energie rinnovabili

I dieci portali green per chi vuole sapere tutto sull'ambiente

Ecozoom.tvECOzoom.tv - La community di chi vuole risparmiare energia, diffondere la cultura del riuso, creare prodotti amici dell’ambiente.
Uno spazio dove cittadini, aziende, associazioni ed enti possono condividere iniziative ecologiche, video informativi e fotografie, prodotti a impatto zero, soluzioni ecologiche per il lavoro e la casa.

Yeslife.itYes.life è un web magazine che parla di sostenibilità ambientale attraverso le esperienze degli altri, con particolare attenzione ai temi del risparmio e dell’efficienza energetica. Una vita sostenibile è per forza una vita di stenti? Secondo Yes.life no: è gioiosa e stimolante, ed è possibile anche senza rinunce o sacrifici, grazie all’uso delle nuove tecnologie sostenibili, delle fonti di energie rinnovabili e della consapevolezza di ognuno di noi.


EconoteEconote è una rivista online dedicata agli appassionati di ambiente, consumo critico, ecosostenibilità e non solo. Si rivolge anche a semplici curiosi della materia o persone impegnate concretamente in un miglioramento del mondo e della società. Econote raccoglie notizie e curiosità su tutto ciò che ha a che fare con uno stile di vita green, sia per le imprese che per i cittadini, poiché è dall'azione del singolo che dipende un risultato più ampio in termini di nuove consapevolezze, di senso civico e di reciproco rispetto.

BabyGreenBabyGreen - Anche essere mamma impone una certa quota di consapevolezza, in particolare per le scelte che hanno impatto sull'ambiente. In quanti modi un genitore può rendere lo stile di vita della propria famiglia quanto più ecologico possibile? BabyGreen ci racconta tutte le buone pratiche di una mamma (quasi) green attenta agli sprechi e alle spese, alle scelte alimentari e alla riduzione delle emissioni, a partire dall'uso dei pannolini biodegradabili o lavabili (per ogni bambino si produce una tonnellata di rifiuti non smaltibili) o dalla scelta di biberon e accessori privi di pvc.

Alternativa sostenibileAlternativa Sostenibile è un portale nato per far coesistere sostenibilità e sviluppo nel XXI secolo, attraverso la messa in rete di conoscenze ed esperienze in ambito economico, sociale e ambientale. I temi principali legati all'ambiente sono gli acquisti verdi, cultura, edilizia sostenibile, enogastronimia, energia e molto altro.
Un primo passo per una rivoluzione culturale in grado di garantire un futuro al nostro pianeta.

GreenMeGreenMe è una testata online di informazione e opinione su tematiche green con l'obiettivo di diffondere, con ironia e praticità, comportamenti e stili di vita attenti all'ambiente e al pianeta in cui viviamo.
Vero e proprio magazine di lifestyle sostenibile, il sito nasce ispirandosi a un semplice e concreto presupposto: per cambiare il mondo dobbiamo, prima di tutto, cercare di cambiare noi stessi. 

Minimo ImpattoMinimo Impatto è una società che si prefigge l'obiettivo di affrontare la crisi climatica e ambientale proponendo la sostituzione di prodotti inquinanti con prodotti innovativi, ecologici, durevoli ed economici, che contribuiscano alla sostenibilità ecologica e in alcuni casi (come per le ecopitture) riducano l'inquinamento locale.
Un blog e un negozio online di prodotti ecologici che proteggono l'ambiente e che si allineano alle esigenze di enti governativi, corporazioni, scuole, società di ristorazione, gruppi di interesse, gruppi d'acquisto solidali, cosi come per grandi eventi pubblici e privati, esibizioni, matrimoni, picnic, o per un uso privato in casa.

Let's ecopartyLet's Eco Party è un’associazione ambientalista che si ispira ai principii dell'ecosostenibilità, del rispetto dell'ambiente, delle specie animali e vegetali, della salvaguardia del territorio e del paesaggio, della promozione della cultura locale, e delle economie locali.
Let's Eco Party si occupa di organizzazione di eventi ecosostenibili, promozione del riciclo creativo, organizzazione di corsi per la promozione dell’eco sostenibilità, organizzazione di concorsi per sensibilizzare la popolazione sui temi ambientali, attività di noleggio, conto vendita e baratto per evitare inutili sprechi di risorse, commercializzazione di prodotti eco sostenibili, creazione di una rete locale di micro, piccole, medie imprese e di liberi professionisti che adottino tecniche eco sostenibili, collaborazioni con autorità governative locali, enti pubblici e privati, università, ONG, associazioni internazionali, nazionali e locali, enti gestori delle aree protette, enti di formazione per il conseguimento delle finalità e degli scopi dell'associazione medesima.

EcoSevenEcoseven - Viaggio, gastronomia, musica, giochi, multimedia, questi e molti altri sono gli argomenti toccati da Ecoseven, il sito del saper vivere, che mette il pianeta terra al centro di ogni questione, perché lo sviluppo può e deve poter essere sostenibile e rispettoso dell’ambiente.
Ecoseven è un progetto rivolto a tutti in cui le idee, le proposte, le micro invenzioni di ognuno possano offrire nuove soluzioni a tutti, perché il mondo è di tutti, appartiene a ogni uomo, e non può esistere individualità senza comunità.
E il decimo...perché non ce lo consigliate voi?
Qual è il sito eco che consultate più volentieri e che ritenete il più autorevole e ricco di informazioni?


"Clean energy is patriotic", il Pentagono sceglie le energie rinnovabili

solare militareEcologia è sinonimo di pacifismo? Neanche per sogno, almeno a leggere quanto documenta un approfondito report del Pew Project on National security, Energy e Climate significativamente intitolato “Dalle caserme ai campi di battaglia: l'innovazione dell'energia pulita e le forze armate americane”.

Obiettivo monitorare in profondità la trasformazione verde di quella che fino a oggi è una delle istituzioni che consumano più energia al mondo: il Pentagono e il complesso della macchina bellica Usa.

Altro che figli dei fiori: pensiero verde, energie alternative, riduzione dei consumi del petrolio, si scrollano di dosso la patina un po' di diffidenza per entrare come un asset fondamentale anche nei ragionamenti del Dipartimento della difesa, innanzitutto perché molte cose sono cambiate da quando si poteva utilizzare un “mare di petrolio proveniente dal Texas” per battere l'Asse e i nazisti.

Per esempio, se mezzo secolo fa la stima del consumo giornaliero di petrolio per ogni militare Usa era di 5 galloni, nel 2009 è schizzata a 22 galloni pro capite. Un costo insostenibile. Oggi l'interdipendenza globale da produttori esterni e la volatilità dei prezzi hanno spinto la più costosa macchina da guerra contemporanea a rivolgersi altrove e a cercare nuovi fonti energetiche compatibili con i costi enormi.

«Proprio in quanto grandissimo consumatore di energia – spiega Phyllis Cuttino direttrice del Pew Project on National security, Energy e Climate – il Dipartimento della difesa può modellare il futuro energetico dell'America. I militari possono essere un esempio anche l'industria a investire nelle energie rinnovabili». 

A partire dall'esperienza maturata nelle guerre in Afghanistan e in Iraq il Dipartimento della difesa sta ripensando le proprie strategie energetiche con l'obiettivo di ridurre la domanda di carburante dai fronti di guerra aperti per le operazioni di combattimento.
In questa direzione va la crescita degli investimenti sulle energie alternative che sono saliti del 300% nel triennio 2006/9, passando da 400 a 1200 milioni di dollari con un aumento che, si prevede, arriverà ai 10 miliardi annui nel 2030. L'obiettivo è arrivare al 25/25, produrre per 2025 il 25% dell'energia prodotta da fonti rinnovabili.

Più che una preoccupazione per l'ambiente e per lo stato del pianeta, quella dei militari Usa è una questione di soldi. Clean energy is patriotic recita la chiamata all'azione del Pew spingere i cittadini a intervenire: «scrivete ai vostri rappresentanti in Congresso per supportare leggi sull'energia pulita che produrranno lavoro, aumenteranno la sicurezza nazionale, ridurranno la dipendenza da petrolio e da carbone provenienti dall'estero». Insomma, il fine giustifica i mezzi.

 

 



Google in cerca di energie rinnovabili

Mentre gli occhi di tutto il mondo sono puntati ancora e sempre di più sulle centrali di Fukushima (tanto che molto probabilmente alla gravità dell'incidente giapponese sta per essere assegnato il livello 7, lo stesso di Chernobyl), mentre in Italia si fa avanti la campagna referendaria sul nucleare e si aspetta il decreto che definisca gli incentivi alle rinnovabili del quarto conto energia, altrove in Europa le rinnovabili volano e offrono garanzie non solo dal punto di vista ambientale, ma anche per gli investimenti. La dimostrazione porta la firma di Google: il colosso del web ha infatti deciso di investire 3,5 milioni di euro in un impianto fotovoltaico in Germania. 47 ettari di terreno nella zona di Brandenburg an der Havel, nei pressi di Berlino, un'area che fino all'inizio degli anni '90 serviva come terreno di esercitazione per i militari russi e che invece oggi si avvia a produrre energia pulita per oltre 5000 abitazioni, ospitando uno dei campi fotovoltaici più grandi della Germania.

Due sembrano gli aspetti più interessanti dell'operazione: da una parte la strategia di impresa di Google che punta decisamente sulla greeneconomy e sull'energia pulita come ambiti sui quali impegnare capitali. Dall'altra è da rilevare il fatto che, nel momento in cui decide di sbarcare in Europa con i propri investimenti, Google sceglie la Germania e non lo fa certo a caso. Infatti, mentre l'Italia si mostra incerta, o a dir poco timida, nello sviluppare una decisa strategia energetica che sterzi decisamente verso le rinnovabili, la Germania è ormai da tempo su questa strada. Possono contare sul nucleare, è vero, ma la strategia di Berlino è quella di abbandonare l'atomo dismettendo nel corso degli anni le centrali e di implementare, con una politica ragionata di incentivi, le rinnovabili, tanto da darsi  un ambizioso obiettivo per il 2050, quando l'80% dell'energia elettrica tedesca, secondo i piani, sarà prodotta da fonti rinnovabili.

Questi devono essere sembrati buoni motivi per attraversare l'oceano Atlantico con le prospettive di una grande impresa che da qualche tempo sta puntando decisamente sul verde. Il colosso di Mountan View, infatti, ha fondato recentemente Google Energy per guardare in maniera strategica sull'energia pulita, settore in cui ha investito negli ultimi anni circa 100  milioni di dollari Usa tra fotovoltaico a concentrazione ed eolico. Una parte importante di questi capitali sono serviti alla realizzazione di parchi eolici nel North Dakota e per finanziare un progetto ambizioso della Atlantic Wind Connection: un impianto eolico off-shore che affonda radici nei fondali dell'Atlantico e corre per 560 chilometri al largo dalle coste del New Jersey fino alla Virginia.
Qualcuno dirà che si tratta di greenwashing o poco più, altri invece diranno che il più grande motore di ricerca al mondo guarda alle rinnovabili come a una realtà per produrre energia, quindi  denaro. Di certo, per il momento, c'è che la strada di alcuni investimenti investimenti di Google ha preso una piega decisamente verde.

Immagine di keso



Nucleare, una scelta senza futuro

L'allarme per la sicurezza nella centrale nucleare di Fukushima non si placa, anzi cresce sempre di più. E mentre seguiamo col fiato sospeso i tentativi di raffreddare i reattori giapponesi, divampa la discussione sull'energia nucleare che sarà al centro del prossimo referendum in Italia. Per Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club, il referendum ha il merito di aprire la discussione su una scelta che si è fatta senza nessun coinvolgimento dell'opinione pubblica e del Parlamento.

Non c'è solo la sicurezza nei ragionamenti di Silvestrini: “In Italia non si farà mai, è tutto uno spreco, meglio sarebbe dedicare tempo e risorse alla capacità di governare anche da noi l'onda verde che prende sempre più piede in tutto il mondo”. I motivi? Innanzitutto è molto costoso, non porterà diminuzioni in bolletta, come negli Usa dove le nuove centrali, anche con incentivi di denaro pubblico dell'amministrazione Bush, non hanno ancora visto la luce.



Tutti i danni del decreto sulle rinnovabili

Tutto il settore industriale della green economy si è mobilitato, a dimostrazione che esiste un mondo imprenditoriale che punta sul futuro dell'energia pulita e che sta subendo un duro colpo dal decreto Romani.
“Gli incentivi andavano modificati, ma non così” spiega Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. In tutto il mondo nessuno, dopo la Germania, ha installato tanta potenza fotovoltaica come l'Italia lo scorso anno, continua Silvestrini spiegando che siamo riusciti a tenerci dietro colossi energetici come Stati Uniti e Giappone dando vita a una crescita in questo settore che nessuno avrebbe mai potuto immaginare solo due anni fa. “L'aspetto più grave del decreto che taglia gli incentivi alle fonti rinnovabili di energia nel nostro paese – conclude – è l'incertezza che ha già provocato il blocco degli investimenti delle banche causando disorientamento in tutto il settore”.



Zorzoli: “Troppi vincoli alle rinnovabili ammazzano il settore”

Da giugno cambia tutto. Il nuovo decreto sugli incentivi approvato dal Consiglio dei Ministri fissa nuove regole per la produzione di energia da fonti rinnovabili.
I punti salienti, e intorno ai quali la discussione si è fortemente animata, riguardano la riduzione degli incentivi per il fotovoltaico all'interno del terzo conto energia, mentre è scomparsa la proposta di porre un tetto di 8mila megawatt alla produzione di energia rinnovabile, ma ogni anno si dovrà stabilire un limite per le rinnovabili incentivabili.
Una riduzione degli incentivi riguarda anche l'eolico per il quale è prevista un taglio del 22% dei certificati verdi, mentre per gli impianti fotovoltaici sui terreni agricoli è fissato un limite massimo (1megawatt) per la produzione  di energia e non si può utilizzare più del 10% delle aree coltivabili.
Il decreto sarà in vigore dal primo giugno, ma già dalla sua nascita le polemiche sono fortissime. Per il Ministro Paolo Romani si tratta di decisioni che mirano a raggiungere “il potenziamento e la razionalizzazione del sistema per incrementare l'efficienza e l'utilizzo di questo tipo di energia”. Da parte ambientalista, invece, si alza un coro unanime di voci che definiscono il decreto un passo indietro che mette a rischio un intero comparto industriale.
 
“È come se di punto in bianco si decidesse di chiudere un'impresa come la Barilla”, ci spiega G.B. Zorzoli, presidente di Ises Italia, una delle più accreditate associazioni tecnico-scientifiche per la promozione e l'utilizzo delle fonti rinnovabili.
“Stando al decreto – continua Zorzoli – solo gli impianti fotovoltaici che saranno collegati alla rete entro il 31 maggio avranno certezze di poter godere degli incentivi, per gli altri bisognerà attendere un nuovo decreto che fisserà nuovi parametri. Di fatto oggi si blocca lo sviluppo del fotovoltaico in Italia che dà lavoro a decine di migliaia di persone. Sono vincoli che rischiano di ammazzare il settore. Chi, infatti, vorrà investire in un mercato in cui ogni anno bisognerà aspettare un decreto che fissi il limite degli incentivi e della produzione?”.

Le regole andavano modificate, continua il presidente di Ises Italia, il Parlamento stesso lo aveva detto, ma così si dà un segnale negativo: “Le imprese sono veramente sconcertate. Eravamo tutti convinti che la riduzione agli incentivi rimanessero dentro certi limiti stabiliti dal Parlamento. In questo modo si blocca tutto”. Però il limite degli 8megawatt è scomparso. “Stiamo discutendo se 8mila megawatt sono troppi o pochi, mentre la Germania ha fissato obiettivi di 52mila megawatt entro il 2020”, replica Zorzoli per il quale il motivo di questo cambio di rotta sembra abbastanza chiaro: “C'è una serie di industrie energivore che rappresentano il passato. Io capisco che hanno i loro problemi e bisogna prestare attenzione alle difficoltà di tutti, ma bisogna tener conto di quelle esigenze senza causare ripercussioni gravi sul futuro. Perché questo è il risultato che abbiamo sotto gli occhi: si ascolta il passato, ma si castra il futuro”.

Immagine di iesantoniogala



Libia, stop al petrolio? Subito più rinnovabili

Più passano i giorni e più dalla crisi libica nascono preoccupazioni e timori. Il disprezzo e la sconcertante violazione dei diritti umani, i possibili flussi migratori che potrebbero portare centinaia di migliaia di rifugiati politici libici sulla sponda sud dell'Europa sono motivi che tengono in allerta gli osservatori internazionali. E poi c'è la questione energetica che investe molto da vicino l'Italia e merita una riflessione: mai come ora, mentre gli aerei di Gheddafi bombardano i manifestanti e truppe di mercenari danno la caccia ai dissidenti; mai come ora, mentre Eni chiude temporaneamente (e per motivi cautelari) il gasdotto libico, si pone con forza il tema delle rinnovabili e della dipendenza del nostro sistema energetico. Alla luce della crisi libica stride molto la polemica recentemente sollevata sul costo degli incentivi alle energie rinnovabili che costerebbe molto cara ai contribuenti italiani.

Proviamo intanto a capire che valore ha la questione energetica per la Libia. Innanzitutto è da sottolineare che, tra i paesi africani, la Libia è il maggior produttore di petrolio: produce circa 44 miliardi di barili l'anno piazzandosi al nono posto tra i produttori mondiali. Di questa produzione l'Italia è il maggiore beneficiario, rappresentando al destinazione di circa il 32% dell'export.
Anche il gas è una parte importante dell'economia libica: al quarto posto nella graduatoria mondiale. “Nel 2008 – scrive l'economista Marzio Galeotti – la produzione di gas libico di 17,1 miliardi di metri cubi, di cui 11,2 esportati”. Di qiuuesti, continua Galeotti, “10,6 hanno preso la via dell’Italia e dell’Europa tramite il gasdotto Greenstream, operato in partnership con Eni, lungo 520 km, che connette Mellitah a Gela in Sicilia. Circa il 60 per cento del gas prodotto è esportato in Italia, mentre una piccola parte è liquefatto e spedito in Spagna”.
Gli idrocarburi rappresentano così una ingente fonte di guadagno per la dittatura di Gheddafi: il 95% dei ricavi delle esportazioni e l’80% delle entrate fiscali.

Si vede bene come il nostro sistema energetico sia così strettamente legato alla crisi libica. Quello che non si capisce è invece perché non acceleri sulle rinnovabili e sulle tecnologie che potrebbero garantire di ridurre, se non di eliminare la dipendenza energetica da paesi come la Libia. È abbastanza curioso notare che proprio mentre la crisi libica accentua il bisogno di rinnovabili (di energia pulita e nostra) si scatena la polemica che vedrebbe il fotovoltaico come “nemico dell'agricoltura e del paesaggio, preda degli speculatori, troppo costoso con ricadute drammatiche in bolletta”.
Pronte sono state le risposte di esperti, economisti, imprenditori e associazioni in difesa di un futuro che non può non alimentarsi con energia pulita. E mentre i prezzi del petrolio continuano a salire si sollevano le voci di chi, come Domenico Belli di Greenpeace, sottolinea che se gas e petrolio ci rendono dipendenti da paesi esteri, la situazione non cambierebbe con l'uranio e il nucleare: "Le fonti rinnovabili – dice Belli –  sono le uniche in grado di aumentare l'indipendenza e ridurre l'impatto di possibili crisi politiche nei Paesi produttori", sottolinea Domenico Belli, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.

Immagine di Crethi Plethi