
”Ombre di guerra” è una mostra fotografica che raccoglie 84 fotografie dai principali conflitti nel mondo per dire basta al dramma della guerra. Presentata da Science for Peace, la mostra è aperta dal 20 novembre fino al 10 gennaio 2010, presso lo Rotonda di Via Besana a Milano. Il curatore, Denis Curti, interviene su avoicomunicare per raccontarci il significato e gli scopi della “fotografia di guerra”.
Davanti a fotografie che mostrano il dolore, la sofferenza e l’orrore della guerra, alcuni critici scambiano l’urgenza di informare e creare consapevolezza con pornografia, indifferenza o ipocrisia. E’ come se l’abbondanza di immagini tragiche e la pervasività della loro diffusione sui media anestetizzassero progressivamente i propri spettatori rispetto all’orrore che raccontano.
Queste accuse rivolte alla fotografia documentaria, in realtà, rivelano qualcosa di semplice e al tempo stesso pericoloso: il desiderio di non guardare le ferite del mondo.
Al contrario i fotografi di guerra si trasferiscono sul campo dei conflitti di tutto il pianeta e, anziché voltare la testa dall’altra parte, puntano l’obiettivo verso ciò che noi tutti dobbiamo vedere e sapere. La loro grandezza si misura in questa presenza che sostituisce quella di tutti noi e ci consente di osservare e giudicare dall’ambiente protetto delle nostre case la violenza che ogni giorno sconvolge la terra che abitiamo.
Durante l’invasione di Praga da parte degli eserciti del Patto di Varsavia nel 1968, Josef Koudelka si trova nella sua città. Ha la macchina fotografica, scende in strada e scatta. Scatta con la rabbia di un uomo libero, testimone di un sopruso insopportabile. Scatta da partecipante attivo ai fatti che ferma sulla pellicola. Come lui si spingono in prima linea moltissimi reporter, la cui nobiltà trova il proprio fondamento esattamente nella partecipazione diretta alle vicende che riportano (Robert Capa sosteneva che “se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino”), nella volontà di andare in fondo a un fatto giornalistico, nella scelta sempre consapevole di premere il pulsante di scatto, testimoniare, denunciare.

Fotografare la guerra, s’è detto, significa parteciparvi, ma questo non significa soltanto camminare al fianco delle truppe, poiché talvolta una fotografia può sortire lo stesso effetto di un proiettile. Premere il pulsante di scatto, allora, può diventare difficile quanto esplodere un colpo di fucile. Ma in guerra ogni azione si compie in fretta, così in pochi istanti il fotografo si trova a dover prendere complicate decisioni che riguardano la cronaca, la rappresentazione, la propria sicurezza, l’etica. Nel 1968 Eddie Adams scatta in Vietnam la sua famosa fotografia intitolata “General Nguyen Ngoc Loan executing a Viet Cong prisoner in Saigon”. Queste immagine fa rapidamente il giro del mondo, vincendo il Premio Pulitzer e il World Press Photo pur suscitando l’indignazione di una parte dell’opinione pubblica. Il fatto che questa fotografia sia diventata tanto celebre rappresenta una sorta di condanna per lo stesso fotografo, il quale ha addirittura dichiarato di sentirsi responsabile dell’accaduto per una certa misura: è come se il fatto di essere presente sul posto con una macchina fotografica avesse giustificato, o addirittura indotto, il comportamento omicida del soldato. “Il generale ha ucciso il Viet Cong; io ho ucciso il generale con la mia macchina fotografica”, dichiara Eddie Adams.
Mostrandoci un mondo inospitale, i fotografi ci costringono a rivedere i fondamenti della nostra società, a immaginare alternative e soluzioni.
Le fotografie costituiscono pertanto un punto di partenza per una riflessione di tipo etico, come ben spiega Cornell Capa: “le immagini, al loro massimo di passione e verità, possiedono lo stesso potere delle parole. Se non possono apportare cambiamenti, possono almeno fornire uno specchio non distorto delle azioni umane e quindi dare una forma alla consapevolezza e risvegliare le coscienze”. Ma di quale verità ci sta parlando Cornell Capa? Non certo della semplice corrispondenza fra la realtà che si è trovata di fronte all’obiettivo e ciò che la sua immagine riproduce, poiché sappiamo che nessuna verità di questo tipo è concessa in fotografia, bensì esprime la capacità di questo strumento di offrire al proprio pubblico una grande quantità di dettagli e calarlo nel mezzo dello scenario rappresentato. Proprio un episodio della vita professionale del fratello di Cornell, il celebre Robert Capa, consente di approfondire il tema del rapporto che intercorre fra un’immagine fotografica e il proprio soggetto.
La mattina del 6 agosto 1944, Robert Capa documenta lo sbarco in Normandia prima di svenire per la tensione. Un tecnico di camera oscura, per l’emozione e la fretta, sbaglia temperatura e rovina per sempre l’emulsione. Dei centosei fotogrammi scattati se ne salvano soltanto undici, mossi e sgranati. Life pubblica le immagini definendole “leggermente fuori fuoco” e attribuendo la causa di questo difetto alla paura che avrebbe fatto tremare la mano del
fotografo. Un banale errore tecnico ha finito per acquisire un importante valore semantico, traccia inequivocabile di una documentazione autenticamente partecipata. La fotografia, dunque, costituisce l’interpretazione di un evento attraverso la propria grammatica, e ciò che la rende unica è esattamente il fatto di costituire ogni volta il punto d’incontro fra il visibile e un suo specifico osservatore.

La fotografia di guerra, è un modo per parlare di civiltà attraverso la sua negazione. Per questo motivo ad essa si è sempre attribuito, al fianco dello scopo di divulgazione giornalistica, anche un ideale riformativo. Una fotografia può costituire il primo tassello di un cambiamento, la scintilla di un rivolgimento civile, oppure può essere utilizzata come prova fondamentale per stabilire il corso degli eventi e determinare gli assetti del dopoguerra. Questo è accaduto nel caso delle immagini di Ron Haviv, uno fra i primi fotogiornalisti a documentare la Guerra Civile in Bosnia. Durante la sua permanenza in quei territori viene rapito, accusato di essere una spia, interrogato e picchiato per tre giorni, per poi essere rilasciato grazie all’intercessione dei diplomatici occidentali. Le fotografie che riesce a scattare in quei momenti vengono in seguito acquisite come prove dal Tribunale dell’Aja nel processo contro Slobodan Milosevic.
Come fa con ogni suo soggetto, la fotografia è un fondamentale supporto per tenere a memoria i fatti della guerra. La fotografia deve servire come monito per evitare il ripetersi di errori sempre uguali, immani tragedie che trascinano alla morte migliaia, milioni di persone. Agli obiettivi di breve e medio termine (documentare l’attualità e sensibilizzare l’opinione pubblica al fine di produrre un effetto tangibile sugli eventi) si aggiunge il proposito di rimanere nella storia della rappresentazione per poter migliorare quella degli uomini.
Al culmine di questo processo, vi sono alcune immagini di guerra divenute icone e per questo capaci di mettere in moto una riflessione universale e non più riferita ai singoli fatti documentati. La celebre fotografia ripresa da Stuart Franklin in Piazza Tienanmen nel 1989 riceve il premio del World Press Photo e diventa un vero proprio simbolo di resistenza civile. L’incredibile semplicità del gesto dello sconosciuto ragazzo che da solo fronteggia la violenza del potere con in mano due buste della spesa e niente più, diventa uno di quei simboli che fanno tirare un respiro di speranza al polmone dell’umanità. Nel 1998 la rivista Time includerà “Il rivoltoso sconosciuto” fra “Le persone che più hanno influenzato il XX secolo”.
Come scrive Susan Sontag, “una fotografia non può costringere. Non può svolgere il lavoro morale al posto nostro. Ma ci può mettere sulla buona strada”.
Denis Curti