economia

L'economia del futuro secondo Tim Jackson


La crisi dovrebbe averci dato la sveglia per un Green New Deal e stimolare l'economia verso la ricerca di soluzioni tecnologiche e verdi. Ma non è esattamente quello che sta acadendo. L'opinione di Tim Jackson.



Tozzi: perché l'Italia non può avere centrali nucleari

Il geologo e divulgatore Mario Tozzi esprime la sua opinione sul ritorno del nucleare in Italia.

Son pochi i territori della penisola italiana geologicamente adatti a ospitare un reattore nucleare. D'altro canto nessun decisore politico a livello regionale, provinciale o comunale, né di maggioranza né di opposizione, vuole una centrale nucleare sul suo territorio. Questi due fatti insieme ci dicono che difficilmente il progetto nucleare potrà essere condiviso nel nostro paese.

I siti che ospitano le centrali nucleari rispondono a norme internazionali che, se messe in opera in Italia, renderebbero difficile ogni ubicazione. Usando il criterio dell'agenzia statunitense, bisogna evitare le regioni montuose o collinari (in sostanza, ci vuole una pianura), il rischio sismico e vulcanico e quello idrogeologico. Inoltre ci vuole una grande quantità di acqua. E dove si trova un posto simile in Italia? E quanto costerebbe costruire seguendo quei criteri e chi pagherebbe? Chi potrebbe, infine, imporre a una popolazione tendenzialmente ostile una centrale sotto casa?

La Lombardia, oggi tirata in ballo, ha aree di pianura, non ha vulcani e pochi terremoti ben localizzati. Però soffre di alluvioni e soprattutto, come spiego qui sotto, non è detto che abbia acqua a sufficienza, visto che non ha sbocchi a mare. Già negli anni Ottanta il CNEN ebbe grossi problemi a ubicare le centrali dell'allora piano energetico nazionale, ancora non annientato dal disastro di Chernobyl. Vennero identificate alcune aree: la pianura padana, la riviera veneto-romagnola, un tratto del litorale marchigiano, la zona di Ostuni in Puglia, un tratto della riviera jonica lucana, la foce del fiume Garigliano, la zona di Montalto di Castro, la pianura di Scarlino in Toscana.

Sono effettivamente aree di pianura non sismiche (con qualche dubbio ancora irrisolto su Montalto) e senza pericolo di eruzioni, ma, se leviamo le zone marine, non resta un granché. A questo proposito varrà la pena ricordare che in nessun posto del mondo si è ancora trovato un sito che ospiti le scorie radioattive per il tempo necessario alla loro neutralizzazione (decine di migliaia di anni). Infatti, per far funzionare una grossa centrale nucleare di terza generazione, ci vogliono 67 metri cubi d'acqua al secondo, una quantità enorme, basti dire che una città come Roma trova soddisfatti i suoi bisogni idrici con 25 metri cubi al secondo.

Ora, neanche il Po, il più importante fiume d'Italia assicura quella quantità, visto che la magra massima stimata è molto minore: come si fa a mettere una centrale in pianura padana? E' vero che ce ne erano due (Caorso e Trino), ma si trattava di piccole centrali (500 MW) rispetto alle mega centrali (1500-2000MW) previste dal nuovo piano italiano. Poi non si possono mettere le centrali così lontane dai centri nevralgici di produzione: per intenderci se si devono fare si devono ubicare in Lombardia o in Emilia o in Veneto, non in un'isola, perché poi ci voglio grandi infrastrutture per condurre l'energia industriale dove serve.

E, infine, la possibilità di avere centrali nucleari è stata negata dai governatori di quasi tutte le regioni, Lombardia compresa, andate al voto da poco, anche da quelli della stessa parte politica dell'ex ministro dello sviluppo economico che avrebbe dovuto trarre le necessarie conclusioni dal fallimento politico del suo piano energetico, piuttosto che non dall'affaccio della sua abitazione.

La foto è di Scrunchleface



L'Italia è già multietnica, ma la politica non lo capisce




«Il nostro paese ha bisogno di immigrazione ed è inutile far finta di niente. È solo la propaganda a nascondere un dato di fatto come quello che senza stranieri molti settori del nostro paese sarebbero immobili». Dopo la Merkel in Germania, anche Cameron dichiara fallito il modello multiculturale in Gran Bretagna. Eppure una soluzione andrebbe trovata. Parla il più importante tra i demografi italiani, Massimo Livi Bacci.



Tozzi: a Cancun il mondo sceglie tra economia e ambiente

Se il mondo non mette in discussione anche il modello economico, le questioni ambientali non possono essere affrontate. Siamo di fronte a due strade, sostiene Mario Tozzi. O scegliamo di battere ancora la strada dell'economia come l'abbiamo costruita finora oppure scegliamo un modello sostenibile, capace di far sopravvivere il nostro pianeta e di farci proseguire sulla via del benessere. Nel Cop 16 a Cancun siamo di fronte a questo bivio: "In Messico, ci possono essere pochi risultati ma almeno otteniamoli".



Mar, 30/11/2010 - 10:11 | Scritto da: redazione | | Link permanente | Tags:

Il razzismo spiegato con l'economia

L'economista Tim Harford, editorialista del Financial Times, ci ha raccontato di come a volte, a parità di curriculum, un datore di lavoro scelga lavoratori bianchi piuttosto che neri. Ma solo perché ritiene di fare la scelta economicamente più conveniente. E come spiega nel suo libro La logica nascosta della vita (Sperling&Kupfer), basterebbe che tutti pensassimo in modo oggettivo all'immigrazione e alle sue conseguenze. Per renderci conto che, nella maggior parte dei casi, si tratta di inutili pregiudizi.



A Otranto la mafia spiegata ai ragazzi

Acque inquinateDal 29 agosto al 3 settembre la città di Otranto ospiterà la prima edizione di OLE - Otranto Legality Experience, il Forum internazionale organizzato da Flare e dedicato al ruolo delle società civili nella lotta alla criminalità organizzata. Il Forum, ideato in memoria di Renata Fonte, uccisa dalla mafia il 31 marzo del 1984, vuole diventare un punto di riferimento per tutta l’Europa.

Realizzato in collaborazione e con il sostegno delle Università della regione Puglia, OLE vuole essere un luogo di informazione e formazione sui temi della criminalità organizzata, l’economia illegale e la globalizzazione, rivolto soprattutto ai giovani, affinché siano sempre più impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata. OLE è aperto a un numero di 200 partecipanti ai quali è offerta la possibilità di seguire una serie di dibattiti, workshop e visite guidate ai beni confiscati.

Le strategie dell’Unione Europea per combattere il crimine organizzato, il traffico di donne e bambini e la negoziazione tra la mafia e lo Stato Italiano, sono solo alcune delle tematiche che verranno affrontate nel corso del Forum. Interverranno Laura Garavini e Giuseppe Lumia della Commissione parlamentare antimafia, Mario Morcone, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati, Hans Nilsson del Consiglio dell’Unione europea, Jean Ziegler, della Commissione Usa per i diritti umani e molti altri ospiti italiani e internazionali tra cui giornalisti, scrittori, accademici, ministri e magistrati.

Grazie a queste personalità il Forum si prefigge l’obiettivo spiegare come le organizzazioni criminali hanno sfruttato i cambiamenti politici per rafforzare e rendere globalizzate le loro attività, analizzare le aree del mondo finanziario entro cui esse si muovono e identificare il ruolo e le responsabilità degli Stati nazionali e delle istituzioni politiche, tentando di definire delle possibili contromisure da adottare.

Per maggiori informazioni sul programma e gli interventi previsti dal Forum, si può consultare il sito www.ole2010.org.

Foto di robpatrick



Dolomiti in vendita e altre sciocchezze

Dolomiti
Perché la proposta di mettere in vendita i pezzi pregiati del paesaggio italiano è un errore gravissimo. Lo spiega Mario Tozzi.

Quanto vale una spiaggia dell’arcipelago toscano o una torre calcarea delle Dolomiti? O, come sembra paventarsi in questi giorni, l’isoletta di Folegandros in Grecia? O, comunque, quanto vale una bellezza naturale nel mondo del terzo millennio, dilaniato da una crisi economica che rischia di confondere i valori con i prezzi? In Italia la risposta a questa domanda è obbligata: nessun valore economico o finanziario può essere assegnato ai beni culturali a carattere naturalistico, semplicemente perché il solo pensare di metterli in vendita (o porli a garanzia di prestiti bancari) è pura follia.

Sarebbe come alienare i gioielli di famiglia nella speranza di una congiuntura migliore che, però, sempre provvisoria sarà. E non si capisce cosa si potrà mettere in vendita la volta successiva. Non sappiamo ancora se il passaggio dei beni demaniali alle amministrazioni locali diventerà realtà, permettendo di fare merce di natura e paesaggio. Quello che è certo è che la tutela sarà allentata, per almeno due ragioni. La prima è che i sindaci hanno, come si è visto recentemente, il cappio stretto al collo, e non riescono a fare cassa neppure per garantire servizi essenziali come sanità e trasporti. Figuriamoci l’ambiente. La seconda è che un’autorità statale è sempre più efficace quando deve agire in termini di tutela, mentre nessun amministratore è in grado di resistere al corteggiamento del parente o dell’amico degli amici, visto che ne risponderà, poi, in prima persona – e sul posto – dopo cinque anni. Se c’è un settore che paga la crisi economica, in Grecia come in Italia o dovunque ci sia patrimonio naturale di pregio, quello è l’ambiente. E più la crisi colpisce duro, peggio sarà per i tesori naturali: se fosse vera la notizia di Mykonos parzialmente in vendita sarebbe gravissimo, ma già è grave che solo se ne parli.

Quei pezzi d’Italia sono il nostro bene più prezioso, perché non è tanto la somma di monumenti e bellezze naturali, ma il contesto, a rendere unico in tutto il mondo un paese che dovrebbe porre a fulcro della propria identità nazionale e della propria memoria collettiva il patrimonio culturale e naturalistico. Questo il motivo per cui a Venezia non sono stati innalzati grattacieli, la Torre a Pisa non crolla e Siena è ancora medievale; questa anche la ragione per cui a L’Aquila terremotata si ricostruiscono le chiese insieme alle case e non dopo.

Invece, in una sciagurata storia che inizia da quando si cominciò a parlare di monumenti e territorio come “petrolio d’Italia” (!), il valore venale del patrimonio culturale e naturalistico diventa qualcosa da investire per fare altro (le opere pubbliche), una risorsa da spremere, dando la tragicomica impressione di essere arrivati al fondo del barile mentre si hanno aspirazioni da quinta potenza industriale del mondo. Nessuno dice che si porrà in vendita l’isola della Maddalena, ma è grave che intanto possa diventare teoricamente possibile, come una specie di miccia sempre accesa in prossimità di un bomba che distruggerebbe non solo beni, ma anche cultura e identità nazionale. Se si gestiscono i beni ambientali e culturali in pure ottiche di mercato, il cittadino viene alienato di un patrimonio che è prima di tutto collettivo e viene trasformato in un mero consumatore.

Anche se sono in pochi, oggi, a pensare che il paesaggio non sia un bene culturale e che un parco non vada tutelato né più né meno di come si fa con la Cappella Sistina o con Venezia, siamo arrivati al punto di ipotizzare la privatizzazione anche dei parchi nazionali. Ma a cosa servono un parco naturale o un’area protetta? Semplicemente, migliorano la qualità delle nostre esistenze e, spesso, portano il valore aggiunto di uno sviluppo economico basato su pratiche eco-sostenibili. Un parco conserva la biodiversità del pianeta Terra, una specie di polizza sulla vita della nostra specie, che riuscirà a sopravvivere solo fintanto che saranno garantite varietà biologica e evoluzione naturale.

Tutti i giorni godiamo dei servizi che la natura gratuitamente offre senza nemmeno darvi troppo peso, dall’acqua all'aria, al cibo o alla protezione da eventi catastrofici. Ma quando si tratta di garantire un futuro alla natura nessuno ricorda quei servizi e sembra che se ne possa fare a meno, tanto è che si discute se dare o meno alla gestione dei parchi italiani l’equivalente di una tazzina di caffè all’anno per ciascun cittadino. Si tratta di ballon d’essai estivi per “vedere che aria tira”? Può darsi, ma intanto, in tema di natura e paesaggio, è bene agire preventivamente: aver sottovalutato il problema ha solo sconciato il territorio nazionale ai limiti dell’irreparabile.

Mario Tozzi

Foto di Efilpera