Facile dire efficienza energetica, ma il 70% dei nostri edifici risale agli anni ’70
È di pochi giorni fa la presentazione della prima edizione dell'Energy Efficiency Report, a firma della School of Management del Politecnico di Milano. Ma è possibile parlare di efficienza energetica con un patrimonio residenziale vetusto come il nostro? Sembra proprio di sì.
Come tradurre allora le potenzialità in benefici reali? L'Ue suggerisce di procedere su due linee d’intervento: incentivare il processo di ristrutturazione degli edifici e promuovere il risultato esemplare della pubblica amministrazione, accelerando il rinnovo dei fabbricati pubblici e prevedendo elevati standard per quelli di nuova costruzione. A oggi, però, solo quattro Regioni (Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia e Piemonte) e le due Province autonome di Trento e Bolzano hanno introdotto obblighi specifici per la prestazione energetica degli edifici.
Che cosa stiamo aspettando?
È un mix di alta tecnologia e materiali biologici, costruirla costa un po' di più, circa il 30%, rispetto a una casa che non sia ideata con criteri ecologici, ma una volta realizzata le spese dei consumi scendono fino all'80% in meno rispetto a quello che siamo abituati a spendere in bollette e utenze varie; e in più migliora la qualità del tempo passato in casa grazie a materiali che non sono tossici e vi proteggono dai rumori esterni. Merito di un modo di pensare l'edilizia che massimizza l'isolamento termico e acustico, sfrutta fonti rinnovabili e materiali che non danneggiano la salute di chi abita queste case e razionalizza ogni utilizzo grazie anche a tecnologie avanzate, come la domotica, che consente la gestione a distanza degli impianti.
Sembra la casa del futuro? E invece esiste, una di queste l'ha costruita Jacopo Fo ad Alcatraz, nel cuore dell'Appennino umbro; hanno iniziato trent'anni fa e oggi hanno pareggiato il conto con l'ambiente: l'energia se la producono da soli, utilizzano metodi ad alto rendimento delle risorse e finora hanno rimboscato un'area di oltre 370mila mq. Qui stanno progettando un villaggio ecologico; ve la immaginate una città fatta di queste case?

Non è mai solo una questione ambientale. Oggi è anche, e prima di tutto, una questione economica, finanziaria, politica, urbanistica, energetica, sociale, tecnologica. La questione ambientale spesso tiene insieme progetti di grande innovazione (e di grandi investimenti) che sono promossi in nome di uno stile di vita diverso, più rispettoso dell'ambiente e del pianeta; ma questo è il risultato dell'integrazione di tanti, molti fattori diversi.
È il caso delle ecotown della Gran Bretagna. L'idea è quella di progettare piccole cittadine pensate e realizzate in modo da non consumare energie da fonti fossili: case passive (che si alimentano con rinnovabili e minimizzano la dispersione energetica), mobilità intelligente, trasporti pubblici a basso impatto ambientale, auto elettriche con punti di ricarica alimentati ad energia solare, bike sharing, sistemi di recupero e riciclo delle acque piovane. Insomma, dal mix tra consapevolezza e tecnologia d'avanguardia dovrebbero nascere queste case il cui progetto non dimentica la dimensione sociale dell'urbanistica: almeno il 30% delle abitazioni deve avere un prezzo adeguato a sostenibile per persone con reddito medio-basso.
Nato nel 2007 per mano del Dipartimento delle comunità e del governo locale, il progetto delle ecotown è tutto centrato sull'idea che centri abitati fondati sul risparmio energetico e sulle energie rinnovabili sono un investimento nel futuro delle comunità locali, una visione di lungo periodo che coniuga esigenze energetiche con prospetti economico-finanziari, politiche sociali e qualità della vita, considerando anche il fatto che tra le caratteristiche richieste ai progetti figurava la necessità che almeno il 40% dell'area fosse dedicata a spazi verdi.
Ovviamente non sono mancate le proteste e le posizioni contrarie di chi ha tacciato il progetto di essere un semplice modo per aggirare i piani regolatori delle aree interessate, mentre gli abitanti delle località destinate alle ecotown protestavano per l'eventuale isolamento di questi quartieri che non sarebbero stati raggiunti, ad esempio, dai tradizionali (e più inquinanti) mezzi pubblici. Le cose sono andate avanti, in ogni municipalità dove erano stati previsti questi progetti gli abitanti hanno discusso, si sono confrontati e alla fine il tutto è passato ad una fase più operativa.
Lo scorso anno quattro progetti sono stati approvati (per un totale di quasi 3mila unità abitative), mentre altri 11 sono in attesa di entrare a far parte della seconda ondata di realizzazione.
Per i primi quattro progetti il governo britannico, allora guidato dal laburista Gordon Brown, aveva stanziato nel febbraio 2009 60 milioni di sterline, cui si era aggiunta la promessa di altri 10 milioni fatta il mese successivo.
Ma a luglio arriva sulle nuove città ecologiche una specie di doccia fredda. Gli amministratori delle quattro città deputate ad ospitare i progetti pilota hanno infatti trovato nella cassetta della posta una lettera del nuovo Ministro per la Casa Grant Shapps, il quale si dice molto dispiaciuto, ma esiste la possibilità che i finanziamenti promessi dal governo precedente debbano essere ridotti del 50%. Forse gli effetti della crisi che porta i governi a sforbiciare fondi, forse una ripercussione politica dovuta al cambio di colore del governo britannico: il progetto delle ecotown potrebbe rischiare un rallentamento, ma il processo è avviato e non è detto per il periodo stabilito (2016) dalla Gran Bretagna non venga la lezione di un'urbanistica che sappia investire nel lungo periodo sulle risorse della società tutta. Chiamarla solamente ecologica forse è un po' poco.
L'immagine è tratta dall'album Flickr di Tõnu Mauring
Ospitiamo su avoicomunicare questo interessantissimo post di Alessio Baù, blogger italiano che gentilmente ha deciso di raccontarci il suo punto di vista su “Fa’ la cosa giusta!”
Ci sono delle buone notizie. La prima: entro cinque anni il livello di convenienza fra i costi delle energie rinnovabili e quelli delle energie fossili andrà in pari. La seconda: l’attenzione generale sulla questione del cambiamento climatico è cresciuta esponenzialmente rispetto a pochissimi anni fa, tanto che il problema è sentito dal 60% degli Europei come il più grave al mondo, secondo soltanto a quello della fame. Corollario vuole che il primo elemento di competitività richiesto, nei mercati internazionali, sia oggi l’efficienza energetica, e questo naturalmente fa bene all’ambiente e innesca un meccanismo virtuoso a diversi livelli della società.
Ci sono delle cattive notizie: il dibattito sul climate change in Italia è pressoché “primitivo” - questo l’aggettivo usato da Carlo Corazza, rappresentante a Milano della Commissione Europea, autore di “EcoEuropa” presente a uno degli incontri “Energy Day” della fiera - figlio di analisi giornalistiche grossolane che all’estero nessun quotidiano si permetterebbe di pubblicare; e, soprattutto, nel pianeta si continua a consumare più risorse di quelle utili a garantire un futuro sostenibile, tanto che la corsa al nuovo colonialismo, quello che preda acqua e terre da coltivare è già iniziato, come ha spiegato, in piazza “Kuminda”, Franca Roiatti, autrice de “Il nuovo colonialismo”.
Gli appuntamenti dell’ultima edizione di “Fa’ la cosa giusta” si possono forse riassumere così: un misto di good news e bad news. Una dicotomia, questa, che ben descrive la fiera stessa, in bilico fra attenzione al green, al bio, al riuso e, dall’altra, logiche estremamente commerciali. Si dirà: è una fiera, in fiera si vende, soprattutto. Vero. Forse, quello che “Fa’ la cosa giusta” sa dare e dire a una città come Milano è che i buoni esempi non mancano: basterebbe ricordarsene di più nel quotidiano, nelle proprie scelte personali e politiche. Messe tutte assieme, fagocitate dal colosso di fieramilanocity, tendono a svilirsi sotto un paio di etichette che non possono bastare per un’analisi organica di questi problemi.
La fiera è stata, infine, l’occasione anche per puntare le luci sulla questione delle cascine da recuperare nella città di Milano, specie in vista del progetto Expo 2015. Maddalena Bregani e Salvatore Porcaro hanno presentato in sala “Green Revolution” il loro studio, ora in mano al Comune, per un progetto di salvataggio delle cascine locali, intese sia come luoghi che come pratiche culturali. Sarebbe un successo se, entro qualche anno, i buoni esempi di “Fa’ la cosa giusta” trovassero spazi come quelli, in città, ad accoglierli in forma permanente: un ponte fra tradizione e innovazione sostenibile.