se diminuissimo le nostre emissioni inquinanti ci si guadagnerebbe comunque, perché ridurremmo non solo la CO2, ma pure il monossido di carbonio, gli ossidi di azoto e le polveri ultrasottili.
Sappiamo poi che non è vero che non opporsi al cambiamento climatico sia a costo zero, anzi: i danni derivati ammonteranno presto al valore totale di tutto ciò che l’umanità produce in un anno. In Italia si computano a 22 miliardi di euro per anno i costi economici, sanitari e sociali del cambiamento climatico (1,3% del PIL) che comprendono:
Sappiamo poi che non si può sperare che tutta l’umanità raggiunga lo stesso livello di benessere degli statunintensi, a causa del semplice fatto che le risorse della Terra sono limitate e in gran parte non sostituibili, per cui non si può continuare a promettere ai cinesi che un domani avranno un’auto a testa come gli americani, perché per farle marciare ci vorrebbe quasi tutto il carburante che ci vuole oggi per muovere tutti gli altri veicoli del pianeta. Anzi, se noi possediamo una o due vetture a famiglia è solo perché venti cinesi continuano a usare la bicicletta. Sappiamo infine che la Terra è sovrappopolata e che, in un immediato futuro, sarà difficile addirittura mangiare per chi si trova al sud del mondo, figuriamoci avere energia.
Dato tutto ciò, a Copenaghen i punti fermi sarebbero stati i 2°C di massimo surriscaldamento climatico tollerabile, un limite questo che, essendo un parametro climatico (non controllabile dalla volontà umana) non è affatto un limite vincolante (sono limiti vincolanti e controllabili dalla volontà umana solo le azioni atte a non provocare un effetto climatico tale da raggiungere o superare i 2°C).
Poi la riduzione delle emissioni al 2050, un parametro che può essere un limite legalmente vincolante, se si specificano, però, anche gli strumenti o il percorso per raggiungerlo. Ma non sono stati specificati, come a dire che nessuno è tenuto a rispettare questo vincolo, in quanto nessuno da solo può farlo, essendo necessaria semmai un’azione collettiva globale. Ultimo punto il flusso dei finanziamenti, condizionato da altri processi, come quello di un nuovo trattato vincolante per tutti e processi trasparenti di verifica e controllo, trattato di cui non si è vista alcuna traccia.
Insomma “We agree that deep cuts in global emission are required …”, come recita il punto 2 dell’accordo finale della Cop15, ma di quanto ridurle e in quanto tempo non c’è –desolantemente-- alcuna traccia. Un fallimento mascherato da accordo, un chiudersi gli occhi di fronte la catastrofe dietro l’angolo.
Il riscaldamento climatico sarà insomma “faster, stronger and sooner” di quanto gli stessi scienziati pensavano nel 2007, ma quanto a fare qualcosa di concreto ancora niente. Nessun accordo significativo, nessun vincolo preciso, nessuna volontà di dimostrarci animali davvero intelligenti, ma solo una marea di parole che la metà sarebbe bastata. Era meglio il protocollo di Kyoto, che una qualche regolamentazione l’aveva pur data e che presentava numeri concreti (seppur irrisori) di riduzione delle emissioni. Anzi, era meglio nessun accordo, così che non ci si cullasse nell’illusione che qualcosa è stato fatto e così che qualcuno cominciasse ad arrabbiarsi sul serio.