energia solare

In Libia il futuro dell'energia pulita




I progetti ci sono già per una energia più pulita e anche più democratica. Uno di questi, ad esempio, è molto famoso, si chiama Desertec e potrebbe rispondere al 15% della domanda di energia elettrica europea con impianti solari piazzati nel Sahara. Nei paesi della sponda sud del Mediterraneo cresce il coinvolgimento verso le rinnovabili, ed è un processo che va in più direzioni.

Da una parte mira a soddisfare la domanda energetica di questi paesi, dall'altra offre, grazie agli impianti che utilizzano solare termico, enormi possibilità per la produzione di acqua dolce necessaria a rilanciare l'agricoltura. E poi c'è l'Europa, che guarda all'Africa Settentrionale come a una risorsa energetica e a un luogo dove sviluppare attività produttive, anche per frenare l'emigrazione.
"In questi paesi - dice Gianni Silvestrini - cresce la voglia di partecipazione e di democrazia proprio mentre sta maturando il passaggio dall'era del petrolio all'era delle rinnovabili. Maggiore democrazia non può che migliorare questa transizione all'energia pulita con controllo e partecipazione dal basso".



Il solare va in città: ecco la filiera corta dell'energia

Non ci facciamo nemmeno caso, eppure stanno lì, fermi e immobili. Sono spazi grandi, stanno in città e sono di proprietà pubblica. Un giorno qualcuno deve averli guardati con un pizzico di fantasia in più ed ecco la scintilla che ha innescato l'idea e fatto nascere la storia di una nuova emigrazione urbana. Questa volta, però, a lasciare le campagne non sono i braccianti agricoli in cerca di posti in fabbrica o all'inseguimento della fortuna. Qui parliamo di pannelli solari e di impianti fotovoltaici per la produzione di energia elettrica che si dirigono verso i tetti degli edifici pubblici, delle scuole, delle palestre, verso il suolo dei parcheggi. Sono tutti luoghi che appartengono alla collettività e che hanno un enorme potenziale, soprattutto ora che il conto energia premia la produzione di elettricità da fonti rinnovabili. E allora perché lasciare questi spazi inerti quando possono ospitare una risorsa abbondante di energia?
Per rispondere a questa domanda alcuni imprenditori si sono messi insieme per chiedere alle pubbliche amministrazioni l'utilizzo di quelle superfici con lo scopo di installare impianti fotovoltaici, in cambio offrono un controvalore in opere eco-sostenibili, come ad esempio veicoli per la mobilità sostenibile, illuminazione ad alta efficienza, efficienza energetica degli edifici degli enti pubblici, palestre in legno e via dicendo, lungo un percorso in cui la sostenibilità ripaga se stessa e si rigenera.

La realtà appena descritta è quella del consorzio Foreveer, formato da un gruppo di imprese che rappresentano aspetti diversi della produzione industriale legata alla sostenibilità, dai pannelli fotovoltaici ai veicoli elettrici, dai materiali per edifici eco-efficienti agli impianti per illuminazioni a risparmio energetico. L'idea di base che li tiene insieme è che esiste una prospettiva di profitto che si coniuga bene con la domanda di sviluppo sostenibile e che risponde alla possibilità di generare un sistema diffuso di produzione dell'energia.
Si tratta di un'idea che da tempo è il cuore dell'attività di Giovanni Cimini, imprenditore e innovatore, leader di Western Co. – azienda che detiene molti brevetti per la produzione di energia fuori dalla rete (off grid) – e amministratore delegato di Foreveer.
“L'energia deve essere prodotta nel posto in cui si consuma – spiega Cimini – e in maniera tale da rendere conto delle molteplici possibilità che offre il territorio”. Ci sono, ad esempio, luoghi in cui il mix energetico può essere soddisfatto riservando un ruolo importante al fotovoltaico, in altri sarà più opportuno affidarsi in maniera importante all'eolico, in altri ancora si dovrà trovare un mix soddisfacente in base a diverse proposte che provengono da specificità locali. Ovviamente si tratta non solo di capire e conoscere il territorio, ma anche  di creare un circuito virtuoso che sappia mettere insieme le migliori capacità dell'impresa, della gestione pubblica e della ricerca e dell'innovazione dalle Università.
Produzione diffusa di energia vuol dire quindi  seminare il territorio con punti di produzione di energia, utilizzando le rinnovabili o le fonti che meglio si adattano alle caratteristiche fisiche e socio-economiche dell'area e della domanda di energia da parte delle imprese e degli abitanti.
Un esempio pratico lo si trova proprio nello stabilimento di Cimini a San Benedetto del Tronto, sulla costa marchigiana. Si chiama Leonardo, è un generatore di energia che utilizza tre fonti rinnovabili quali il solare, l'eolico e biocombustibili che vengono da risorse presenti nel luogo, tra cui alghe marine. Questo trigeneratore riesce a produrre fino a 15 KW e garantisce la continuità dell'erogazione di energia nell'arco di 24 ore a impatto zero, senza inquinare affatto. Il problema per il momento sono i costi ancora troppo elevati ma si lavora per abbatterli e presto ci si riuscirà. A quel punto si sarà fatto un passo avanti verso la realizzazione di quello che Cimini chiama il suo sogno: una realtà in cui ciascuno si produce la propria energia a basso costo, a emissioni zero, dentro la propria azienda e, perché no, a casa sua.

Immagine di Schlüsselbein2007



Energia dalla campagna

silicon_vineyards.jpgQui non si tratta semplicemente di essere ambientalisti e cavalcare l'onda dell'energia rinnovabili. Qui si parla di un vero e proprio modello di sviluppo locale che coniuga le potenzialità di un territorio con la domanda, che riecheggia da più parti in Europa negli Usa e nel mondo abituato a rendersi dipendente dalle fonti fossili, di produrre energia in maniera pulita utilizzando fonti che non si esauriscono.
Si chiama Silicon Vineyards ed è un progetto che prevede di aggiungere pannelli solari alle tradizionali attività produttive delle fattorie; metterle in rete creando così una specie di circuito fotovoltaico, tra la Cornovaglia e le isole Scilly, capace di produrre energia pulita e di creare 300 posti di lavoro per i nuovi impianti la cui costruzione sarà affidata a ditte locali che si occuperanno ella produzione di ogni aspetto tranne che dei pannelli solari che verranno importanti da Taiwan.

Il primo passo del progetto è stato compiuto a Benbole Farm nei pressi di St. Kew, nel cuore della penisola. Un consorzio di privati, cui partecipano società e cooperative specializzate in tecnologie per energia fotovoltaica e l'Università di Exeter, ha messo insieme circa 4,5 milioni di sterline per realizzare un campo fotovoltaico da 2MW che darà energia a circa 600 abitazioni e prevede la promozione di coltivazione di biomasse e la realizzazione di un digestore anaerobico che potrà contribuire alla produzione di energia elettrica da mettere sul mercato.
I numeri degli investimenti potrebbero impressionare, visto che richiedono circa 40 milioni di sterline per la realizzazione dell'intera rete di Silicon Vinyards che deve comunque attendere l'autorizzazione da parte del governo britannico, ma ci sono dei fattori che fanno ben sperare. Innanzitutto il piano di investimenti fatto dai promotori prevede un fatturato annuo di 700mila sterline per la sola Benbole Farm che potrebbero arrivare a 13 milioni entro il 2025, numeri questi che spingono i promotori delle Silicon Vineyards a cercare alleati/investitori anche tra l'Unione degli agricoltori con un'argomentazione assai semplice: “questo è un modo per fare soldi”. Altro motivo di ottimismo potrebbe risiedere nella volontà politica del nuovo governo di coalizione guidato da David Cameron che non può fare a meno di allinearsi a una tendenza del mercato energetico mondiale che da una parte vede scendere le quotazioni delle fonti fossili sia nell'apprezzamento dell'opinione pubblica che nelle strategie energetiche di lungo periodo, dall'altro vede migliorare la posizione delle rinnovabili. La Gran Bretagna non ha brillato finora per produzione di energia da fonti rinnovabili, che nel 2008 ha fatto registrare appena il 2,25% e il governo si è impegnato a migliorare questi numeri.

Obiezioni vengono soprattutto l'impatto paesaggistico, alle quali però i promotori del progetto rispondono che i pannelli non saranno alti più di due metri e così la bellezza del paesaggio della Cornovaglia non ne risentirà affatto tanto che, continuano gli ingegnerei che lavorano al progetto, l'occhio di chiunque, sia turista o un abitante del luogo che non vuole vedere ferita la propria terra da installazioni di silicio e metallo, nemmeno si accorgerà dell'esistenza dei pannelli fotovoltaici mimetizzati tra le siepi; certo si vedranno un po' dall'alto, ma la loro visione sarà di certo meno fastidiosa di ogni pala eolica in commercio.

Immagine tratta dall'album Flickr di Brron



Il pellicano della Louisiana convince più degli scienziati

pellicano352x264.jpgKerry Emanuel è stato inserito da Time tra le cento persone più influenti del pianeta nel 2006. È un climatologo del Mit e in quell’anno, poco prima di Katrina, pubblicò uno studio (pdf) quasi profetico sull’aumento degli uragani e della loro violenza in coincidenza con il riscaldamento globale. Da noi, qualche tempo fa, è uscito un suo delizioso libretto – Piccola lezione sul clima (il Mulino) – nel quale spiega l’assurdità dello scetticismo intorno al climate change. «Nel panorama scientifico – afferma Emanuel dal suo studio di Cambridge – non c’è nessuno o quasi che ha dubbi sul fatto che il clima sta cambiando e che questo non sia un bene per la Terra».

Certo, sarà pur vero per la comunità dei ricercatori, però recentemente la Bbc ha pubblicato un sondaggio secondo cui solo il 26 per cento degli inglesi crede nel riscaldamento globale e un sondaggio del Pew certifica che per gli americani il global warming non è tra le prime venti priorità che Obama deve affrontare. C'è la sensazione diffusa nell'opinione pubblica che il caldo non è che stia aumentando. Addirittura c'è chi parla di global cooling, di raffreddamento globale. Come la mettiamo?
«In questo momento – ribatte Emanuel – è molto forte un movimento di disinformazione mondiale che ha ragioni politiche ed economiche e che vuole minare alla base le fondamenta scientifiche che spiegano il riscaldamento globale. Alcuni studiosi molto autorevoli vengono subiscono attacchi anche personali».

Se è vero che l’eco-scetticismo oggi riscuote qualche consenso in più rispetto agli anni scorsi, è vero anche che il disastro della piattaforma Bp ha aperto gli occhi di fronte ai rischi che anche il modello energetico basato sul petrolio. Forse le terribili immagini del pellicano ricoperto di petrolio che arranca sulle spiagge della Louisiana ci convinceranno più della paura di qualche grado in più come previsto dagli scienziati. «È vero. Coloro che studiano il rischio si preoccupano più di rischi tutto sommato contenuti come quelli che può avere l’energia nucleare rispetto a quelli ben maggiori delle energie che si basano su combustibili fossili. Ecco, l’incidente alla Deepwater Horizon ha avuto l’effetto di mostrare a molti di coloro che si preoccupano dell’energia nucleare che il petrolio può avere effetti terribili. È un pessimo esempio, ma rimane un esempio».

Anche per questa ragione Kerry Emanuel non è spaventato dalla soluzione nucleare alla questione energetica. Il suo è un atteggiamento pragmatico rispetto al rapporto costi (e rischi) e benefici. «Non so come sia la situazione in Italia ma posso dire che negli Usa le centrali nucleari sono l’unica soluzione pratica in questo momento alla riduzione delle emissioni. L’energia prodotta dal sole o dal vento è certamente interessante ma per ora non può essere prodotte in una scala adeguata alla domanda di energia di un paese».
Eppure, recentemente, la Francia e la Germania hanno dichiarato che la crisi non permette la riduzione di Co2. Impossibile investire in nuove tecnologie ora. «Si tratta di situazioni differenti – nota Emanuel – la Francia genera l’80 per cento della sua energia elettrica grazie al nucleare, questo significa che l’elettricità francese non dipende quasi per niente dai combustibili fossili. La Germania al contrario deve fare i conti con una cultura diversa e in questo momento cittadini e governanti mi sembrano interessati ad altro».

È molto difficile scegliere di cambiare senza l’appoggio dei cittadini. È difficile per Obama ma anche in Europa, sostiene Emanuel. «Non credo che la gente sia disposta a sacrificarsi più di tanto per l’ambiente, non chiediamo troppo alla natura umana! Non possiamo credere di fare scelte che riguardano esclusivamente le generazioni future, non si è mai fatto così nella storia e mai si farà. Dobbiamo inventarci qualcosa che riguarda anche la generazione attuale, la nostra e quella dei nostri figli. Per esempio, credo che si tratti di investire soldi per sviluppare tecnologie. Solo questo può cambiare il trend attuale. Ed è per questo che governi, università e aziende possono decidere, anche per loro tornaconto, di sviluppare tecnologie pulite utili per tutti».



Il dirigibile a emissioni zero

solarairship.jpgSembra una specie di ritorno al futuro, uno di quegli esempi in cui ingegneri e inventori colgono un'eredità dal passato e la arricchiscono delle innovazione tecnologiche più all'avanguardia; il risultato è un corto circuito della storia in cui la futura possibile soluzione a un problema presente, nasce da un invenzione vecchia più di un secolo e mezzo. Nel nostro caso parliamo di un dirigibile che, sfruttando anche energia solare, è capace di trasportare carichi pesanti per lunghe distanze, viaggiando ad oltre 10mila metri di altezza senza produrre emissioni nocive all'ambiente.

HSSA è l'acronimo del progetto High Speed Solar Airship (http://www.solarairship.net/), un grande dirigibile lungo un centinaio di metri e largo quasi 70, che si propone come una vera e propria rivoluzione per il trasporto merci, soprattutto per le lunghe distanze. Una delle caratteristiche più innovative è sicuramente costituita dai circa 7mila metri quadrati di pellicola che, distesa sul tetto del pallone, consente di alimentare il motore con energia solare. Il che vuol dire che il futuro del mondo dei trasporti, visto da un dirigibile, ci parla di merci pesanti (fino a sessanta tonnellate a pieno carico) che volano più in alto delle nuvole e da lì, ad una velocità che può raggiungere anche i 275 km orari, spingersi ovunque e, grazie al sistema di atterraggio verticale, arrivare in ogni destinazione, senza alcun bisogno di lunghe piste di atterraggio. Navigando tra i cieli a diecimila metri da terra, il dirigibile schiva le intemperie, si trova in una condizione ideale per il rendimento degli impianti per la produzione di energia rinnovabile (situazione atmosferica luminosa di freddo asciutto), riuscendo a sfruttare al meglio le correnti dei venti proprio là dove l'aria è più rarefatta e oppone minore resistenza.

Questo vuol dire che vedremo, un giorno, le strade liberate da colonne di autotreni e da tutto ciò che ne deriva in termini di inquinamento e consumo di carburanti derivanti dal petrolio? Il discorso tocca uno dei protagonisti principali delle emissioni di gas dannosi per l'ambiente e, di conseguenza, uno dei nodi cruciali per le strategie (tanto politiche quanto d'impresa) che avranno come obiettivo la riduzione di tali emissioni. Tanto per dare qualche numero: il settore dei trasporti è l'unico, nei 15 paesi membri dell'Unione Europea prima dell'allargamento del 2004, è l'unico che in cui le emissioni di gas serra sono aumentate fino a rappresentare il 21% delle emissioni totali calcolate nel 2006 (European Energy Agency n.5/2008 http://www.eea.europa.eu/publications/eea_report_2008_5 ). Delle emissioni prodotte dai trasporti, inoltre, il 93% proviene dal trasporto stradale di merci o persone, quello che si è soliti definire anche come trasporto “su gomma”.

In un simile scenario il dirigibile solare arriverebbe come una vera a propria rivoluzione del trasporto merci: nessun bisogno di carburante, emissioni zero e via le merci dalla strada. Certo il costo potrebbe far venire i brividi; le stime parlano di 5 milioni di dollari americani necessari a mettere in funzione un solo esemplare. Ma la cifra non fa paura agli inventori che ribattono con numeri ai numeri. Facendo ogni calcolo sulla capacità di trasporto, sui costi di manutenzione e il volume di affari che circola oggi sui truck delle strade americane, il risultato è ancora conveniente. Fatte tutte le somme e tutti i confronti, ogni singolo “tir dell'aria” in circolazione potrebbe fruttare fino a 9,4 milioni di dollari l'anno.
Intanto del dirigibile solare non esiste che il progetto e un prototipo realizzato su scala 1:20 e gli inventori si sono messi a caccia di fondi per realizzare il primo vero High Speed Solar Airship, il “tir dell'aria a energia solare”.



Il web energetico di Jeremy Rifkin

Jeremy Rifkin pensa che la via per risolvere il problema energetico del nostro Paese, e non solo, è quella che lui definisce la “Terza Rivoluzione Industriale”: “un sistema dove tutti i cittadini sono in grado di autoprodursi l’energia sufficiente alla sussistenza e ciò che avanza viene reimmesso nella rete comune, come avviene più o meno con le informazioni che circolano su Internet”.

Per realizzare ciò, tuttavia, c’è bisogno di ingenti investimenti nel campo delle energie rinnovabili e di una classe politica capace di capire “le innovazioni provenienti da una rete intelligente di scambio di energia, o di nuovi edifici costruiti direttamente con pannelli fotovoltaici”.

Domani, 2 aprile 2009, Rifkin sarà in videochat in diretta da Rovereto, per rispondere alle vostre domande, ma già da ora potete iniziare a raccontarci il vostro pensiero rispetto alle prospettive energetiche che si profilano nel futuro del pianeta.

Che fonti di energia pensate utilizzeremo in futuro?

Su cosa dovremmo investire da un punto di vista della ricerca?