E capita a un tratto che il vaso di Pandora, messo per un po’ in un angolo a prendere polvere e invecchiare per noia, venga scoperchiato di nuovo. E che la questione femminile (si potrà dire ancora così? Perché l’impressione è che anche solo l’uso di una certa terminologia possa farti fare un veloce salto da una parte all’altra di una barricata che nemmeno immaginavi ci fosse ancora) diventi tema di cronaca, poi di approfondimento, infine di scontro. Tra donne, ovviamente. Quelle che indossano con disinvoltura i panni di femmina arrivata e dunque doverosamente scettica nei confronti di recriminazioni considerate fuori tempo. E le altre, quelle che pur senza avere nulla da invidiare alle prime in termini di carriera e successo lavorativo, non si nascondono dietro al proprio successo individuale facendo finta che tutto questo non abbia un prezzo, e che quello pagato nel nostro Belpaese sia particolarmente alto. Perché quest’ultime sanno bene che ciò che vale per alcuni, non può diventare dogma per tutti. E che in risposta a un articolo ben documentato e aperto ai due punti di vista come quello di The Atlantic di qualche settimana fa avrebbero ben altre statistiche da sciorinare al di qua dell’Atlantico.
E però ci sono anche le altre. Quelle ben lontane dal voler discutere se sia o meno necessario tirare in ballo vecchi slogan (come se l’età di una pretesa ne determinasse automaticamente l’acquisizione. Come se non vivessimo in Italia), quelle che gli slogan nemmeno li conoscono. Ma tutto è legato, questo lo sappiamo già. E allora sarebbe davvero ipocrita nasconderci che la cronaca triste di questi giorni, la somma di trafiletti e articoli più dettagliati, non può più essere semplicemente catalogata come delitto passionale. Che ha tutta l’aria di una giustificazione, un’attenuante come lo era l’omicidio per adulterio di quel capolavoro sull’arretratezza legislativa degli anni ’60 che fu Divorzio all’italiana di Pietro Germi. Perché la violenza quotidiana, costante, ormai quasi abitudinaria che ogni giorno travolge le donne non può essere più soltanto un fatto di cronaca che scade insieme al quotidiano che la racconta.
“Il problema della violenza sulle donne sembra inestricabile e purtroppo è anche in aumento”, afferma Anais Ginori, giornalista di Repubblica e autrice di Pensare l’impossibile. Donne che non si arrendono (Fandango), interessante raccolta di testimonianze al femminile. “23,8% nel 2008, quasi dieci punti percentuali in più rispetto al 1995.In definitiva, credo che il problema sia culturale e che abbia molto a che vedere con il rispetto. Negli ultimi anni, il rispetto per le donne (e per il loro corpo) si è molto abbassato. C'è stata una banalizzazione della violenza simbolica e, alla fine, non si può non vedere che c'è stato un effetto anche sulla violenza reale”.
C’è chi afferma, e noi siamo d’accordo, che questi episodi non possono essere staccati da un contesto sociale in cui la figura del maschio viene ridiscussa, indebolita, rielaborata in nome di un’emancipazione femminile sempre più visibile e piena. La paura di perdere ciò che sembrava scontato, una superiorità avallata da anni di docile acquiescenza in ambito domestico e non solo, ha trasformato l’uomo in persecutore che sfrutta la superiorità rimastagli, quella fisica, per tormentare, per vendicarsi, per cancellare. L’identikit degli uomini che ogni giorno calpestano, infastidiscono, massacrano le donne, non è quello di alienati mentali, pazzi maniaci che hanno perso la lucidità da tempo. Non solo. C’è tutto un mondo di maschi di buon livello culturale e buona posizione sociale che ricorre, nonostante ciò, alla violenza.
E la prevenzione, quella con cui una legge sullo stalking che ha ormai un anno si prefiggeva di diminuire il fenomeno, semplicemente non funziona. Spiega Ginori: “Le leggi servono, ma poi bisogna anche finanziarle. Per esempio, la normativa sullo stalking sta diventando inapplicabile perché mancano le risorse per la polizia e i Prefetti. I tempi d'attesa per una donna che denuncia e vuole essere protetta da uno stalker possono raggiungere anche 3 - 4 mesi”. Sempre che ci sia una denuncia. Perché, a oggi, il 93% delle donne non sporge denuncia, e in alcuni casi non sa nemmeno che violenza fisica e psicologica siano reato. Dopotutto, il rispetto per se stesse non è una facile conquista. Soprattutto in una società in cui si continua a ironizzare sul corpo delle donne come avviene qui. Di fronte a tutto questo, bisognerebbe soffermarsi a riflettere su cosa significhi davvero emancipazione.
Foto di John Mueller
Un’italiana vince per la prima volta un torneo di tennis straordinario come il Roland Garros a Parigi e molti commenti, in rete ma non solo, sono sull’estetica della campionessa Francesca Schiavone. Sarebbe capitato lo stesso se avesse vinto un atleta maschio? Lorella Zanardo è l’autrice del documentario Il corpo delle donne, un caso per il web in Italia, nel quale in qualche decina di minuti offre uno spaccato inquietante dell’uso del corpo di donne e ragazzine in televisione. Al documentario è seguito il libro, Il corpo delle donne (Feltrinelli, 208 pagg.), in cui si passa dalla denuncia alle proposte di strumenti per essere consapevoli di ciò che guardiamo in tv. Per Avoicomunicare le abbiamo chiesto di commentare la trasformazione che anche lo sport sta vivendo: la tv vuole certo grandi atlete ma che siano anche belle, prorompenti, sexy. Non solo atlete ma donne-immagine.
Intervista di Marìka Surace