
Dopo averci raccontato la situazione dell’inquinamento nelle città italiane in tre brillanti videointerviste, Mario Tozzi riassume i nodi del discorso attraverso alcuni precisi quanto impietosi dati: la cecità delle istituzioni, ma anche nostra, nei confronti dell’attuale drammatica situazione, dovrebbe imporre a tutti noi una seria e approfondita riflessione.
Se tutti coloro che possono abbandonassero la vettura personale, i mezzi pubblici sarebbero più rapidi e efficienti e forse il problema sarebbe risolto. Ma l’italiano non abbandona mai l’auto (piuttosto la fidanzata), ragione per cui non restano che scelte alternative di mobilità, come il car sharing, l’auto condivisa, che si paga solo per il tempo e per i km effettivamente percorsi, e che rende inutile la seconda auto di molte famiglie. Il car pooling, per cui una parte della carreggiata viene dedicata solo a chi ha più di due persone a bordo, così i colleghi vicini di casa si mettono d’accordo per viaggiare insieme dimezzando traffico, consumi e inquinamenti individuali. Oppure il road pricing, cioè il pagamento di una tariffa per chi vuole entrare nel centro storico con la propria auto, già in uso a Milano come a Singapore. O l’auto ibrida, che possiede due motori, di cui uno elettrico, che si assistono vicendevolmente e che consentono di consumare, e inquinare, molto meno (così il numero delle auto non diminuisce, ma almeno si respira meglio). Ma la soluzione migliore è un’altra.
Un’idea rivoluzionaria e geniale, la bicicletta. Senza troppa fatica si possono percorrere decine di km in un giorno, ci si mantiene in forma e non si pena per cercare un parcheggio. La bicicletta è l’unica forma di spostamento che bene si attaglia a un sistema di trasporti più rigido su ferro, proprio perché molto flessibile. La bici alleggerisce la congestione del traffico e, di conseguenza, riduce immediatamente l’inquinamento atmosferico - anche per quello che riguarda l’anidride carbonica - e pure l’obesità. Nei tragitti brevi la competizione fra auto e bici non si pone neppure, vista la tradizionale inefficienza dei motori a scoppio nei primi momenti della combustione.
Il confronto fra automobili e biciclette è impietoso a riguardo dell’efficienza: per 13 kg (in media) di peso una bici trasporta una persona, mentre un’auto deve prima spostare fino a 2 tonnellate di lamiere e plastiche, rimanendo inefficiente nella misura che abbiamo già visto. Un’automobile ha bisogno dello spazio di sei biciclette per muoversi e di quello di venti per parcheggiare. Non a caso Olanda, Danimarca e Germania ne incoraggiano l’uso con una politica seria di piste ciclabili e trasporto bici + auto integrati: in Olanda le biciclette hanno sempre la precedenza sulle autovetture e sono favorite dalla segnaletica e dai semafori. Così in quel Paese il 30% degli spostamenti avviene a pedali e, ad Amsterdam, il 35% usa la bicicletta o va a piedi, mentre solo il 40% si muove in auto. Più spazio alle biciclette significa più tempo per una vita meno alienata dalle automobili e libera dagli idrocarburi. Ammesso che la cosa interessi qualcuno.
Mario Tozzi

E’ vero, siamo di fronte alla più grave crisi climatica che l’umanità abbia mai affrontato, con scenari che possono essere gravi o apocalittici, ma che si concretizzeranno comunque in una perdita di benessere collettivo nei paesi ricchi e di vite nelle regioni povere del mondo.
E’ vero, innalzare di 2°C la temperatura media dell’atmosfera potrebbe portare a un punto di non ritorno, con fusione di circa la metà dei ghiacciai terrestri e innalzamento del livello dei mari fino ad annegare isole e atolli degli oceani Pacifico e Indiano, per non parlare dell’inondazione delle pianure costiere della Terra, città rivierasche comprese, con Venezia in testa.
Ed è ancora vero che la stragrande maggioranza dei climatologi assicura che ciò dipende dalle attività industriali degli uomini, perché il flusso di incremento di temperatura antropico si misura e vale circa 3 W/m2 (cioè il 95%), mentre quello per raggi cosmici o macchie solari vale solo il 5%. E’ poi vero che tutti i report scientifici affermano che la temperatura degli oceani è la più elevata da 11.000 anni a questa parte, che da 30 anni piove meno sulle foreste pluviali e che l’andiride carbonica è cresciuta (dal 1850 a oggi) da 280 ppm (parti per milione) a oltre 380.
Ed è infine vero che se diminuissimo le nostre emissioni inquinanti ci si guadagnerebbe comunque, perché ridurremmo non solo la CO2, ma pure il monossido di carbonio, gli ossidi di azoto e le polveri ultrasottili.
Sappiamo poi che non è vero che non opporsi al cambiamento climatico sia a costo zero, anzi: i danni derivati ammonteranno presto al valore totale di tutto ciò che l’umanità produce in un anno. In Italia si computano a 22 miliardi di euro per anno i costi economici, sanitari e sociali del cambiamento climatico (1,3% del PIL) che comprendono:
Sappiamo poi che non si può sperare che tutta l’umanità raggiunga lo stesso livello di benessere degli statunintensi, a causa del semplice fatto che le risorse della Terra sono limitate e in gran parte non sostituibili, per cui non si può continuare a promettere ai cinesi che un domani avranno un’auto a testa come gli americani, perché per farle marciare ci vorrebbe quasi tutto il carburante che ci vuole oggi per muovere tutti gli altri veicoli del pianeta. Anzi, se noi possediamo una o due vetture a famiglia è solo perché venti cinesi continuano a usare la bicicletta. Sappiamo infine che la Terra è sovrappopolata e che, in un immediato futuro, sarà difficile addirittura mangiare per chi si trova al sud del mondo, figuriamoci avere energia.
Dato tutto ciò, a Copenaghen i punti fermi sarebbero stati i 2°C di massimo surriscaldamento climatico tollerabile, un limite questo che, essendo un parametro climatico (non controllabile dalla volontà umana) non è affatto un limite vincolante (sono limiti vincolanti e controllabili dalla volontà umana solo le azioni atte a non provocare un effetto climatico tale da raggiungere o superare i 2°C).
Poi la riduzione delle emissioni al 2050, un parametro che può essere un limite legalmente vincolante, se si specificano, però, anche gli strumenti o il percorso per raggiungerlo. Ma non sono stati specificati, come a dire che nessuno è tenuto a rispettare questo vincolo, in quanto nessuno da solo può farlo, essendo necessaria semmai un’azione collettiva globale. Ultimo punto il flusso dei finanziamenti, condizionato da altri processi, come quello di un nuovo trattato vincolante per tutti e processi trasparenti di verifica e controllo, trattato di cui non si è vista alcuna traccia.
Insomma “We agree that deep cuts in global emission are required …”, come recita il punto 2 dell’accordo finale della Cop15, ma di quanto ridurle e in quanto tempo non c’è –desolantemente-- alcuna traccia. Un fallimento mascherato da accordo, un chiudersi gli occhi di fronte la catastrofe dietro l’angolo.
Il riscaldamento climatico sarà insomma “faster, stronger and sooner” di quanto gli stessi scienziati pensavano nel 2007, ma quanto a fare qualcosa di concreto ancora niente. Nessun accordo significativo, nessun vincolo preciso, nessuna volontà di dimostrarci animali davvero intelligenti, ma solo una marea di parole che la metà sarebbe bastata. Era meglio il protocollo di Kyoto, che una qualche regolamentazione l’aveva pur data e che presentava numeri concreti (seppur irrisori) di riduzione delle emissioni. Anzi, era meglio nessun accordo, così che non ci si cullasse nell’illusione che qualcosa è stato fatto e così che qualcuno cominciasse ad arrabbiarsi sul serio.
La blogger Antonella Napolitano ha trascorso per noi alcuni giorni a Copenhagen, raccontandoci la Conferenza ONU sul clima giorno per giorno, partecipando alle manifestazioni e agli eventi collaterali e raccogliendo le opinioni della gente presente nella capitale danese. Ora, terminata COP15 e tornata a casa, Antonella ci descrive la sua esperienza e perché questo grande summit ha in larga parte fallito.
La speranza non è cieca, e a Copenaghen in questi giorni non lo è mai stata: certo, potrebbe essere stata una serie di coincidenze, ma parlando con le persone, per strada o nei luoghi di incontro, col passare dei giorni ho notato pareri progressivamente meno fiduciosi, più pessimisti.
All’inizio di COP15 i punti chiave su cui lavorare erano abbastanza delineati, già a una lettura leggermente più attenta dei quotidiani: l’individuazione delle quote di riduzione delle emissioni e la definizione di validi meccanismi di controllo e governante; le forze in gioco, l’importanza del coinvolgimento consapevole dei Paesi emergenti (primi tra tutti India e Cina) e il loro contributo cruciale in termini di peso e di prospettiva.
Un accordo ambizioso e all’altezza delle necessità è mancato, ma, soprattutto, il grosso fallimento sembra stare nell’assenza di un trattato vincolante: era una delle richieste fatte a gran voce dalle ONG, ma, nonostante le rassicurazioni di Ban Ki-Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, trovare un modo per renderlo tale non sembra semplice. Inoltre, nei giorni successivi al summit c’è stato un susseguirsi di accuse tra Paesi e anche nell’opinione pubblica nazionale degli stati più importanti, dagli Stati Uniti (dove molto controverso è stato l’apporto del presidente Obama) a Francia e Germania, fino alla stessa Danimarca che ha ospitato COP15, forse il Paese davvero più avanzato in questo campo.
Ma forse il punto è proprio questo, sostengono alcuni: non si può più pensare di risolvere problemi globali come questi senza coinvolgere soggetti altri dai governi e dalle organizzazioni sovranazionali: l’importanza dei cittadini, delle ONG, delle aziende, dei governi locali va enfatizzata, e il loro contributo integrato nel processo decisionale. “Tra qualche anno i libri di storia ci mostreranno che Copenhagen è fallita perché è stato l’ultimo tentativo di risolvere le sfide del ventunesimo secolo con gli strumenti del ventesimo secolo” conclude Simon Zadek, docente universitario che si occupa di governance e sostenibilità attraverso l’associazione Accountability21.
Anche questo cambiamento di paradigma decisionale, però, è responsabilità di chi governa.
Il cambiamento di prospettiva l'ho visto già all'inizio, la prima sera, quando Trine mi diceva che il cambiamento, la direzione devono arrivare dall'alto, dalla politica. In quel momento, arrivata a Copenaghen da poche ore, mi è sembrato curioso sentir dire a una volontaria che il cambiamento deve arrivare dall’alto. Ne sono rimasta stupita: in fin dei conti c’era stato un gran parlare della presenza di voci indipendenti, di iniziative di gruppi di persone, di approfondimenti a tutto tondo. E il mio viaggio non mi ha certo deluso: dagli attivisti ai cittadini danesi, dalla gente arrivata da tutto il mondo ai dipendenti del Comune di Copenaghen, tutti mi hanno dato voci alternative o prospettive di contributi “in piccolo”, ma rilevanti, spesso esemplari, ricchi di innovazione.
Ma quanto di tutto questo è arrivato al Bella Center? Quanti di questi apporti sono stati davvero presi in considerazione nella miriade di incontri, in un così ampio e complicato contesto?
In un contesto in cui proprio le iniziative indipendenti e le voci non ufficiali sono state parte integrante (e, probabilmente, la più interessante), in una società in cui i cittadini sempre più spesso sentono di avere voce in capitolo e possono rendere conto di determinate esigenze, è necessario un cambio di marcia: forse è questa la principale lezione della conferenza di Copenaghen.
Condurre questi incontri “con le migliori intenzioni dei Paesi partecipanti” (questo sembrava il leitmotiv all’inizio del summit) non basta più, se si vogliono raggiungere soluzioni condivise e strategiche.
Non basterà più, se davvero si tiene alla salvaguardia e allo sviluppo futuro del nostro pianeta.

Copenhagen anche a Natale resta ecosostenibile: il consueto albero di Natale, infatti, sarà addobbato in chiave green in occasione del COP15, il vertice ONU sul clima.
La particolarità dell’albero è data dalla possibilità di pedalare su delle bici che alimenteranno l’illuminazione dell’albero di Natale. L’utilizzo di questa nuova forma di illuminazione natalizia farà risparmiare esattamente nove tonnellate di CO2.
Sicuramente non sarà difficile trovare volenterosi ciclisti nella città danese che vanta il primato mondiale per piste ciclabili (più di 350 km).
L’albero si trova nella City Hall Square, nel centro della città, in modo che turisti e passanti possano pedalare volontariamente e contribuire all’illuminazione dell’albero.
E così, dopo l’albero di Copenhagen, anche Milano ha deciso di seguire la strada della sostenibilità ambientale e costruire un albero illuminato con luci a led, alimentato da 9 biciclette ( 5 per adulti e 4 per bambini) che renderanno la struttura autosufficiente dal punto di vista energetico. L’albero “green” made in Italy sarà alto 6 metri e arricchito da 100 metri di filo a led multicolore. Un Natale eco sostenibile che farà del centro di Milano e di Piazza Cairoli un punto di incontro per l’educazione e la sensibilizzazione verso stili di vita sostenibili.
Infatti ci saranno anche altre iniziative correlate, come Puzzle4Peace, che intende promuovere progetti di solidarietà e sostegno alla cooperazione attraverso un gioco semplice ed antico, il puzzle appunto: ogni tessera del puzzle è un vero e proprio oggetto di design eco sostenibile realizzato con materiali compatibili con l’ambiente.
Altra esperienza simile è stata organizzata per il Natale di Bologna in Piazza Maggiore, dove verrà allestita un’area verde di 800 metri quadrati, con tanto di casa di Babbo Natale, un bosco con prato, piante vive a forma di slitta e di renne. A dominare la scena sarà un pino alto 14 metri illuminato in maniera sostenibile attraverso delle eco-bike. Dodici bici di cui 4 a misura di bambino forniranno l’energia alle luci rosse e ai led bianchi.
E nella vostra città ci sono esempi di Natale Ecosostenibile?
Come sarà invece il vostro Natale in casa?

Gli Indios boliviani sono stati i protagonisti della giornata di ieri della conferenza di Copenhagen. Hanno portato la loro triste testimonianza sui danni avvenuti nella loro terra per colpa dei cambiamenti climatici: in 10 anni i ghiacciai delle Ande si sono ritirati del 10% e sui loro monti non c’è più acqua. Nei loro villaggi non c’è luce e nemmeno acqua corrente e chiaramente non ci sono automobili che circolano. Non sono gli indigeni che inquinano dunque, ma sono loro che ne pagano le dirette conseguenze.
Anche l’ex vicepresidente americano e attivista per l'ambiente Al Gore conferma che tra un decennio al Polo potrebbe non esserci più ghiaccio e propone un nuovo incontro a luglio 2010 a Città del Messico, in cui si possa completare il trattato sul clima attualmente in discussione a Copenhagen.
Sono stati richiesti finanziamenti da parte dei cosiddetti Paesi “ricchi”: mentre l’Europa s’impegna a versare 10 miliardi di dollari, ora si attendono le promesse di finanziamento da parte del continente americano. Sembra invece che la Cina e l’India non vogliano assumersi tali impegni economici da destinare ai Paesi più poveri.
Le trattative procedono a rilento e si spostano dal piano tecnico a quello politico, visto che tra domani e venerdì sono attesi un centinaio di capi di stato e di governo (l’Italia è rappresentata dal Ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo).
Nella serata di ieri era comunque prevista anche una sessione notturna per la preparazione di una bozza d’accordo globale contro il riscaldamento.
Il primo obiettivo del negoziato incontra il parere degli scienziati: è essenziale rimanere sotto i due gradi di aumento della temperatura globale del pianeta. Il secondo è il passaggio dal 20% al 30% nella riduzione di emissioni di gas ad effetto serra.
A Copenhagen è arrivata Naomi Klein - scrittrice canadese simbolo dei no global – e il governatore della California Arnold Schwarzenegger. Terminator ha annunciato che il mondo degli affari presto sceglierà le fonti alternative, perché nessuno rimarrà senza scorte di sole e di vento. Inoltre ha proposto di organizzare in California una “Conferenza mondiale delle città” per promuovere spinte che possano nascere da cambiamenti locali.

Il soggiorno a Copenaghen sta finendo e proprio con la città di Copenaghen, intesa come pubblica amministrazione, concludiamo le nostre interviste.
Copenaghen è la città più verde d’Europa: il primato è stato stabilito dallo European Green City Index, lo studio Siemens sulla sostenibilità ambientale presentato nei primi giorni di COP15. I dati che vengono valutati per la stesura della classifica tengono conto di varie categorie: livello emissioni CO2, energia, edifici, trasporti, acqua, rifiuti e uso del terreno, qualità dell'aria e governance ambientale.
I funzionari responsabili di politiche ambientali e del programma sulle biciclette tengono fede alla fama e ci raccontano i progetti su cui stanno lavorando e ai processi virtuosi che stanno cercando di innescare. Particolare importanza viene data alla partecipazione dei cittadini: il loro feedback è considerato fondamentale, specialmente quando si progettano soluzioni specifiche per strade e quartieri, cosa che Copenaghen sta facendo in molti modi.
Nel frattempo, al Bella Center, sembra che le trattative non stiano facendo i progressi sperati. Ci saranno ancora manifestazioni, speriamo non scontri, ci saranno ancora palchi e persone che applaudono ma nessuno tra i danesi con cui ho parlato in questi giorni è ottimista circa il raggiungimento di un risultato concreto e adeguato all’emergenza. E, soprattutto, resta la convinzione abbastanza generalizzata che debba essere la politica a fare passi coraggiosi, a dare una visione del mondo come dovrebbe essere.
A noi resta la fortuna di aver visto un pezzo di città di cui i media non parlano o parlano poco: cosa pensano le persone, gli attivisti, chi lavora nelle istituzioni per costruire una città migliore.
Klaus Bondam, assessore all’Ambiente e alla Mobilità della città, ha recentemente detto: “Qui a Copenaghen cerchiamo soluzioni che possano salvare il mondo. Vogliamo essere di ispirazione ad altre città”. Gli obiettivi ambiziosi e l’impegno nel raggiungerli da parte sembrano dimostrarlo
Abbiamo appena finito le intervista di oggi quando iniziano i primi fiocchi di neve. È tempo di ripartire, vedremo da casa i risultati finali di COP15, magari con un orizzonte un pò più ampio di cinque giorni fa.
E grazie a tutti!
Klimaforum è un evento imponente organizzato dalle ONG presenti a Copenaghen: quasi duecento tra conferenze, interventi, workshop e dibattiti si stanno svolgendo al DGI-byen, un grande complesso sportivo che ospita centinaia di persone da tutto il mondo.
L’atmosfera è rilassata, tra mostre e stand, bar con cibo rigorosamente biologico, persone che chiacchierano sedute a terra o mentre guardano una delle tante mostre fotografiche presenti. Nonostante la quantità di gente non c’è rumore né confusione – il clima di queste iniziative dal basso continua a stupirmi.
Dopo averli incontrati alla manifestazione mentre spingevano un carro che rappresentava un mondo all’interno di una serra, decido di partecipare al workshop dell’associazione Campaign against Climate Change. L’obiettivo dell’organizzazione è di fare pressione sui governanti perché capiscano che si tratta di un’emergenza che richiede misure d’urgenza, quello del workshop è di discutere come una simile campagna si possa esportare dal Regno Unito (l’associazione è inglese) ad altre nazioni, su cosa fare leva e in quale modo.
Nella prima parte del seminario Phil Thornhill, coordinatore dell’associazione, spiega la loro visione, in relazione alle informazioni sullo stato del problema e sulle misure prese fino ad ora per contrastarlo. Le politiche internazionali e quelle nazionali di molti Paesi, spiega, sono basate sui report di IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change): “Questo organismo è il punto di incontro di molti scienziati e lavora con onestà intellettuale, ma non è forte come dovrebbe essere. Inoltre, stabilire consenso tra esperti comporta tempo (e studio) e questo rallenta il processo di divulgazione dei risultati delle ricerche: gli ultimi dati sistematici forniti dall’IPCC risalgono al 2007”.
La situazione climatica invece si sta evolvendo molto in fretta, ben oltre i dati a disposizione dei politici che stanno negoziando un accordo, e in modo tanto grave da richiedere soluzioni di emergenza: quasi come in tempo di guerra, si dovrebbe pensare a soluzioni condivise e “scomode” a cui tutti dovrebbero uniformarsi.
E i cinque punti della campagna sono certamente destinati a far discutere:
Il passo successivo è fare pressione sul governo perché si prenda carico delle sfide che questa situazione comporta: l’associazione è in contatto con un parlamentare che ha apprezzato le proposte, inserendole in una mozione, firmata al momento da 45 altri parlamentari. Probabilmente questo non diventerà un disegno di legge ma è “un seme piantato” e un modo per far arrivare certe idee nei luoghi dove si prendono decisioni.
Come portare un messaggio del genere in altre nazioni e adattarle al contesto politico? Questa domanda è al centro della seconda parte del workshop, quando i partecipanti si dividono in gruppi e parlano delle situazioni nazionali, confrontando contesti e possibilità di azione. Le soluzioni variano da imporre ulteriori tasse sul carbone a fare pressione sulle compagnie di assicurazione, nella convinzione abbastanza generalizzata che una regolamentazione non porterà comunque lontano.
Ovviamente il tempo è troppo poco e le situazioni troppo diverse per tirare le somme, ma il confronto tra diverse situazioni e sistemi politici è stimolante.
La domanda finale me la pone Phil Thornhill: “Se si dovesse fare una campagna in Italia su uno di quei cinque punti, quale avrebbe più impatto?”.
Gli spiego, punto per punto, perché alcuni di questi argomenti verrebbero difficilmente capiti e quasi sicuramente considerati impopolari. “Appunto” sorride lui.
E voi? Cosa scegliereste per una “campagna impopolare” ambientalista?