Parità quando donne incompetenti saranno al potere
In occasione dei festeggiamenti del 150º anniversario dell'Unità d'Italia, Telecom Italia, in collaborazione con la Scuola Holden di Torino ha organizzato un ciclo di incontri dedicati al futuro del Paese, le Italian Sessions.
Appuntamenti durante i quali narratori e imprenditori, filosofi e scienziati, artisti e giornalisti, si sono avvicendati sul palcoscenico di Stazione Futuro all’interno delle Officine Grandi Riparazioni per proiettare la loro opinione sul remaking del Paese.
L'ultimo appuntamento è del 17 novembre 2011, dedicato interamente alle donne.
Inizia con l'intervento di Luciana Littizzetto l'ultima serata di Italian Session con una riflessione: la parità arriverà quando ci saranno donne incapaci a ricoprire ruoli importanti, perché la vera differenza sta proprio nel fatto che al giorno d'oggi, quando viene chiamata una donna, è sicuramente perché è molto brava. Se si tratta di un uomo, questo può essere anche un incompetente.
"D'altra parte una caratteristica delle donne è quella di essere toste, caparbie, tenaci" afferma la Littizzetto "perché non importa solo essere capaci, ma avere anche il carattere per provarci. Non perché donne ma perché testone, se vogliamo fare qualcosa e lo vogliamo profondamente, lo possiamo fare, e l'essere donna non è e non deve essere un limite. E bisogna sempre coltivare i desideri perché i desideri danno la vita, la voglia di muoversi, indipendentemente dall'essere uomini o donne."
Fra una battuta di spirito e un'affermazione pungente la Littizzetto ha colto anche l'occasione per presentare Casa Oz, una casa d'accoglienza destinata ai bambini ospedalizzati al Regina Margherita e alle loro famiglie. Al Regina Margherita, ospedale infantile di Torino, arrivano bambini da tutte le parti d'Italia e dall'estero e la Casa Oz, fondato da Enrica Baricco, è un aiuto pratico alle famiglie per superare momenti così complessi e di grande instabilità come la malattia del figlio. Sapere che c'è qualcuno a dare una mano e un po' di calore è fondamentale.
I genitori, nella maggior parte dei casi le mamme, possono usufruire dei servizi e di alcuni ambienti autogestiti che la casa mette a disposizione, fra cui doccia, lavanderia, stireria, cucina e stanza della quiete in cui poter riposare e distrarsi dalla vita di corsia.
Qual è quindi il futuro secondo la Littizzetto e secondo Italian Sessions, nell'ottica di un remaking dell'Italia? Il cervello. Pensare con la propria testa, inseguire i propri sogni, lavorare, sforzarsi di raggiungere i propri obiettivi, di fare ciò che ci muove lo stomaco, non importa che siamo uomini o donne.
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Foto: Flickr
Forse non è fashion come la sciarpetta elastica scaldacollo, portata da alcuni giocatori di calcio in campo e proibita recentemente dall'Ifab (International Football Association Board) perché potrebbe rivelarsi pericolosa. No, l'hijab non è certo lo snood, e qui non si tratta di Premier League, per cui saranno in pochi ad accorgersene e a dire che, forse, il divieto è un po' pretestuoso. Fatto sta che le ragazze della nazionale iraniana di calcio sono lì a piangere per la mancata qualificazione alle Olimpiadi 2012 di Londra, e tutto perché secondo la Fifa anche l'hijab, che le ragazze portano in campo senza avere evidenti problemi di gioco, sarebbe vietato e indossarlo porti dunque a una squalifica. Si arriva dunque alla partita con la Giordania, che serve da qualificazione per la competizione inglese, e la decisione è di annullare il match.
Tutto sarebbe partito da un'obiezione di un arbitro del Bahrain, ma ora la federazione calcio iraniana fa appello al direttore della Fifa Blatter, poiché pare che in altri casi la divisa delle giocatrici sia andata bene e sia stata approvata ufficialmente. Alcuni obiettano che i motivi dell'arbitro siano politici e religiosi, visto che i rapporti tra Iran e Baharein non sono tra i migliori, ma la verità è che esistono campionati, che noi non vediamo nemmeno sui canali satellitari, in cui le giocatrici indossano il velo senza averne troppi fastidi. Pensiamo alla FedCup, ad esempio, in cui le giocatrici dell'Iran erano scese in campo grazie a un velo che copriva i capelli e a una specie di tunica che non le intralciava. O alle ragazze che l'anno scorso, a Cortina, hanno giocato con le nostre italiane e sono scese in campo col velo, in un'atmosfera di assoluta sportività.
Pericolosità? Ci sembra più pericolosa la sciarpetta, in effetti. Per non parlare di certe imbracature e maschere varie che abbiamo visto sui campi nostrani. Pari condizioni? Le ragazze si allenano così, sono abituate a giocare così, dove sarebbe la disparità in campo? Non si tratta di una campagna per l'emancipazione delle donne iraniane, figuriamoci. In quello le ragazze iraniane sono già brave da sole. Ad Amman le atlete sono scese in campo con la divisa della Legea che le copre dalla testa ai piedi, e che ha permesso loro di giocare in altre occasioni. Le foto che stanno facendo il giro del mondo le ritraggono piangenti e addolorate, perché possiamo ben immaginare quanto conti, per loro, avere l'occasione di vivere un'esperienza internazionale come quella delle olimpiadi. Ora si aspetta che la federazione iraniana faccia ricorso, e che una decisione, coerente, venga presa. Perché qui la Fifa deve infatti stabilire anche come vediamo l'hijab: un'imposizione o un'appartenenza culturale? Le ragazze hanno o no la libertà di scendere in campo come pensano sia più consono al loro modo di essere (posto che ciò non offende nessuno né le avvantaggia o svantaggia in campo)?
Foto di IslamizationWatch
Il sondaggio di AVC: Quali pregiudizi contengono secondo te un fondo di verità?
Le possibilità che si realizzino le tre condizioni espresse nel titolo sono molto poche, ma se per caso dovesse succedere, non dite che non vi avevamo avvertito. Cosa significa questa frase? Beh, provate a immaginare alcuni dei pregiudizi più comuni sulle abilità di stare alla guida di un auto collegate al sesso, all’età o all’etnia della persona, e capirete bene di cosa parliamo. Certo, certo, noi siamo tutti personcine per bene, non ci lasciamo guidare dai pregiudizi e mai, quando facciamo una telefonata in un ufficio da Roma in giù senza ottenere risposta, ci verrebbe da esclamare: “Incredibile la poca voglia di lavorare dei meridionali!”. No, ovviamente.
La nostra è una società che predica la tolleranza e l’apertura mentale, e noi siamo cittadini che non si fanno infinocchiare da idee stereotipate e fatte apposta per mettere d’accordo le masse non pensanti. No, per carità. Infatti è molto poco probabile che, quando sentiamo al telegiornale di una rapina messa in atto da un giovane tunisino, seguita dalla notizia dell’ennesimo sbarco di clandestini sulle nostre spiagge, a noi venga in mente che “beh, in fondo tutti ‘sti clandestini finiscono tutti per essere delinquenti”. E sedute a un tavolo con le amiche, a fare l’aperitivo, quante volte abbiamo esclamato, senza pensare che quello fosse un pregiudizio, che “gli uomini pensano tutti solo al sesso”? Qualche esempio, è vero, ma quando si tratta di pensare in coro gli esempi sui luoghi comuni si sprecano. Dai pregiudizi, diciamo la verità, non si salva nessuno. Né in entrata né in uscita. Alcuni sono innocui, servono a far conversazione quando quest’ultima langue, ma certo non arricchiscono il pensiero e i ragionamenti di chi ne è, suo malgrado, cultore.
Sulla nostra pagina Facebook abbiamo dedicato proprio ai pregiudizi un sondaggio, e i risultati sono interessanti. Perché se è vero che la cosiddetta rabbia stradale se la prende con tutte le categorie di cui sopra, il posto d’onore, in classifica, tocca alla percezione della politica. Corrotti tutti, senza differenze. E non è bello che, in periodo elettorale, la gente vada a votare con quest’idea. Ovviamente sappiamo bene, e non è difficile crederlo, che la maggior parte dei pregiudizi sono e saranno basati sempre su ciò che è diverso. Razza (“i neri hanno senso del ritmo”, religione (“gli ebrei non sono di manica larga”), sesso. Ma, battute e innocenti percezioni a parte, non bisogna mai dimenticare che di pregiudizi si nutrono l’odio e l’intolleranza. Proprio sugli stranieri, poi, ci dovremmo soffermare. Noi italiani più degli altri. Ricordandoci quello che veniva scritto, cento anni fa, sugli zii d’America i cui nipoti, oggi, avranno sicuramente fatto successo, ma che quando sbarcavano negli Stati Uniti venivano descritti, in una lettera dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso, nell’ottobre 1912, in questo modo:
"Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. (…) si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro".
Per colpa di queste descrizioni e dei pregudizi che ne conseguirono, le difficoltà affrontate dagli immigrati italiani che cercavano fortuna in America furono doppie, triple, rispetto agli altri. E, forse, qualche pregiudizio così resiste ancora. Sicuramente hanno resistito a lungo se nel 1973 Richard Nixon affermava questa cosa qui: “Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto”.
Foto di Giorgio 1972
Passata lo scorso 11 ottobre, la legge che da oggi in Francia vieterà di indossare nei luoghi pubblici qualsiasi velo che impedisca di riconoscere la persona che lo sta portando, è una legge precissima, che non lascia spazio ai malintesi. Un vademecum, in alcuni punti contestatissimo, su tutte le varianti con cui è (e non è) possibile abbigliarsi quando si è tra la gente, e che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha voluto fortemente. Tanto da dichiare, all'indomani dell'approvazione "Il burqa non è un simbolo religioso ma è un simbolo di oppressione. Non è benvenuto in Francia".
Vietata, dunque, qualsiasi tenuta che nasconda il volto e renda difficile l'identificazione, e la legge, dettagliata come solo la burocratica Francia sa essere, esplicitamente dichiara che nell'elenco di tenute che cadono sotto il divieto non ci sono maschere da saldatore o da schermitori, bendaggi o caschi integrali. E vabbè.
La legge, inoltre, prevede in caso di infrazione il pagamento di un'ammenda di 150 Euro e, in aggiunta o in sostituzione, la frequenza obbligatoria di un corso di educazione civica, una specie di stage di cittadinanza che rieduchi ai sani principi repubblicani. Istituendo, tra l'altro un nuovo reato, che consiste nell'imporre ad una donna di portare il velo integrale attraverso "la minaccia, la violenza, la costrizione, l'abuso di autorita' o l'abuso di potere". La tolleranza verso fratelli, mariti e padri è zero, e le pene previste comprendono periodi di reclusione fino a 12 mesi e multe fino a 30mila Euro o reclusione fino a 24 mesi e 60mila Euro di multa se si tratta di minorenni.
Viste le polemiche e le proteste da parte delle comunità islamiche che hanno manifestato contro la legge, il provvedimento prevede in maniera molto pignola anche l'applicazione del divieto. E chiarisce che i poliziotti non potranno mai, in nessun caso, togliere il velo con la forza, bensì tentare fino in fondo un'opera di persuasione. Per convincere la donna velata a rinunciare al velo, le si potranno prospettare i rischi che corre, e magari portare le più ostinate in caserma. Ma il fermo non potrà durare più di quattro ore.
Cosa sarà vietato, dunque? Sicuramente il Niqab, che indossato con il Khimar (il velo che copre capelli, collo e spalle) lascia scoperti solo gli occhi. E ovviamente il Burqa, un mantello che copre completamente viso e corpo, e che ha, come unica apertura, una retina davanti agli occhi per vedere. Dovrebbero essere invece permessi il Chador (il velo che copre il corpo ma non il viso indossato dalle donne iraniane), lo Shayla (sciarpa rettangolare che copre il capo e viene fissata con una spilla), l'Hijab (un foulard corto, uno dei più comuni, che copre testa e spalle) e l'Al Amira (velo in due pezzi: sopra una specie di berretto in tessuto che trattiene i capelli, sotto un foulard che copre il collo). Il divieto si estende a strade, spiagge, parchi, negozi e altri luoghi pubblici, mentre è possibile indossarlo in albergo (ma solo nella propria camera) e sul luogo di lavoro (ma solo se non si è a contatto con il pubblico).
Un appello è stato firmato invece dai capi religiosi di Francia, dai cattolici ai protestanti, dagli ebrei agli ortodossi e ai buddisti, in cui si chiede al governo di non buttare così facilmente al vento una lunga storia di laicità. Abbastanza paradossale, in effetti: da quando, in Francia e nel mondo, le religioni si ergono a paladine dell'agnosticismo?
Foto di Twocentsworth
Era il 25 marzo 1911 e nella Triangle Factory di New York, una fabbrica tessile in cui lavoravano soprattutto immigrate, scoppiò un incendio che costò la vita a 146 donne. Tra loro c’erano 39 italiane. La fabbrica, che produceva camicie femminili, aveva le porte chiuse dall’esterno perché i proprietari temevano che le operaie potessero uscire prima dell’orario previsto. La festa dell’8 marzo, oggi banalizzata, commercializzata, strumentalizzata, fu collegata (dopo anni di attribuzioni confuse) proprio a quel tragico evento. Ma quanto è cambiato davvero da allora?
Facciamo fatica, nonostante tutto, nonostante le chiacchiere sulla globalizzazione e, ancor più, sul multiculturalismo, a capire fino in fondo quanto la condizione femminile rimanga, più di altre, legata a geografie estranee al luogo in cui ci si trova davvero, geografie culturali fatte di diseguaglianze evidenti come il burqa o meno evidenti come gli stipendi più bassi e le minori opportunità.
Poi però succede che qualcuna riesca a sollevare la testa e, nonostante tutto, nonostante siano davvero difficili le condizioni di partenza, ce la faccia davvero. Leader femminista (lì dove il femminismo assume tutto un altro significato rispetto alle istanze delle donne occidentali) e senatore del parlamento afgano, Fawzia Koofi ha solo 35 anni e alle spalle sofferenze e soprusi di ogni tipo. Le guerre civili che hanno devastato il suo paese le hanno portato via il padre (ucciso dai mujaheddin), il marito professore torturato dai talebani, il fratello. Ha lavorato perché le figlie avessero un’istruzione e, nel 2005, dopo una campagna elettorale in cui il meno che le sia successo erano le autobombe pronte a esplodere e il denaro offertole per ritirarsi, viene eletta come senatore.
In un libro in questi giorni pubblicato da Sperling&Kupfer, Lettere alle mie figlie, Fawzia racconta la sua storia familiare, tre decadi in cui i racconti biografici si intrecciano con le vicende di un paese che non trova pace. Le figlie, Saharzad di 12 anni e Shubra, di 11, la seguono sempre durante i suoi comizi. Un anno fa, proprio l’8 marzo, la attaccarano quando erano insieme, in auto, dopo un discorso. E da allora sono ancora traumatizzate. Il suo libro è per loro, per spiegare alle due bambine lo scopo del suo impegno.
“Ero femmina in un paese in cui le femmine non sono certo benvenute, e visto che ero la diciannovesima di ventitrè fratelli mia madre mi abbandonò, appena nata, sotto il sole cocente dell’Afghanistan”. Sopravvive, Fawzia, e da subito inizia a lottare.Una personalità carismatica e instancabile, che la porta a diventare amica di Hillary Clinton, a fare comizi insieme a Condoleezza Rice, ad affrontare viaggi lunghissimi attraverso il suo paese solo per poter dire alle donne, sue coetanee ma analfabete, che l’educazione dei loro figli è la cosa più importante.
I suoi racconti, a volte perfino ironici, descrivono un paese in cui, nonostante quello che ci viene detto, è ancora molto lontano dal riconoscere i diritti delle donne. Lei stessa, parlamentare e colta, viene continuamente insultata dai più tradizionalisti, e in parlamento per lei e le altre donne elette intervenire è difficilissimo. Eppure è riuscita, prima donna in assoluto, a presiedere il parlamento afghano come vicepresidente. Un vero record.
Oggi la sua speranza è quella di diventare presidente, nel 2014. Sarebbe una svolta storica, perché è già un’impresa difficile avere un presidente donna nei paesi in cui almeno i diritti fondamentali sono riconosciuti, figuriamoci in una nazione in cui ancora molte cittadine portano il burqa e non si azzardano a parlare in presenza del marito. Protetta da otto guardie del corpo e in continuo pericolo di vita, Fawzia spera un giorno di poter dare alle sue figlie (e alle altre madri, come lei) un paese libero dai talebani e dalla paura, dove finalmente le donne riescano a spogliarsi non solo del burqa, ma di decenni di pregiudizi e soprusi, finalmente libere di scegliere.
Foto di U.S. Embassy Kabul Afghanistan
Quante saranno le donne che scenderanno in piazza il prossimo 13 febbraio? Più o meno di quelle che in poche ore hanno cambiato la loro foto su Facebook, riempiendo le pagine e le bacheche con i ritratti delle figure femminili da cui più si sentono rappresentate? Certo è che non sarà tanto una questione di numeri, quanto di messaggi. Perché se c'è una cosa che ha animato i dibattiti nella settimana che è appena trascorsa, è sicuramente l'equivoco sul messaggio che le donne promotrici della manifestazione vogliono che invece sia chiaro. Perchè c'è chi in questi giorni ha messo sul tavolo della discussione un dubbio: e se, per reclamare a gran voce i diritti delle donne che si rifiutano di essere viste solo e semplicemente come oggetti, si andasse a ledere la libertà di scegliere delle altre?
"Il problema è che più che un equivoco qui c'è una strumentalizzazione di quello che le donne in piazza vogliono dire", spiega Michela Murgia, autrice di Accabadora (Einaudi), tra le firmatarie e sostenitrici della petizione di mobilitazione. "Libertà di scelta? E chi la mette in dubbio. Quello che io credo è che non esista, non possa esistere un diritto a farsi usare. Non in un contesto in cui non esistono alternative. Se non teniamo conto di questo, è come se ci mettessimo a dire che esisteva un diritto degli schiavi d'America a farsi schiavizzare solo perché molti di loro, non avendo conosciuto la libertà, combattevano a fianco dei loro padroni nella guerra di secessione". Il contesto in cui ci troviamo a vicere è in effetti poco confortante. E se ci mettiamo nei panni dell'adolescente che si trova a fare delle scelte di vita importanti (la scuola dove andare, il mestiere da imparare, se iscriversi o meno all'università), diventa più facile comprendere come non sia affatto scontato che una strada venga preferità all'altra. E che una cultura popolare fatta di mete facili e scintillanti non possa non influenzare, nel lungo periodo, le generazioni più giovani.
"E' come se, guardandosi attorno, ovunque ci fossero scritte che dicono 'Bella è meglio di normale' o 'Furba è più fruttuoso che intelligente' e così via", continua Murgia. "E allora di che libertà stiamo parlando? Nessuno contesta il diritto di vendersi delle donne che, consapevolmente, scelgono di farlo. Figuriamoci. Il 13 bisogna andare in piazza, e bisogna farlo per dire che c'è un'altra storia. Che non viene raccontata coi megafoni, ma non per questo è meno vera: si può essere se stesse e venire accettate". Non è semplice, è vero. E' un messaggio complesso quello che generazioni di donne diverse vogliono portare per le strade domenica prossima. E se molti si chiedono dove finirà questo messaggio nel momento in cui la bufera delle escort sarà passata, la risposta è che qui non c'è niente di politico, e che l'attualità è solo il pretesto più grosso per essere insieme, tutte quante, a dire basta. A un sentire comune, rassegnato, sconfortante. A una visione troppo maschilista in cui le prime a usare le logiche dominanti sono le donne stesse.
"C'è chi dice che queste battaglie sono già state fatte dal femminismo anni '70", spiega Murgia. "Ma è sbagliato assimilare i due fenomeni. Le generazioni cambiano velocemente, e così le esigenze e le battaglie. Ogni generazione deve fare la sua lotta, per riconfermare diritti che sembrano scontati. Quello che io spero è che in piazza ci siano più nipoti che nonne. Vorrà dire che il testimone è passato". D'altronde, se non ora, quando? Lo dice lo spot girato da Francesca Comencini con Angela Finocchiaro, lo dice il motto della manifestazione. Se non ora, quando? Senza cadere in un errore che potrebbe essere fatale: "Ovvero quello di fare le vittime", conclude Murgia. "Non andiamo in piazza per lagnarci, perché se c'è una cosa di cui siamo sicure è il linguaggio della vittima agevola quello del carnefice. Saremo lì a dire quello che pensiamo, e va bene se c'è chi risponderà che siamo bigotte, moraliste, gelose, perfino antipatiche. Ebbene, se c'è un nuovo modo di portare avanti delle battaglie, oggi, questo prevede anche che si accetti di essere antipatiche. Assumendosene la responsabilità. Perché non c'è niente di peggio che tacere il proprio pensiero per paura di venire giudicate".
Foto di Loungerie
Era il 1999 quando l’Onu istituiva per la prima volta la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Dieci anni dopo siamo ancora qui. Con statistiche spaventose e poche cose davvero cambiate, se non forse un po’ di consapevolezza in più. È un’inchiesta delle stesse Nazioni Unite a contenere i dati più allarmanti: l’aggressività maschile è la prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne di tutto il mondo.
Nel mondo, c’è un omicidio in famiglia ogni 2 giorni, in 7 casi su 10 la vittima è una donna. La maggior parte di queste violenze arrivano dal partner (come il 70% degli stupri) o dall’ambito familiare. Solo nel 25 % dei casi la violenza è stata ad opera di uno sconosciuto. Oltre il 90% delle violenze non è mai stata denunciata. L’età media delle vittime si abbassa: un milione e 400mila (il 6,5% del totale) ha subito uno stupro prima dei 16 anni. Solo il 18% delle donne è consapevole che quello che ha subito è un reato, mentre il 44% lo giudica semplicemente “qualcosa di sbagliato” e ben il 36% solo “qualcosa che è accaduto”.
Non è difficile capire quanto questa continua sottovalutazione (da parte delle stesse vittime, ma anche dei parenti, delle persone vicine che non capiscono o fanno finta di non capire) del problema sia una delle cause di una sua diffusione che non conosce differenze di ceto, religione, cultura e appartenenza politica. Le donne subiscono, in diversi settori, violenza fisica e psicologica, spesso senza che nessuno venga loro in aiuto.
Quest’anno, in particolare, l’Onu ha stabilito che il tema principale della giornata saranno le violenze subite dalle donne in tempi di guerra. E noi ci prendiamo la libertà di ampliare questo tema a quelle che sono le violenze come conseguenza della guerra, o anche solo di una dittatura militare. Perché di donne come Sakineh Mohammadi Ashtiani ce ne sono tante. E non solo in Iran. In attesa di una condanna già scritta, di una lapidazione che le ergerà a martiri della lotta per la libertà, ma che le vedrà alla fine comunque morte.
O, se va bene, mutilate. Ci sono quelle che ormai sono diventate merce di scambio in un racket internazionale che non conosce freno, e che anche in Italia ha un mercato niente male. La tratta delle schiave, quelle che chissà da dove arrivano e tanto nemmeno ci interessa, visto che finiscono a fare le prostitute. Quelle che invece qui ci sono arrivate con la famiglia, magari frequentano la scuola e i centri commerciali con le coetanee, e un giorno decidono che non vogliono portare più il velo.
E allora ecco che il diritto dei padri si fa sentire forte e chiaro, e guai alla prossima che ci prova. Di storie ce ne sono talmente tante che, appunto, non si fa nemmeno in tempo a contarle. E un giorno solo sicuramente non basta a dire di no, o tutti i no che vorremmo. Per dire no ogni giorno alla violenza sulle donne si può intanto aderire alla campagna Say no to violence, un’iniziativa che invita a prendere posizione e, se si vuole, a raccontare la proprio storia come testimonianza.
Contro il silenzio che sembra non essere mai sconfitto del tutto, si può invece ascoltare una voce molto piacevole, ovvero quella di Giulia Ottonello. L’ex protagonista di Amici di Maria De Filippi interpreta infatti una canzone che sarà in vendita proprio il 25 novembre nei principali store digitali. Il titolo è “Silenzio. Senza paura”. Il diritto d’autore sarà devoluto all’UDI di Genova. Qui sotto le prove di Giulia in sala registrazione.
Foto di betterthanyourluckystar