crisi economica

Nelle Marche, alla scoperta dell’economia “soft”

soft_economy.jpg C'erano una volta alcuni (pochi) imprenditori che in anni non sospetti si misero a investire in un'idea a cui credevano fortemente, nonostante il mercato, tutt'intorno, andasse in un'altra direzione. Al cuore della loro idea era la convinzione che si dovesse insistere su produzioni di qualità, fortemente connotate da un'idea di sostenibilità ambientale, che risuonava come una vaga nebulosa tra la società di quei tempi ma che oggi è un marchio di successo, sinonimo di fatturati cospicui e produzioni che fanno il giro del mondo. Oggi tutto questo si chiama Soft Economy.

“La soft economy è l'economia della qualità, dove i valori della creatività, dell'innovazione, dell'interpretazione delle nuove domande del mercato danno luogo a beni e prodotti che, per essere belli e funzionali, presuppongono un'attenzione all'ambiente”, con queste parole il concetto è descritto e riassunto da Fabio Renzi, segretario generale della Fondazione Symbola, presieduta da Ermete Realacci e nata per promuovere un modello di sviluppo in cui si fondono tradizione, vocazioni originarie, territorio, ma anche innovazione tecnologica, ricerca, design.

Non stiamo parlando solamente di attività direttamente connesse con settori ambientali, come possono essere le rinnovabili o i nuovi materiali per la bio-edilizia o le bioplastiche, ma di “settori manufatturieri tradizionali che incorporano una sfida ambientale, con processi produttivi che prestano attenzione all'ambiente ma anche a valorizzare il capitale umano, quindi i diritti dei lavoratori, la formazione e la crescita professionale della forza lavoro”, spiega Renzi.

Il seminario annuale di Symbola si è svolto quest'anno a Monterubbiano, un paesino sulle colline della provincia di Fermo, nel sud delle Marche. La scelta non è casuale, perché le Marche sono una realtà ricca di piccole e medie imprese che incarnano i valori della soft economy e ne rappresentano il volto del successo, soprattutto per il volume di esportazioni che, partendo da questa regione, porta marchi italiani sui mercati esteri.
Proprio a Monterubbiano, ad esempio, è nata la Faam di Federico Vitali. “Quando quarant'anni fa Vitali diede vita alla Faam iniziando la produzione di veicoli elettrici e batterie ad alta efficienza – racconta Fabio Renzi – non si parlava né di sostenibilità né di green economy; Vitali ha avuto una intuizione del futuro; molti allora gli avranno dato del pazzo, ma le cose gli hanno dato ragione. Non mi riferisco solo al successo d'impresa, ma anche al fatto che ora i mercati stanno andando in quella direzione che allora solo in pochi hanno immaginato in maniera così convinta da essere descritti oggi come esempi positivi e da imitare”.
Imprenditori che in tempi non sospetti hanno puntato su produzioni innovative, hanno seguito una convinzione e una intuizione che oggi dà loro ragione. “Lo stesso si può dire – continua Renzi – degli agricoltori che hanno puntato sulle colture biologiche quando queste sembravano solamente una scelta ideologica senza futuro e coloro che scelsero di puntare sul vino di qualità quando non sembrava conveniente”.

“Oggi tutto questo è una prospettiva concreta di mercato e anche una opportunità economica sotto gli occhi di tutti – conclude Renzi – è chiaro che molti imprenditori guardano alla green economy tenendo gli occhi ben fissi sul profitto. Ma va bene, l'importante è che si capisca che non stiamo parlando di un settore industriale, né di un settore produttivo, ma di una missione dell'economia completamente diversa rispetto a quella che fino ad oggi è stata predominante”.

Immaginer tratta dall'album Flickr di ellenm1



La crisi si batte con la Green Economy

Immagine tratta dalla copertina del libro La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondoIn genere viene considerata come un orizzonte da raggiungere, un futuro lontano su cui sperare. Ma è molto di più: innanzitutto è una realtà concreta che prende piede anche in Italia (nonostante tutto) e affonda le sue radici nella Terra, in processi produttivi concreti. Esattamente l'opposto di quello che accade con le speculazioni finanziarie.

La Green Economy è esattamente l'antibolla”, spiega Antonio Cianciullo, esperto di questioni ambientali, inviato di Repubblica (per il quale tiene anche il blog Eco-logica) e autore di molti libri, l'ultimo dei quali” è scritto a quattro mani con Gianni Silvestrini e si intitola La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo (Edizioni Ambiente).
“Le bolle nascono quando il virtuale domina sul reale. La green economy è esattamente il contrario, è un processo di ritorno alla terra e alle grandezze fondamentali che dovrebbero da sempre riguardare l'economia; è la risposta alle contraddizioni di un sistema energetico e produttivo che finora ha puntato molto su risorse limitate e in progressivo esaurimento; la green economy, infatti, guarda a risorse illimitate e contribuisce a riallineare l'economia con le radici degli ecosistemi”.

C'è qualcosa che suona utopico in queste parole, qualcosa che fa pensare a un mondo bello e impossibile, lontano. Ma, dati alla mano, la verità sembra diversa e l'economia verde, come sottolinea Cianciullo “è una caratteristica comune alle economie che si sono mosse meglio negli ultimi anni, tanto che i risultati migliori sul mercato coincidono con i paesi che hanno investito di più nel campo della green economy”.
La prova sfogliando il libro, dove un grafico ci parla dei pacchetti di stimolo alle rinnovabili in sistemi economici di diversi paesi: in Cina il 37,8% delle risorse è destinato a far crescere la green economy, in Corea del Sud l'80,5%, Usa 11,5%, Giappone 9,6%, Germania 13,2, fino all'Italia che fa registrare un deludente 1,3%.

Da noi si investe poco in innovazione e ricerca mentre l'appoggio pubblico allo sviluppo verde si fa sentire in maniera troppo intermittente: “Siamo un paese che con una mano dà incentivi, a volte molto alti, alle rinnovabili ma con l'altra mano lascia continuamente pendere la mannaia del possibile stacco della spina pubblica”, dice Cianciullo e continua spiegando che, nonostante il ritardo dei pochi investimenti pubblici e nonostante il settore italiano delle rinnovabili importi molta tecnologia, nel nostro paese si sono sviluppate delle imprese che dimostrano un grande potenziale di crescita e la quota di produzione interna sta lentamente crescendo.

Ma l'incertezza non aiuta, nonostante il momento storico sembra favorevole a spingere sull'acceleratore dell'energia pulita: le tre crisi (economica, petrolifera e climatica), scrivono Cianciullo e Silvestrini nel loro libro, creano domande le cui risposte stanno in sistemi economici fondati sull'energia pulita. Nei mercati dove la green economy può godere di alcune certezze, come ad esempio in Germania, il settore delle rinnovabili è cresciuto fino a valere, oggi, 300mila posti di lavoro e si calcola che da qui a dieci anni superi il fatturato del settore dell'auto, ricorda Cianciullo prima di concludere: “Laddove c'è visione e capacità di progettare il futuro, la green economy si presenta come una possibilità di crescita per l'occupazione e per il paese intero, una crescita che non riguarda solo il calcolo della produttività dei settori economici ma che ha anche il pregio di non pesare dal punto di vista ambientale”.

L'immagine di questo articolo è tratta dalla copertina del libro La corsa alla Green Economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo (Edizioni Ambiente)