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Giornata dei Diritti dei Migranti: una festa di tutti!

migrantiTredici anni fa alcune organizzazioni cominciavano a festeggiare il 18 dicembre come Giornata Mondiale per i Diritti dei Migranti. Un momento per ricordare, riflettere e informarsi su come vengano considerati i Diritti di rifugiati e immigrati in tutto il mondo.

Quella della Giornata Mondiale per i Diritti dei Migranti è la storia di una ricorrenza che nasce dal basso. Furono infatti alcune organizzazioni e associazioni filippine e asiatiche a "inventare" la festa e poi a portare avanti la propria battaglia perchè questa fosse celebrata e riconosciuta dalle Nazioni Unite. Il 18 dicembre del 1990 infatti veniva aottata dalle Nazioni Unite la Convenzione Internazionale sulla protezione dei diritti per tutti i Migranti e le loro famiglie, un documento importante che getta le basi per la parità dei diritti umani e lavorativi di migranti di ogni genere.

Un lavoro retribuito, la possibilità di godere di ferie e pensioni, ma soprattutto il diritto di essere riconosciuti come uomini e donne invece che numeri e statistiche dell'economia globale. Temi in discussione ancora oggi, se è vero che solo pochi giorni fa il Parlamento Europeo ha approvato una nuova direttiva (il cosiddetto "permesso unico") che renda possibile unire permesso di soggiorno e di lavoro e conformare le condizioni salariali e lavorative dei migranti con quelle degli autoctoni in qualunque Stato Membro.

L'occasione di oggi è ancora più importante se si pensa a una parola, "tutti", utilizzata proprio nel titolo della convenzione. Di chi si parla quando si indicano tutti i lavoratori migranti? Il documento è chiaro: migranti e rifugiati da paesi lontani, ma anche frontalieri, che in nord Italia sono numerosissimi; clandestini sbarcati dopo aver affrontato il mare, ma anche studenti che decidono di uscire dai confini del proprio paese per lavorare altrove; insomma un migrante è chiunque vada a vivere o lavorare altrove rispetto allo stato dove è nato, indipendentemente da condizioni e motivi dell'uscita.

Per questo auguriamo a tutti voi un buon 18 dicembre, e vorremmo che voi lo auguraste a tutti quelli che conoscete, perchè mai come in questa occasione i diritti di uno sono quelli di tutti, senza bandiere convinzioni o confini, e negare a qualcuno diritti del genere significa rinunciarvi per primi, e nessuno sarebbe disposto a rinunciare all'equità e alla giustizia sul proprio posto di lavoro o a essere tutelati insieme ai propri familiari per qualche astratta convinzione politica o ideologica, giusto?

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Identità del fanciullo, un diritto che non vale per tutti

giornata diritti infanziaL'italia e la Giornata Nazionale dei Diritti dell'Infanzia.

Il 20 novembre è una giornata importante, una delle più importanti ricorrenze internazionali della storia dei diritti umani. In questo giorno nel 1989 infatti l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottava la Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia. Il documento è in assoluto quello più ratificato dagli Stati Membri e ad oggi possiede valore legale in 193 nazioni, con la sola esclusione della Somalia e degli Stati Uniti. 

Quali sono però i punti fondamentali della dichiarazione? Come ci si può immaginare il primo e più importante è naturalmente quello del rispetto della dignità umana e dei diritti di uguaglianza e di qualità base della vita, ma il secondo punto potrebbe sorprendere più di un lettore. Il concetto che viene espresso è infatti quello dell'identità del fanciullo e della libertà e del rispetto della stessa, che deve essere garantita dallo Stato, qualunque essa sia. Ogni minore deve essere rispettato come individuo, e deve poter vivere il proprio patrimonio culturale, religioso ed etnico libero da discriminazioni di razza, sesso, opinione politica, condizione sociale o economica.

Insomma, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconosce come condizione fondamentale e presupposto la libertà di mantenere la propria identità e di valorizzare il proprio patrimonio culturale. L'identità è un concetto che nella Dichiarazione viene menzionato spesso, legandosi naturalmente a quello della cittadinanza. Ogni essere umano ha infatti diritto alla cittadinanza, che gli viene concessa alla nascita; gli Stati Membri devono essere in grado di garantire questo diritto ed evitare che il fanciullo si ritrovi nella condizione di apolide, cioè privo di una cittadinanza e di una nazione di origine.

Oggi, 22 anni dopo quanto stabilito dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è legge in tanti Stati, tra cui l'Italia, e tuttavia la strada per il pieno rispetto delle norme è ancora lontana, e in particolare alla luce delle questioni sollevate recentemente da nomi eccellenti della politica, diventa importante riuscire a trovare un modo per rispettare pienamente quanto richiesto nella carta sul tema dell'identità e della cittadinanza.

Oggi in Italia capita che un minore figlio di stranieri assuma la cittadinanza dei genitori, nonostante spesso questi vengano da un paese che il bambino potrebbe non conoscere mai e che non è quello dove si troverà a crescere e vivere. Capita anche che genitori stranieri entrati in Italia clandestinamente vengano rimpatriati anche se i figli ancora frequentano la scuola, secondo quanto recita il Testo Unico sull'Immigrazione, per cui un clandestino può rimanere nel paese solo "gravi motivi connessi allo sviluppo psico-fisico del minore, determinati da una situazione d'emergenza". Situazioni che però non prevedono il fatto che il fanciullo stia andando a scuola in Italia, evento che rientra in quelli "che possiedono una tendenziale stabilità". 

Il viaggio da fare è lungo, prima che la Dichiarazione trovi vero rispetto e piena applicazione per tutti bambini ancora stranieri nel proprio paese, ma per fortuna possiamo dire che dal 1989 tanto è già stato fatto, e in questo momento tante voci autorevoli si sono levate per proteggere una classe di deboli tra i deboli, e ne siamo bene felici. Oggi, 20 novembre 2011 la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Infanzia compie 22 anni: tanti auguri!



Se l'ambiente è un diritto: ecco l'eco-avvocato


Chi sono e quale lavoro svolgono gli avvocati green. Dai Navigli a Milano all'inquinamento atmosferico, dalle centrali elettriche alla green economy, uno sterminato ambito di possibilità lavorative. I suggerimenti dell'ecoavvocato Vincenzo Solenne su come inventare una nuova professione attenta alla sostenibilità ambientale e dei diritti.



Acqua pubblica o privata?

acqua referendum privatizzaizoneDell'acqua bisognerebbe parlarne di più. Ci vorrebbe molta informazione in più di quella che riesce a passare sui giornali, in tv, anche sull'internet. Innazitutto è un bene indispensabile che utilizziamo ogni giorno e intorno al quale si muove un complesso sistema di leggi e di denaro. Poi ci sarà il referendum, e nonostante questo non è che se ne parli un granché.
E poi è una questione assai complicata, se si vuole prendere posizione ed esprimere una decisione, bisognerà pur capire, almeno un poco, che cosa c'è dietro tutta la questione dell'acqua. E allora siamo andati da un esperto come Antonio Massarutto, e gli abbiamo chiesto di aiutarci a fare un po' di chiarezza. Sul quesito del referendum, ma soprattutto su quello che si nasconde dietro la gestione dei servizi idrici.
 
“Non parliamo dell'acqua – spiega Massarutto – ma dei tubi”. Parliamo di acquedotti, condotte, fogne, tutto quello che serve per la gestione dell'acqua, parliamo dei servizi idrici e della loro gestione, tema affrontato nel libro Privati dell'acqua? Tra bene comune e mercato (Mulino). “Ci siamo dimenticati che l'acqua è anche un dovere”, spiega il professore. “Il nostro sistema idrico  è ben al di sotto degli standard che un paese come l'Italia si aspetta dai suoi servizi pubblici. Servono  investimenti che non sono poi così enormi. Oggi noi spendiamo per l'acqua circa 90 euro l'anno pro capite, quando avremo messo a regime tutti gli impianti, questi novanta euro potranno aumentare, poniamo l'ipotesi che raddoppino e che arrivino a 200 euro pro capite, si tratta di dieci euro al mese, cifre che davvero non possono spaventare l'ottava potenza economica al mondo. Bisognerà capire come distribuire queste spese tra i cittadini, perché ovviamente non tutti devono pagare allo stesso modo. Ma stiamo parlando di una cifra che è meno di quanto l'italiano medio paga per l'acqua minerale”.
 
Il fatto però è, ed è anche al centro del dibattito sul referendum, chi debba fare questi investimenti. Insomma, il pubblico o il privato? “Quello che ci serve – spiega Massarutto – è un bravo idraulico, possiamo scegliere se assumerne uno direttamente noi, e quindi affidarci a un servizio pubblico, ossia erogato da un'azienda la cui proprietà sia di un ente pubblico; oppure possiamo decidere di affidarci a un professionista provato a cui chiedo di soddisfare determinate esigenze e standard del servizio. Se ci mettiamo in questa prospettiva forse riusciamo a far perdere valenza simbolica alla questione della privatizzazione”. Che, spiega il professore nei suoi libri e nei suoi articoli, non implica il metter fine all'universalizzazione di un bene comune il cui accesso è un diritto inalienabile per tutti. È possibile, dice, coinvolgere i privati senza che l'acqua diventi dei privati. “Il fatto è che la gestione dei servizi idrici richiede di mobilitare risorse per fare gli investimenti, questi  non possono venire che dal mercato finanziario e quindi vanno restituiti e remunerati. È una cosa che vale qualunque sia il gestore, pubblico o privato”. 
 
Ma la battaglia del referendum è tutta qui. Pubblico contro privato. Diritto contro profitto. “Nel referendum – dice Massarutto – bisogna distinguere il significato tecnico dal significato politico. I quesiti referendari devono necessariamente proporre l'abrogazione di una norma e di una parte del suo testo. La campagna di comunicazione però acquisisce una valenza più ampia del testo che mira ad abrogare. Quindi si dice che si vota contro la privatizzazione dell'acqua pubblica, ma invece ci si esprimerà su una norma che obbliga i comuni a mettere in gara i servizi pubblici locali in un certo modo”. 

Proviamo a capire qualcosa di più. Prima del decreto Ronchi, oggetto del referendum, la legge offriva agli amministratori due possibilità: la gestione diretta un'azienda pubblica, oppure il coinvolgimento di un privato facendo una gara. La nuova legge dice in sostanza che il comune deve in ogni caso fare la gara, “ma a questa – specifica il professore – può partecipare anche l'azienda pubblica ed è l'amministrazione a scegliere il vincitore. Quando il comune ha un'azienda pubblica che opera da diverso tempo, questa ha quindi una posizione di vantaggio per esperienza, per conoscenza del territorio e di particolari operativi che riguardano quel particolare servizio. Dove c'è una buona azienda pubblica sarà questa a vincere la gara”.
Inoltre non è detto che il servizio idrico vada sempre e comunque sottoposto a gara. Questa, infatti si può evitare se l'amministrazione dimostra che l'azienda pubblica è efficiente, non ha conti in dissesto, fornisce i servizi nel modo in cui sono stati richiesti, ha costi paragonabili o inferiori agli altri, reinveste gli utili. In altre parole la gara si può evitare se si riesce a dimostrare che non porta alcun beneficio alla gestione del servizio. E ci sono anche altre circostanze in cui la legge prevede la possibilità per cui la società pubblica (o partecipata) può mantenere il servizio: “Se l'amministrazione pubblica vuole mantenere l'esistente – spiega Massarutto – può farlo purché faccia entrare nella proprietà un partner capace di rafforzare la società esistente sia dal punto di vista finanziario che industriale.
Molti pensano che privatizzare significhi regalare a un privato le chiavi di accesso a un bene essenziale in modo che questo ci possa lucrare sopra. Invece non è così, perché le caratteristiche del servizio sono decisi dal soggetto pubblico, gli investimenti da fare sono decisi dal pubblico. Solo che alla fine c'è una equazione contabile che va rispettata: ricavi meno costi uguale zero. Se non si rispetta questa equazione l'azienda fallisce, sia essa pubblica o privata”.
 
 


La giornata mondiale contro l'omofobia

Giornata contro l'omofobiaIl famosissimo videogioco The Sims fa scandalo, secondo un politico italiano, perché rende possibili famiglie omosessuali. Idem per la pubblicità di un grande magazzino svedese diffuso in tutto il mondo: due ragazzi che si tengono per mano offenderebbero la Costituzione. Poi c'è il comico genovese prestato alla politica che tra il serio e il faceto dà del buson a un politico dichiaratamente gay.

Basterebbero gli ultimi giorni di cronache italiane per certificare senza fatica quanto ancora sia diffusa la discriminazione nei confronti dei gay, delle lesbiche e dei transessuali nelle nostre società. Una diffidenza individuale che molto, troppo spesso si trasforma in violenza alla quale la collettività non sa rispondere a sufficienza.

Ma di cosa parliamo in concreto quando parliamo di “omofobia”? Nel suo libro Viva la neve (Mondadori) la giornalista Delia Vaccarello la descrive così: «Non è solo l’idiosincrasia del singolo verso l’omosessuale, come la parola “fobia” lascerebbe intendere, ma è un raptus spesso sorretto da una collettività. È l’avversione di un individuo che aggredisce insieme agli altri oppure da solo ma nella convinzione di avere dalla sua molti a dargli ragione. Divide le persone che amano in “normali” e “deviate”. Somiglia molto al razzismo, ma non punta il dito contro il colore della pelle, bensì contro il sentimento».

Nata nel due anni prima, dal 2007, il 17 maggio è divenuta ufficialmente la Giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia (o IDAHO, acronimo di International Day Against Homophobia and Transfobia), promossa dall'Unione europea proprio per combattere un sentimento che striscia spesso sotterraneo e incontrollato e per celebrare la rimozione, avvenuta in quella data nel 1990, dell'omosessualità dalla lista delle malattie mentali pubblicata dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Sono numerose le manifestazioni che in tutta Italia si svolgono in questi giorni. Anche a livello ufficiale e istituzionale. In coincidenza con l'inizio imminente, il 23 maggio, del dibattito alla Camera sulla legge contro l'omofobia a Montecitorio, presso la Sala del Mappamondo, si celebra la ricorrenza con il Presidente Gianfranco Fini e gli interventi della ministra Carfagna e della deputata Anna Paola Concia. L'evento è trasmesso dalla webtv della Camera.



Velo, Maricica e nucleare. La nostra top list del 2010

In vista del fine anno non ci sottraiamo neanche noi a stendere la classifica del meglio (o di quello che avete più apprezzato) su Avoicomunicare.

Cronaca e scenari futuri. Il caso di Yara e il successo del film su Facebook, il dibattito infuocato attorno al futuro nucleare per l'Italia e Don Ciotti che accusa sul disastro dei rifiuti in Campania, velo sì o velo no e l'uso del corpo delle donne in tv.
Insomma, abbiamo cercato di prendere il futuro per le corna. Speriamo di eserci riusciti, almeno in parte.
Buon anno da tutti noi.

CULTURA E INTEGRAZIONE

  1. Brembate, quando la xenofobia è più forte della verità
  2. Italiana col velo, il mio 2 giugno (video)
  3. Perché The Social Network è un capolavoro che ci parla del futuro
  4. Se Maricica fosse stata italiana?
  5. La vittoria della Schiavone e le sexy-atlete (video)

AMBIENTE E SOSTENIBILITA'

  1. "Sui rifiuti di Terzigno è la politica che ha fallito" (video)
  2. Veronesi: il nucleare può salvare l'Italia (video)
  3. Sul nucleare Veronesi sbaglia (video)
  4. Il Manifesto del film che nasce sul web
  5. Jacopo Fo: "Ecco la casa del futuro" (video)

Ci piace anche ricordare la nostra intervista a Don Ciotti su Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, eroe della buona politica e dlel'ambientalismo ucciso dalla camorra.



Il racial profiling che fa arrabbiare Shakira

Shakira - Foto di IrenegodinezUn uomo attraversa con il suo camion l’autostrada che porta a Phoenix, capitale federale dell’Arizona. Due agenti lo fermano e gli chiedono i documenti. Abdon, questo il nome del camionista, mostra la patente e il numero di sicurezza sociale. Ma a quanto pare non basta. I due agenti vogliono vedere il certificato di nascita che dimostri che Abdon è nato negli Stati Uniti. Peccato che siano poche le persone a portarsi dietro un documento del genere, e Abdon non fa eccezione. Il risultato? L’uomo viene fatto scendere dal suo camion e portato immediatamente negli uffici dell'Immigration and Customs Enforcement di Phoenix per accertamenti. Sia lui che sua moglie sono nati in terra americana, ma la pelle scura è bastata come presupposto per essere trattenuto e trattato come un criminale. Un tipico caso di racial profiling, che da circa una settimana è una procedura standard nello stato del senatore McCain. La legge federale SB 1070 approvata a Phoenix dalla governatrice Jan Brewer sta facendo discutere l’America e non solo. Si tratta di un provvedimento fortemente voluto dall’estrema destra repubblicana, la stessa che sta sfruttando la presunta minaccia di invasione da parte di immigrati ispanici e la profonda crisi economica. Negli Stati Uniti di Barack Obama, il presidente che ha promesso al suo insediamento che una delle sue priorità sarebbe stato il problema dell’immigrazione clandestina, la prima risposta concreta arriva da uno stato del sud non certamente noto per la sua apertura ai valori democratici. La legge prevede, tra l’altro, che verrà considerato illegale per un immigrato regolare lavorare o cercare un lavoro in Arizona. Oltre a poter procedere all’arresto immediato di chi non possa provare di essere cittadino americano com’è successo al malcapitato Abdon, le autorità di polizia potranno fare lo stesso con chi dia modo di “dubitare ragionevolmente” riguardo al proprio status. In poche parole perquisizioni e arresti per tutti coloro che abbiano un aspetto straniero. Le organizzazioni latine presenti sul territorio americano, tra cui il National Council of La Raza, hanno già espresso il loro forte dissenso nei confronti dell’introduzione del reato di clandestinità. Gli attivisti per i diritti civili si sono rivolti anche alla Major League di Baseball, chiedendo di boicottare la All Star Game che nel 2011 si dovrebbe giocare proprio a Phoenix. Anche perché il 27,7% dei giocatori della Major League sono nati fuori dai confini degli Stati Uniti. Nemmeno il basket è rimasto a guardare. E già da stasera gli Arizona Suns, la squadra di Phoenix, in campo contro i San Antonio Spurs indosseranno una divisa con su scritto Los Suns. Per decisione della stessa società sportiva. Anche le celebrità hanno fatto sentire la loro voce di dissenso. Shakira, la pluripremiata cantante di origine colombiana, ha lanciato una campagna mediatica contro la legge, affermando: “Se adesso mi trovassi a Phoenix potrei essere arrestata semplicemente per via del colore della mia pelle e perché non ho con me i documenti, nemmeno la patente. E’ assurdo”. E Hillary Clinton ha detto durante un’intervista a NBC che una legge su un argomento così delicato dovrebbe essere opera del governo federale e non dei singoli stati. In attesa che sia proprio lo stesso governo federale a decidere di sospendere la legge dell’Arizona e varare un testo legislativo sull’immigrazione che valga per tutti gli Stati Uniti. Ma se il mondo intero discute e si indigna su questo provvedimento, come mai in Italia la cosa ci sembra alquanto familiare? Forse è perché una legge così nel nostro paese esiste già. Infatti il reato di clandestinità in Italia è stato introdotto con il decreto legge sulla sicurezza approvato dal Governo nel maggio scorso e in vigore dall’8 agosto. Tra le norme, appunto, quella in cui si prevede che chi entra o soggiorna in maniera illegale in Italia commette il reato di immigrazione clandestina e rischia un’ammenda da 5 mila a 10 mila euro. Poche le proteste seguite alla norma. Forse perché da noi è scontato che il cittadino di colore diverso non è sicuramente “dei nostri”. Concetto superato in una società multietnica come quella statunitense. Di sicuro c’è che potremo almeno affermare che, per una volta, abbiamo anticipato gli americani.

Marìka Surace

Foto di Irenegodinez