"Muori sporco negro, hai rubato l'incasso". L'assassinio di Abdul è cronaca dura dei nostri giorni. È accaduto a Milano, è mostruoso. Certo non rappresenta l’essere degli italiani, ma quando diciamo che è un caso limite una voce interiore ci interroga per accertarsi che non stiamo cercando di consolarci. Altri maledetti episodi raggiungono le cronache: ghanese picchiato dai vigili, “Emmanuel negro”, inchieste e polemiche a Parma. E poi l’inferno di Castelvolturno, cinque neri massacrati da criminali locali.
Ma anche a leggere le pagine di una bellissima inchiesta di Riccardo Staglianò e Raffaele Oriani sui cinesi («I cinesi non muoiono mai», Chiarelettere) vien fuori che fioriscono gli stereotipi e le leggende metropolitane anche sui «musi gialli». E poi i giovani italiani musulmani raccontano sul web che il mese del ramadan è stato quest’anno pieno di tensione e di brutti episodi, insulti, muri imbrattati.
E ancora: da che pianeta vengono questi tifosi che accompagnano la nazionale di calcio recitando la parte dei nazi e dei fasci?
Sono convinto che nessun popolo sia per vocazione razzista e altrettanto che nessun popolo sia fatto di angeli dell’accoglienza. I comportamenti peggiori e migliori sono conseguenza anche di situazioni di fatto, di politiche sbagliate, estreme, scriteriate.
E tuttavia, come dice un grande filosofo canadese contemporaneo, Charles Taylor, «ognuno ha i suoi selvaggi da tenere a freno». Mi chiedo: ma chi sono i nostri «selvaggi»? da dove vengono, chi li ha nutriti? Voi ne conoscete? Aiutiamoci a capire quel che succede.
Ci stiamo sbagliando? O sta diventando davvero difficile, nell’Italia di oggi, essere diversi, di diverso colore, diversa lingua, diversa fede?
Esistono valori che, consentendo la convivenza pacifica delle diversità, sono comuni ad ognuno, senza distinzione di razza, sesso, religione, etnia.
Quali sono quelli che tutti noi non possiamo fare a meno di riconoscere?